Trittico praghese

(…) città affascinante e demoniaca, onirica e priva di realtà ma anche corposa e sanguigna, bella e maledetta, seducente e opprimente, città dell’amore e dell’odio, di un ossessivo legame ombelicale, di un fantasma ineliminabile.” (Claudio Magris). La Praga di Johannes Urzidil (Trittico praghese, Adelphi, 1993) è la città dello spaesamento, dello sradicamento e della perdita: è un caleidoscopio di dettagli amati che balenano nell’incubo e nel delirio del sogno.

Trittico praghese ci parla di una capitale ormai scomparsa, di un mondo che non esiste più. Urzidil volge lo sguardo indietro per rievocare la città che è stato costretto a lasciare nel 1939: la Praga anche tedesca del tramonto dell’Impero Austro-ungarico e di Kafka.

Il libro si apre con un Profilo della città: lo scrittore ci conduce nel gotico duomo di San Vito per mostrarci un bassorilievo. Quella scultura che raffigura la fuga del “re d’inverno”, restituisce una vivace immagine dell’acropoli, selva di tetti, cuspidi, cupole e torri:

La vasta città – di cui il ragazzo, per arrampicarsi fino al castello e al duomo, aveva percorso il barocco intrico di vicoli tra i palazzi dei grandi signori boemi e le case borghesi adorne di multiformi insegne – lì, nel legno marezzato annerito dagli anni, si accalcava in breve spazio. Potevo viverla come unità, quasi fosse una persona (…).

bassorilievo cattedrale di San Vito Praga
Jerzy Strzelecki [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)%5D
Una persona che porta incisi sul suo viso i segni di sanguinosi conflitti scaturiti dalla compresenza di temperamenti troppi diversi. Un volto rude, spigoloso, scolpito dalle luci e dalle ombre di un chiaroscuro caravaggesco: da un lato il caldo bagliore delle birrerie, da cui si diffondono deliziosi effluvi, dall’altro la tenebra mitica del ghetto ebraico in cui risuonano i passi del Golem.

Praga è la città magica per eccellenza, la città del Vicolo della Magia e degli alchimisti, il luogo in cui mito, storia e presente si intrecciano. Una città imprevedibile e affascinante che lo scrittore ripercorre seguendo il filo dei ricordi: si inoltra tra i vicoli, assapora l’atmosfera dei tipici mercatini e si sofferma davanti a monumenti che rievocano un passato impossibile da dimenticare.

Trittico praghese è composto da una serie di memorie, di volti e di voci che, sovrapponendosi, restituiscono l’immagine della città-persona: tre pannelli, affiancati da un’introduzione e da un commiato, danno vita a una personalissima rielaborazione del bassorilievo esposto nel duomo di San Vito.

Il primo racconto, La causa Wellner, è incentrato su una querelle: la costruzione del Ponte Francesco (Ponte delle legioni) ha reso nullo un antico privilegio, che era stato concesso agli avi del signor Weller. Urzidil assume l’incarico di precettore del giovane Helmuth, il figlio del querelante, un ragazzo apparentemente strano ed ingenuo, ma che forse è solo sin troppo sensibile. Nel giro di qualche pagina, maestro e pupillo si ritrovano a passeggiare di ponte in ponte e a fare i conti con la storia della città.

Ponte Carlo Praga
Di Fleeting Pix – Imported from 500px (archived version) by the Archive Team. (detail page), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73623972

Le ombre del passato rischiano di turbare le menti più innocenti: l’unica via di scampo dal peso di quei vecchi peccati è rappresentata dal rifugio del parco Baumgarten, un tripudio di alberi e di fiori, dominato da un castelluccio giocattolo. Purtroppo, la tregua si rivela di breve durata perché la Moldava, l’epico fiume del destino, esige il suo tributo:

Alle soglie della capitale, sotto la fortezza di Vyšehrad, essa si allarga possente, raduna sulle proprie rive le cento torri della città e rispecchia le ancestrali promesse di una fama siderale.
I ponti della città raccordano le due ripe non semplicemente per unirle, ma come se volessero ritardare un ulteriore reciproco allontanarsi delle sponde e assicurare alla corrente la sua profondità. Quella profondità cela molte cose.

