La memoria rende liberi

La memoria rende liberi Liliana Segre

Una bambina di otto anni, da un giorno all’altro, non può più frequentare la scuola. Perché? Perché è ebrea. Quella bambina si chiama Liliana e questa è la storia della sua infanzia spezzata. La memoria rende liberi (Bur, 2015) è la lucida testimonianza di una vita interrotta, di una vita segnata dalla tragedia dell’indifferenza.

Siamo nel 1938, un anno buio della storia d’Italia. Liliana Segre è costretta a fare i conti con una legge che appare insensata ai suoi occhi di bambina:

Quando a un bambino si dice “Sei stato espulso da scuola”, lui si convince di aver fatto qualcosa di sbagliato: è stato espulso perché ha una colpa. E infatti replicai: “Ma perché? Che cosa ho fatto?”. Ci volle molta pazienza e grande tenerezza per farmi capire – per quanto potessi capire allora – che non ero stata io ad aver fatto qualcosa di male. Si trattava di una legge che aveva stabilito che tutti gli ebrei dovessero essere “espulsi” dalla scuola e da molte altre attività.

Quelle leggi infami sono l’inizio della rovina: all’improvviso, le famiglie ebraiche italiane, famiglie perfettamente integrate e spesso laiche, vedono aprirsi sotto di loro un baratro. Non è facile accettare di essere diventati dei paria, di essere considerati degli elementi indesiderati. Nulla ha più senso.

Alcuni ebrei decidono di fare le valige, di andarsene via il più in fretta possibile dall’Italia, mentre altri esitano: sono sempre stati dei bravi cittadini, quindi com’è possibile che gli italiani si siano rivoltati contro di loro? Alberto, il padre di Liliana, un giovane e sensibile vedovo, tentenna: non vuole partire perché sarebbe costretto a lasciare indietro i suoi anziani genitori.

Liliana Segre con il papà Alberto

La situazione continua a peggiorare. Alberto, dopo essersi procurato un documento che dovrebbe tutelare sua madre e suo padre (un attestato, purtroppo, inutile), decide tentare la fuga insieme a Liliana. I Segre provano a valicare il confine con la Svizzera, ma vengono respinti. Non c’è posto per loro:

(…) l’ufficiale tornò a ripeterci la sua sentenza: “Non potete entrare… la barca è piena”.

Agli occhi di quell’ufficiale i due ebrei appaiono come dei profughi indesiderati, come degli “invasori”: poco importa che abbiano pagato un tributo esoso a dei loschi passeur, poco importa che l’espulsione sia una condanna a morte quasi certa. La Storia non si ripete, ma qualche volta fa rima con se stessa.

I Segre vengono arrestati al confine con l’Italia. Dopo mesi allucinanti, trascorsi in prigione, vengono portati alla Stazione Centrale di Milano: da lì partono i treni diretti a Auschwitz. Una volta arrivati davanti ai cancelli del lager, padre e figlia vengono separati: non si rivedranno mai più. Lui viene inghiottito dalle tenebre del campo di concentramento, mentre lei subisce la più crudele delle metamorfosi: diventa un numero, il numero 75.190.

Auschwitz è un inferno creato e amministrato da uomini, non da diavoli. Come scrisse Primo Levi la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Il vocabolario tedesco di Liliana, un vocabolario di dieci parole, dice più di molti discorsi:

weinen – piangere
Angst – paura
Schlag – schiaffo
Schnee – neve
Hunger – fame
Brot – pane
Schmerz – dolore
los! – su! Avanti!
allein – sola
Fünfundsiebzig Einhudertneunzing – 75.190

Liliana riesce a sopravvivere al lager e alla Marcia della morte, ma il ritorno a Milano si rivela traumatico: dopo la fine della guerra, gli italiani hanno deciso di passare una mano di calce sul passato e sulle loro coscienze. Se avete letto il racconto di Bassani intitolato Una lapide in Via Mazzini, riuscirete subito a intuire il clima di quegli anni, un clima avvelenato da una mancata presa di coscienza. Liliana decide di rispondere con l’arma dell’ironia a tanta ipocrisia e meschinità:

