Winesburg, Ohio

Una Spoon River dei vivi: appena ho iniziato a leggere Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson (Project Gutemberg) non ho potuto fare a meno di ripensare all’Antologia di Edgar Lee Masters. Guarda caso, Anderson ha iniziato a mettere assieme i racconti che compongono questo “romanzo corale” nel 1915, l’anno in cui ha visto la luce Spoon River. Entrambi gli scrittori hanno saputo ritrarre, con le dovute differenze, l’altra America: quella rurale, intima, lontana dalle luci sfavillanti dell’American Dream.

Le diverse voci che animano Winesburg, Ohio danno vita a una sorta di romanzo in forma di racconti:

(…) i personaggi di una cittadina alle soglie della modernità si inseguono di storia in storia, apparendo scomparendo e riapparendo, con un incrocio di esperienze sogni e rimpianti che danno l’idea che la vita, la vera vita, stia scorrendo da qualche altra parte. (Prefazione di Valerio Aiolli, L’uomo che diventò donna, Cliquot, 2018)

La cittadina immaginaria di Winesburg – basata sulla reale Clyde – non è popolata da spettri, ma i suoi abitanti sono comunque morti, almeno nello spirito: sono delle anime perdute. Secondo il critico Irving Howe, questa comunità claustrofobica è “infestata” da individui turbati, dalla psiche lacerata. Lo sguardo dell’autore si concentra con ossessiva attenzione sulle vite di uomini e donne che hanno perso il loro posto nella società: queste figure si limitano a restarsene, a malapena tollerate, ai margini di una piccola comunità che, sul finire del XIX secolo, si avvia verso l’alba di un’incerta modernità.

Gli spettri in divenire che popolano queste pagine non sono personaggi a tutto tondo, ma piuttosto dei relitti umani, dei frammenti di vita (shards of life, glimpsed for a moment, the debris of suffering and defeat): possono solo dare voce al loro desiderio perennemente frustrato di connettersi con gli altri, alla loro fame d’amore. Le anime di Winesburgs si sfiorano, ma non si toccano: ogni dialogo non è altro che un monologo.

I personaggi di Anderson sono uomini e donne in croce: ognuno porta il suo fardello, ognuno è inchiodato ai suoi errori, a peccati, spesso veniali, che non possono trovare assoluzione. Sono anime salve, senza speranza di redenzione: sognano di fuggire, anelano una carezza e trovano un momentaneo balsamo in una preghiera mormorata a fior di labbra. Come nell’antologia L’uomo che diventò donna, lo scrittore mette i suoi lettori davanti a un’umanità minore, fatta di persone comuni, incapaci di evadere dal recinto della solitudine. Il muro che separa l’uomo dai suoi simili è invalicabile.

Queste figure grottesche, rese tali dalle loro monomanie, dalla “verità” in cui hanno deciso di credere sino a deformarla in un’ossessione, in una bugia, gravitano attorno al giovane reporter George Willard. Davanti a lui sfila una teoria di anime perse, desiderose di raccontare la loro storia. Ogni emarginato vuole parlare delle sue piccole e grandi delusioni, dei suoi sogni immancabilmente infranti.

I derelitti abitanti di Winesburg assomigliano alle mele contorte (twisted) che crescono negli orti della cittadina (Paper pills): frutti scartati dai raccoglitori, che ricordano le nocche nodose di un vecchio, strani a vedersi, grotteschi, eppure dolcissimi. Dietro i volti contorti dal dolore di questi emarginati, si cela un’intima, segreta, dolcezza: la malinconica dolcezza di una solitudine elegiaca, raccontata con una prosa scarna, essenziale ed elegante.

A colpire maggiormente l’attenzione sono i racconti più delicati e ispirati, quelli in cui un singolo dettaglio rivelatore getta luce sulla solitudine di un’esistenza: un cuscino da stringere per immaginare che qualcuno sia accanto a te (Adventure); una latta piena di risparmi messi da parte per l’opportunità di una vita migliore che non si è mai presentata (Death); il ritratto di una donna che soffre in silenzio (Loneliness), spandendo attorno a sé la straziante e poetica bellezza della solitudine.

Lo scrittore ha colto il monito della maestra di Winesburg: invece di limitarsi a mettere insieme parole polite, ha vissuto intensamente, è entrato in relazione con gli altri e solo dopo si è messo alla scrivania per cercare di dare voce ai loro pensieri. La realtà a cui ha dato vita è un’altra realtà, un mondo parallelo, ma le emozioni messe su carta sono dolorosamente verosimili e condivisibili:

Sherwood Anderson [ha] un modo geniale di usare le frasi per comunicare un’emozione immediata”. Ecco, è proprio questo il punto. È questo modo geniale di usare le frasi a fare di Sherwood Anderson, oltre che un grande scrittore, un punto di snodo della narrativa americana del Novecento. È un modo che crea istantaneamente una voce, la sua voce. È l’autore che entra in campo con la sua potente soggettività per raccontarci qualcosa, qualcuno. (Prefazione, Valerio Aiolli).

Tra le pagine di questo autore, nei piccoli gesti (Hands) della sua umanità, grottesca, ferita, brilla qualcosa di divino: la lampada accesa in una casa; il pezzo di pane che si trasforma in eucarestia, in una preghiera pagana che scaturisce dal grano. Una cosa piccola ma buona: quella luce di cui Carver sembra aver fatto tesoro nei suoi racconti più belli. La luce dell’altra America, quella minore, che i lettori hanno imparato ad amare.

Cosa resta di tante voci, di tante storie raccontate? Restano le speranze infrante, il dolore ricevuto e commesso (Drink). Restano le parole semplici, da venti centesimi, di Anderson. Sopratutto resta ad aleggiare nella stanza lo spettro di una solitudine che non può venire scacciata neanche provando a riempire la camera di figure immaginarie (Loneliness). Resta il desiderio di rileggere Spoon River, con la voce di De André in sottofondo.

Approfondimenti:

La recensione di Flaneri 

Una Spoon River dei vivi – Rivista Grado Zero 

Un maestro del racconto americano – Minima&Moralia 

La grande riscoperta dell’America minore

4 pensieri su “Winesburg, Ohio

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