L’uomo che diventò donna

Fisso lo schermo bianco in preda al “blocco del blogger”. La prefazione de L’uomo che diventò donna (Cliquot, 2015), un’antologia dedicata ai racconti di Sherwood Anderson, parla da sé: non c’è bisogno di aggiungere nulla. Simili introduzioni sono la mia croce e delizia: le amo perché mi aiutano ad entrare subito in sintonia con autori sconosciuti, ma, allo stesso tempo, le odio perché mettono un freno alla mia penna. Eppure dovrò pur pur scrivere qualcosa, anche se sarò costretta ad appoggiarmi alle parole dello scrittore Valerio Aiolli.

Chi è Sherwood Anderson? È uno scrittore che apre la strada a chi verrà dopo di lui (Dreiser), a grandi autori americani come Hemingway, Faulkner, Salinger e Carver. Un narratore capace di catturare l’attenzione del lettore, di trascinarlo dentro la storia:

(…) una delle caratteristiche dei grandi scrittori di racconti è proprio quella di farti entrare all’istante, già dalle prime quattro righe nell’atmosfera. E di narrare una storia, un personaggio, per il tempo e lo spazio esattamente necessario a produrre nel lettore un’emozione duratura. Non una parola di più, non una di meno. (…)
Il mestiere di copywriter che fece per molti anni magari lo abituò alla sintesi, alla capacità di far emergere il senso di una vicenda attraverso pochi snodi narrativi. (Prefazione, Valerio Aiolli)

Anderson mette in fila parole scelte, parole semplici, da venti centesimi, per dare vita all’altra realtà evocata nell’Introduzione:

Mi ero spinto in un mondo dove nulla ha esistenza. L’avevo fatto davvero, oppure ero soltanto uscito momentaneamente dal mondo delle tenebre per entrare nella luce?
Forse i miei occhi sono ciechi e non riesco a vedere.
Forse sono sordo.
Le mie mani sono nervose e tremano. Quanto tremano? Ora, ahimè, sono assorto nella contemplazione delle mie mani.
Con queste mani nervose e incerte, posso davvero sentire la forma delle cose nascoste nelle tenebre?

Sherwood Anderson

Il mondo d’inchiostro dello scrittore è popolato da personaggi che hanno bisogno di confidarsi con qualcuno, ma che non arrivano subito al nocciolo della questione. Il lettore, seduto al bancone del bar con loro, si ritrova così sull’orlo della sedia, nell’attesa di scoprire l’esito di una notte fatidica (Intatta, L’uomo che diventò donna) e, talvolta, può provare l’impulso di strattonare l’interlocutore di turno, di esortarlo a sbrigarsi.

La prosa di Anderson procede quasi sempre con il ritmo di una navigazione fluviale, segnata da divagazioni-anse: le digressioni rallentano il corso d’inchiostro quel tanto che basta per permettere al lettore di cogliere dei dettagli rivelatori. Bisogna assoggettarsi al flusso, alla corrente del fiume Ohio, che altro non è che il flusso della vita in cui sono immersi i personaggi: uomini e donne intenti a esercitare il difficile mestiere di vivere.

La vita è un gioco complicato: una mossa falsa manda all’aria un intero castello (Sono un cretino), invece un’intuizione geniale decreta la fortuna di uomo (Il trionfo di un moderno). Una singola parola può fare la differenza, ma, a ben guardare, non è questo il segreto di un buon racconto?

Le parole sono armi a doppio taglio. Basta uno stupido errore, una bugia di troppo, per lasciarsi sfuggire dalle dita qualcosa di prezioso, per far alzare di nuovo il muro rende impossibile agli esseri umani l’incontro con l’altro (Storia di un uomo). Il protagonista di Sono un cretino – il titolo è tutto un programma – brucia la possibilità di un amore per colpa di una stupida menzogna, mentre in Intatta una ragazzina viene schiacciata dalla torre immaginaria che ha edificato con tanta attenzione.

