In culo al mondo

Ci troviamo in un fumoso e irreale bar di Lisbona, ognuno di noi, lettori perduti tra le pagine, ha scelto il suo veleno: whisky, assenzio, vodka, caffè nero e bevande immaginarie dai colori surrealisti. Sulla nostra destra, a un altro tavolo, sono seduti un uomo angosciato e una donna silenziosa, dal volto indecifrabile. Lui è lo scrittore António Lobo Antunes: sta raccontando la storia del suo viaggio allucinante In culo al mondo (Feltrinelli, 2009).

Non dovremmo origliare, lo so, non è educazione, ma il suo monologo possiede la stessa forza ipnotica della Ballata del vecchio marinaio o dei racconti di Marlow. Finiremo col rimanere invischiati, come delle mosche, nel liquido denso e appiccicoso della sua memoria: l’abisso ci attrae, non riusciamo a sottrarci al suo richiamo. Stiamo per addentrarci nel cuore di tenebra dell’ultima guerra coloniale europea, quella che il Portogallo ha indetto contro le sue colonie africane:

Luanda fu dapprima un povero molo privo di maestà, con i suoi magazzini che ondeggiavano sull’umidità e sulla calura. L’acqua assomigliava a una torbida crema solare che luccicasse su un’epidermide sporca e invecchiata, sulla quale funi marcite tracciavano solchi come vene casuali.

luanda baia
Di Mitte27 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41593548

Se Antunes fosse uno storico, metterebbe in fila, come dei soldatini, date ed eventi. Se fosse solo un ex ufficiale medico, sgranerebbe il rosario dei suoi compagni – sbudellati, maciullati, mutilati – e imprecherebbe tra i denti contro Salazar: il Leviatano canticchiava motivetti eroici, mentre i pesci piccoli saltavano sulle mine disseminate, come metastasi, nel suolo dell’Angola. Il nostro vicino di tavolo non è un annalista e non è solo un reduce: è, prima di tutto, uno scrittore, un uomo abituato a trascinarsi dietro una valigia piena di libri.

Mentre Antunes intinge la lingua-penna nell’inchiostro della notte, tra i fumi dell’alcool si levano degli spettri letterari:

(…) forse è Fernando Pessoa che abita in quel signore con gli occhiali, in piedi vicino allo specchio, nella cui acquavite di pera pulsa il volano commosso dell’Ode marittima; forse il mio fratello Scott Fitzgerald (…) verrà prima o poi a sedersi al nostro tavolo e ci spiegherà la disperata tenerezza della notte e l’impossibilità di amare, poiché, sa com’è, la vodka confonde i tempi e abolisce le distanze, (…) per quel che mi riguarda, il mio vero nome è Malcolm Lowry, sono cupo come la tomba dove giace il mio amico, scrivo romanzi immortali (…).

Nel disperato monologo di Antunes riecheggia l’inquietudine di Pessoa: un io scisso, disperso tra gli azulejos di una città asservita a una grigia routine impiegatizia. Fizgerald non ci raggiunge al tavolo, ma l’impossibilità di amare ci brucia comunque in gola: in culo al mondo il romanticismo ha ceduto il passo a meccaniche masturbazioni e ad amplessi mercenari. Lowry, invece, sembra essere davvero dei nostri: le memorie di Antunes ci riportano alla mente la dannazione alcolica del suo console.

angola panoramio
Di Michael Walsh, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=58486378

Se ci alzassimo adesso, potremmo andarcene in compagnia di questi fantasmi letterari ed evitare la marea di disperazione che sta montando nel cuore di Antunes: per sopravvivere, deve spurgare le sue ferite in suppurazione, deve liberare il suo sangue dall’infezione morale che ha contratto in Angola. Lui, a differenza di alcuni dei suoi compatrioti, non è stato in grado di rappezzare con del fil di ferro i guasti alle valvole della sua anima. Lo scrittore divaga e cerca di farsi coraggio con l’alcool, ma, prima o poi, ci rivelerà tutto l’orrore del conflitto.

