Una persona alla volta

Mi sono chiesta più volte se e come parlarvi di una Una persona alla volta (Feltrinelli, 2022): non appena provavo a iniziare a scrivere qualcosa, le dita indugiavano, incerte, sulla tastiera. Stavo pensando di lasciar perdere, di postare solo un paio di citazioni, ma il libro postumo di Gino Strada continuava a tornarmi in mente. Quindi eccomi qui, a chiedervi il permesso di scrivere una non-recensione, di affidare a questo spazio virtuale parole maldestre, parole che, nonostante tutto, spero possano trasmettervi i messaggi chiave racchiusi in questo testo.

Il volume ripercorre alcune tappe fondamentali della vita di Emergency, un’utopia diventata realtà, e del suo fondatore, ma non è questo il motivo che mi ha spinta a intraprendere questa lettura. Una persona alla volta è sia un monito (in retrospettiva tristemente profetico) da tenere a mente, sia una luce capace di rischiarare, almeno a tratti, le tenebre che stiamo attraversando: quello che conta è la filosofia di Gino Strada, il lascito morale che è racchiuso nel testo.

Ho letto Una persona alla volta, ma ho riletto solo alcuni passaggi del volume: citazioni che, specialmente in questi giorni, continuano a risuonare nella mente e nel cuore. Frasi che mi disturbano perché riassumono principi etici che l’esistenza stessa di Emergency avrebbe dovuto rendere chiari e imprescindibili, ma che, purtroppo, continuano a venire dimenticati.

La verità è che i passaggi più significativi e brucianti di questo libro dovrebbero venire gridati sotto le finestre dei cosiddetti “grandi del mondo”: dei potenti che decidono di aumentare la spesa destinata agli armamenti e che continuano a pensare che la guerra sia l’unica opzione. Frasi da riscrivere su post-it e appendere sopra le nostre scrivanie: paragrafi a cui guardare in un momento storico in cui stentiamo a trovare vie di uscita dal gioco al massacro che impiega l’umanità da millenni.

Ecco, le dita indugiano di nuovo sulla tastiera, perché sento di non stare osservando le cose dalla prospettiva giusta: l’ottica migliore sarebbe quella del medico, del chirurgo che riesce a rimanere obiettivo e lucido di fronte all’orrore della guerra. Vorrei poter scrivere dal punto di vista di chi, nonostante tutto, ha continuato e continua tuttora a salvare una persona alla volta, a ricucire ferite e a trovare soluzioni. Uno sguardo che io non possiedo, che non ho ereditato dai medici che fanno parte della mia famiglia: il mio è lo sguardo di un’umanista inquieta, di una donna amletica che ha più dubbi che certezze.

Forse è meglio che io faccia un passo indietro e che lasci spazio alle parole di Gino Strada. Riprendo in mano il libro e cerco i passaggi che ho sottolineato:

Se nove vittime su dieci sono civili (…) non è più la stessa guerra, non si dovrebbe nemmeno chiamarla tale.

Gino Strada ha definito la guerra contro i civili come una follia, come un’aberrazione che, un tempo, si pensava essere prerogativa esclusiva dell’Afghanistan. Purtroppo, in questo millennio quella follia è diventata la norma, la costante di conflitti che abbiamo rimosso dalla nostra coscienza e di cui non abbiamo parlato abbastanza: forse li sentivamo distanti da noi; forse credevamo che non ci riguardassero.

Davvero si riduce tutto al colore della pelle, alla nazionalità e alla religione? Esistono profughi e vittime di guerra di serie A e di serie B? No, non fare la moralista, non essere ipocrita, Benny, mi dico scuotendo la testa. Sono la prima a riconoscere di essere rimasta colpita in modo particolare dalla guerra in Ucraina. Sarà perché Kiev è più simile alle nostre città occidentali rispetto a Kabul, sarà per l’illusoria fratellanza creata dall’Eurovision. Sì, forse è così, ma non dovrebbe essere così…

Scriveva Howara Zinn (…): “all’inizio di una guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l’altra è cattiva. Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare: qualsiasi cosa tu faccia, non importa quanto sia orribile, è accettabile.”

Questo è il principio guida di Emergency: curare tuttə, senza distinguere tra “buoni” e “cattivi”, tra “amici” e “nemici”. Il medico vede davanti a sé solo esseri umani, insanguinati e gementi: un’umanità ferita e bisognosa di aiuto. La grandezza di Gino Strada sta qui, in questa scelta. Una scelta radicale che, se venisse condivisa da tuttə, potrebbe allontanare le lancette dell’orologio dalla mezzanotte, dall’Apocalisse.

(…) la guerra non si può umanizzare. Non si può renderla meno pericolosa, crudele e folle, meno omicida, meno suicida. La guerra si può solo abolire.

Per Gino Strada la guerra doveva diventare un’alternativa non più praticabile, un’opzione non più consentita: perché ci ostiniamo a ripetere gli stessi errori? Perché ci illudiamo che una guerra possa servire a esportare diritti e “democrazia”, se è evidente che la guerra è l’incarnazione dell’assenza di diritti? Perché, invece di continuare a dire che un mondo in pace è un’utopia, non proviamo, per una volta, a valutare concrete alternative all’uso delle armi, a una violenza che potrà solo generare altra violenza, in un circolo infinito di morte e distruzione?

Sì, è facile bollare Gino Strada come un sognatore, ma i fatti, i risultati portati a casa da Emergency in questi anni, parlano chiaro: ci mostrano un’altra via che dovremmo provare a percorrere. Non è una via semplice, certo, ma l’alternativa, per quanto più immediata, rischia di portarci sull’orlo del precipizio…

In Una persona alla volta non si parla solo di guerra, ma anche di diritto alla cura. Dicevamo di voler mettere al primo posto la sanità, così da impedire a un’altra emergenza sanitaria di metterci in ginocchio, invece spenderemo soldi in armamenti e lasceremo un paese in preda a crescenti disuguaglianze economiche e sociali.

A oltre settant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, nessun governo, nessuno stato del pianeta ha costruito realmente quei diritti che si era impegnato a realizzare: cibo, cure mediche, istruzione, un posto sicuro dove stare (…). Oggi quel documento suona provocatorio, offensivo. In un mondo in cui miliardi di esseri umani nascono schiavi e diseguali, non ci sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi.

Dicevamo di voler essere migliori, ma non lo siamo. Non so voi, ma io ultimamente mi sento più cinica e disillusa. Forse questo post è solo un modo per lavarmi la coscienza. Faccio la moralista, ma sono la prima a sentirsi amorale. Il libro resta sul comodino: continua a non farmi sentire in pace con me stessa e, purtroppo, sembra un monito destinato a rimanere inascoltato

Nota:

Questo post nasce, anche, come risposta (sempre ammesso che ci siano risposte possibili ai dubbi di questi giorni) a questo pezzo di Ivana, la libraia virtuale

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