Il pannello centrale del Trittico non ci offre spettacolari descrizioni di questa capitale ricca di storia, ma in ogni riga si respira l’atmosfera di Praga. La travagliata esistenza di Weissenstein Karl, un grottesco Amleto-becchino destinato a rifrangersi in un caleidoscopio di individui diversi, sembra essere una metafora della dissoluzione della vecchia Mitteleuropa, crogiolo di popoli e culture.

La biografia di Weissenstein Karl è caratterizzata da due registri stilistici: periodi barocchi, che ricordano le torri, le cupole e i tristi arabeschi floreali di Praga, si alternano a frasi che scorrono limpide, veloci. Nel giro di qualche pagina, si può passare dalla fastosa descrizione di un tramezzino praghese a una lucida riflessione sulla solitudine, una tragica condizione esistenziale che sembra accomunare tutti gli abitanti della città.

Il terzo pannello, Testamento di un ragazzo, è dedicato a un uomo che, come Wellner e Weissenstein, è dotato di un animo poetico: Karl Brand, l’autore de La contrometamorfosi di Gregor Samsa. Urzidil ripercorre i passi e i pensieri di questo giovane febbricitante, prossimo alla morte:

Di là, sulla riva sinistra della Moldava, l’acropoli del Hradschin si innalzava, con le sue tremule luci serali già accese, dal viluppo di tetti e di case della Kleinseite. In una di quelle case, nell’antico Radetzkyplatz, abitava Brand.

Cafè Arco Praga
Von Unbekannt – http://polpix.sueddeutsche.com/polopoly_fs/1.190971.1358072414!/httpImage/image.jpg_gen/derivatives/900×600/image.jpg, Gemeinfrei – Wikimedia

Il Cafè Arco (Kavárna Arco), il ritrovo prediletto dagli intellettuali praghesi, è il cuore pulsante del racconto. In mezzo a questo spumeggiante splendore di lampadari e di bicchieri scintillanti si aggirano Brand, Werfel, Kafka e lo stesso Urzidil. Al di là della porta del locale si estende la loro indimenticabile città-Musa:

(…) la Praga antica e quella nuova, sotto una coltre fumigante di effluvi di birra e di salumi affumicati, con le sue leggende su Libuše, le sue defenestrazioni hussite e no, i suoi vapori alchemici, le piste battute dal Golem, i nuovissimi mondi dei Neruda e dei Čapek, l’eterno vecchio mondo dei dissidi etnici, e con i suoi giardini in fiori pervasa di sogni e delle eterne melodie di Mozart e di Smetana.

Praga panorama
Di William Chizek – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46583785

La Praga di Trittico praghese è una città sospesa, in bilico tra le atmosfere magiche di Perutz e gli incubi di Kafka, già protesa verso l’abisso di una solitudine troppo rumorosa. Urzidil la rievoca un’ultima volta nel pannello finale, Il flauto magico, ambientato nel Teatro Tedesco, prima di chiudere il sipario. Il suo bassorilievo d’inchiostro però non svanisce dopo l’ultimo atto: rimane impresso per sempre nella memoria dei lettori.

Per approfondire:

I viaggi letterari praghesi de Il mestiere di leggere 

La Praga di Kafka – Libreriamo 

Trittico praghese – Repubblica.it 

12 pensieri su “Trittico praghese

  1. Non ho ancora avuto modo di visitare Praga e non ho mai letto Urzidil. L’unico “legame letterario” con Praga è per me rappresentato da Kafka. Mi ha incuriosito la tua recensione su questi racconti, dopo aver smaltito un po’ di letture che ho in sospeso (spero non passeranno anni!) cercherò qualcosa di Urzidil.

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    1. Spero di no. Direi che dovresti dare un’occhiata a “Di qui passa Kafka” visto che il tuo unico legame letterario con Praga è lui ;). Ti consiglio anche (se hai Raiplay) la puntata di Punto di svolta dedicata a Kafka. Buone letture (non sei il solo ad avere una lunga coda di titoli ;))!

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: Viaggi letterari – Praga, Repubblica Ceca – Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

  3. Pingback: Trittico praghese — Il verbo leggere | l'eta' della innocenza

  4. Pingback: Praga lunare: Il Golem – Il verbo leggere

  5. Pingback: Di qui passa Kafka – Il verbo leggere

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