Quando ricevevamo visite (…) la conversazione finiva inevitabilmente sulle sventure che il nostro ospite aveva subito in tempo di guerra. Il più delle volte si trattava di cose da nulla, di privazioni che chiunque aveva subito, ma chiaramente i protagonisti di quelle disavventure le rievocavano come si fosse trattato di vere e proprie tragedie.
(…) Ricordo uno che si lamentava perché da sfollato era stato costretto a mangiare soltanto castagne.
E io: “Castagne? Uh, mamma mia, poverino!”.

Quel mancato esame di coscienza (il Giorno della memoria è stato istituito solo nel 2001) ha reso gli italiani più vulnerabili al virus dell’intolleranza. I fantasmi di un passato meschino e inglorioso sono tornati a perseguitarci: qualche mese fa, Liliana Segre ha ricevuto delle minacce ed è stata messa sotto scorta. Come ha detto Marco Damilano: “‘Gli sciacalli, i vigliacchi, i nazisti, spesso hanno più memoria degli altri.”

Ho deciso di proporvi la lettura de La memoria rende liberi proprio perché, come sottolineato nell’introduzione di Enrico Mentana, la pagina più oscura della nostra storia contemporanea suscita una crescente indifferenza: la cronaca lo dimostra. La testimonianza della senatrice a vita è preziosa e fondamentale, oggi più che mai, perché ci obbliga a ricordarci di

come noi italiani isolammo e schiacciammo una minuscola parte del nostro popolo, perfettamente indistinguibile dal resto. Di come la mettendo ai margini, le requisimmo i beni, la mortificammo e poi la consegnammo agli sterminatori. E di come poi cercammo di cancellare questo crimine nazionale, dopo. Il ritorno di Liliana dall’inferno, come il ritorno di tutti gli altri scampati, è una (…) condanna del mito degli “italiani brava gente”. Semplicemente non si voleva sapere, e men che meno si voleva ricordare come, e da chi, era stato reso possibile tutto questo.

Possiamo davvero definirci un popolo di “brava gente”? No, non potremmo fregiarci di un simile titolo, sinché non celebreremo davvero il Giorno della memoria: se vogliamo davvero onorare questa ricorrenza, dobbiamo impegnarci a debellare ogni seme d’intolleranza dal nostro paese. Non possiamo dedicare un solo giorno alla memoria, per sentirci a posto con la coscienza, e ignorare quello che accade attorno a noi negli altri 364 giorni dell’anno:

Indifferenza.
Tutto comincia da quella parola. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all’ombra di quella parola. Per questo ho voluto che fosse scritta nell’atrio del Memoriale della Shoah di Milano, quel binario 21 della Stazione Centrale da cui partirono tanti treni diretti ai campi di sterminio, incluso il mio.
La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle cinque sillabe, perché quando credi che una cosa non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore.

Approfondimenti:

La recensione di Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri

Liliana Segre: la memoria rende liberi – Rai Scuola 

9 pensieri su “La memoria rende liberi

  1. Ogni citazione letta con in testa la voce dolce e pacata di Segre: potrei ascoltarla e leggerla per ore tanto è corroborante in mezzo a tante urla e a tanta grettezza di gente che schiaccia i più deboli tutto l’anno per poi buttare un “mai più” inutile e vuoto per la Giornata della Memoria.
    È sempre un piacere veder diffuse le sue parole!💙

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  2. Ho avuto l’occasione di essere presente a una testimonianza di Liliana Segre, molti anni fa, a Firenze, durante un corso di formazione. E ho ascoltato di persona anche molti altri sopravvissuti della Shoah: le sorelle Bucci, Marcello Martini, Nedo Fiano, Boris Pahor… ognuno di loro ha lasciato un segno nel mio cuore

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