Perché siamo ancora qui, inchiodati al nostro posto? Perché siamo ipnotizzati dal ritmo delle sue frasi-fiume: frenetico susseguirsi di virgole, che si interrompe solo quando i polmoni iniziano a bruciare per la mancanza di ossigeno. Perché siamo affascinanti dalle metafore e dalle similitudini che si avvicendano rapidamente, come i drink bevuti dall’autore portoghese, infiammando i nostri neuroni:

In questa sala, sa com’è, c’è qualcosa che appartiene a un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare (…). Perfino i camerieri diventano tardi, sonnolenti, mettono radici sul banco come coralli stupefatti che il barman stimola facendo annusare loro i sali di un’acquavite di pera, salvandoli così da un coma vegetale. E eccoci qua, annegati pure noi, a sbattere ogni tanto le conchiglie delle palpebre come polpi di acquario che gorgogliano parole dissolte immediatamente dalla musica di fondo in un mormorio in sordina da marea (…).

lisbona notte
Sandra Vallaure from Seville, Spain [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)%5D
Quindi restiamo qui, fermi al tavolo-palo, in ascolto. Lo scrittore svuota i bicchieri e la mente. Antunes affonda il bisturi nelle piaghe di una guerra del cazzo (quale guerra non lo è?): troppe bare riempite, troppi arti amputati, troppe menti sconvolte. Ne è valsa la pena? Gli uomini bianchi hanno dimostrato la loro superiorità nei confronti dei “pericolosi” e “incivili” abitanti dell’Angola? Salazar si è dimostrato un ottimo padre della patria? Certo, come no, indubbiamente. Un sorriso amaro e sarcastico si allarga sui nostri volti.

Ora che ci siamo irrimediabilmente persi in questo cuore di tenebra, in questo alfabeto dell’orrore, sentiamo il bisogno di saperne di più: vorremmo conoscere meglio i fatti, ma, soprattutto, vorremmo poterli osservare anche da un altro punto di vista. La prospettiva dell’“uomo bianco” è limitante: comporta sempre dei pregiudizi. I “neri” ci vengono mostrati con uno sguardo non privo di preconcetti e i “nemici” ci appaiono come delle ombre prive di nome. Avremmo bisogno di ascoltare la testimonianza di un altro Marlow, africano, per chiarirci le idee…

A un certo punto della notte, lo scrittore e la sua silenziosa compagna si alzano. Di comune accordo, decidiamo di seguirli e di inoltrarci nelle strade di Lisbona

luna park di provincia, invenzione di azulejos che si ripetono, si attraggono e si respingono, e stringono i loro colori indecisi in rettangoli geometrici sui marciapiedi.

lisbona notte
By Allie_Caulfield – Flickr: 2002-10-26 11-15 Andalusien, Lissabon 251 Lissabon, Alfama, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16077534

Lasciamo che il reduce solitario e la sua misteriosa accompagnatrice si perdano tra i meandri di questa città smemorata, che si è dimenticata in fretta di Salazar e delle atrocità perpetrate durante la guerra coloniale. Per ritrovarli, per ascoltare la fine del lungo monologo di Antunes, vi basterà andare In culo al mondo, miei cari lettori. Io, invece, andrò a fare una passeggiata dalle parti della Belém: devo smaltire la sbornia letteraria.

Per approfondire:

La traduttrice e curatrice del volume, Maria José de Lancastre, nella postfazione ha citato diversi romanzi dedicati a questo tragico conflitto. Vi riporto alcuni titoli:

  1. Autopsia di un mare di rovine di João de Melo (dove la guerra è vista anche dall’altro lato perché uno dei due Io-narranti è un guerrigliero africano)
  2. La costa dei sussurri, Lídia Jorge
  3. Percorsi. Dal Luachimo al Luena, Wanda Ramos

In culo al mondo: la recensione di Paola Lorenzini

4 pensieri su “In culo al mondo

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