Opera ispirata ai testi di Sherwood Anderson

Il mestiere di vivere è un’arte difficile da apprendere per i personaggi di Anderson, specialmente per quelli che si affacciano sulla soglia dell’età adulta : i ragazzi rischiano di venire travolti dall’impetuoso flusso della vita. Le brevi storie di formazione dell’autore sono segnate da inquietudini sessuali e spirituali (Un pagano dell’Ohio), da sinistre linee d’ombra.

Una fanciulla in fiore (Intatta) deve lottare con le unghie e con i denti per impedire che qualcuno violi il santuario della sua anima, obbligandola a sbocciare prima del tempo:

C’era qualcosa di molto tenero e delicato in lei, qualcosa che molte persone avevano desiderato uccidere; questo era sicuro.
Uccidere la delicatezza interiore era un’ossessione del genere umano. Tutti gli uomini e le donne ci provavano. Prima uccidevano la delicatezza dentro di sé, poi cercavano di ucciderla negli altri.

Invece il protagonista de L’uomo che diventò donna ricorda la notte cruciale, segnata da una surreale metamorfosi, che lo ha spinto a riesaminare il modo in cui gli uomini considerano le donne e a interrogarsi sulla linea tagliente che separa l’innocenza dall’esperienza.

Cosa significa diventare adulti? In I tristi suonatori di corno un giovane deve fare i conti con la parola “virilità” e con la terra di nessuno che lo separa dal “diventare grande”. È davvero possibile riuscire ad essere all’altezza del titolo di uomo?

Era stato cacciato dal nido e ora questa cosa, l’essere stato spinto oltre il bordo del nido, era un fatto compiuto. La difficoltà era che, nonostante non fosse più un ragazzo, non era ancora diventato un uomo. Era una cosa che oscillava in aria. Non c’era un posto in cui poter appoggiare i piedi. (…)
Ormai si trovava faccia a faccia con la virilità; era solo. Se solo avesse potuto appoggiare i piedi su qualcosa, se solo avesse potuto vincere la sensazione di cadere nello spazio, in un vuoto enorme.

I ragazzi sospesi nel limbo possono trovare un momentaneo rifugio nel contatto con gli animali, creature tanto semplici e chiare quanto sono contorti e illogici gli esseri umani. Gli adulti, invece, sono spesso costretti a dibattersi tra quattro mura, tra le sbarre di acciaio delle metropoli americane.

Anderson conduce il lettore attraverso le strade di una Chicago (Un Amleto di Chicago, Bottiglie di latte) in attesa di una purificazione, dell’avvento di una luna nuova. La città è una teoria di bottiglie di latte andato a male, abitata da cittadini incapaci di capirsi, di aprirsi gli uni agli altri. Ognuno è rinchiuso nel recinto della sua solitudine (Storia di un uomo):

(…) tutto il libro era attraversato da questa idea, che gli uomini erigessero muri intorno a loro e che tutti gli uomini fossero forse destinati a rimanere per sempre dietro questi muri contro i quali battevano costantemente i pugni o qualsiasi strumento su cui potessero mettere le mani. (…) Gli uomini avevano costruito i muri da soli e ora ci stavano dietro, con la vaga consapevolezza che al di là di quei muri c’era calore, luce, aria, bellezza, vita insomma; ma allo stesso tempo, a causa di una specie di pazzia, i muri continuavano a essere costruiti sempre più alti e più forti.

L’uomo che diventò donna mi è sembrato un invito a riflette sul difficile mestiere di vivere, a fermarsi un attimo per osservare il flusso in cui tutti noi siamo immersi: i racconti non sono mai uno specchio fedele della vita, sono riflessi distorti, ma possono comunque rivelarci qualcosa su noi stessi e sull’umanità in generale. Basta aprire questa antologia per provare il desiderio di tendere, seppur metaforicamente, una mano agli altri, così come ha fatto Cliquot aderendo al progetto Solidarietà digitale. Grazie, ma mannaggia a voi per l’introduzione perfetta!

Per approfondire:

Siamo tutti figli di Sherwood Anderson – Pangea News 

Intervista a Federico Cenci, uno dei fondatori di Cliquot– Mattatoio 5 

6 pensieri su “L’uomo che diventò donna

  1. Pingback: libri (marzo 2020) – pt. II – Le cose minime

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