Tewje il lattaio

Un interessante post di Sonnenbarke dedicato ai “libri dall’Ucraina” mi ha spinta a intraprendere la lettura di Tevye the Diaryman di Sholem Aleichem (Penguin Classics, 2009), il libro da cui è stato tratto il film Il violinista sul tetto. Vi confesso che ho iniziato questo testo con qualche riserva, perché non ero certa che potesse piacermi, ma i miei dubbi sono stati presto fugati. Quest’opera si è rivelata molto più profonda e affascinante del previsto: lo sventurato Tevye si presta a diventare l’emblema di un’umanità travagliata, tormentata dalle bufere della Storia.

Di che cosa parla La storia di Tewje il lattaio? Credo che l’introduzione di Dan Miron – seppure un tantino verbosa – sia la migliore chiave d’accesso a questo testo, a un libro sospeso tra tragedia e commedia. Aleichem ha condensato in otto brevi novelle due decenni di storia: attraverso una serie di storielle-capitoli, incentrate sulle disavventure di un casaro di provincia, lo scrittore ha raccontato gli ultimi, turbolenti, anni dell’Impero zarista.

L’importanza storica e culturale dell’opera risiede proprio nella sua capacità di restituirci una panoramica sulla vita negli Shtetl (insediamenti ebraici d’Europa orientale) a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento. Visto che gli otto racconti sono stati scritti a intermittenza, l’autore ha avuto modo di narrare l’avvicinarsi di una tempesta: la bufera che ha travolto gli ebrei abituati a convivere pacificamente con i gentili, ma costretti a guardarsi da un regime a loro ostile. Di racconto in racconto, l’orizzonte della narrazione si espande, andando oltre la sfera provinciale in cui vive il protagonista: Aleichem ha descritto i fermenti di fine secolo e i drammatici pogrom innescati dalla rivoluzione del 1905.

Tewje il lattaio è una sorta di doppio dell’autore, un personaggio in cui si rispecchia parte della biografia di Aleichem, ma dobbiamo sempre tenere a mente la linea rossa che separa la realtà dalla finzione. Tewje racconta le sue vicende in prima persona allo scrittore, che si trasforma così in una sorta di confidente-biografo. Il libro ha una forte connotazione orale: la prosa, semplice e colloquiale, è scandita da ripetizioni, da formule ricorrenti. Una prosa semplice, eppure accattivante perché il lattivendolo, nonostante abbia come unico riferimento letterario la Bibbia e sia un povero diavolo, è un grande affabulatore.

La natura orale del testo e il suo peculiare narratore hanno posto e continuano a porre diversi grattacapi ai traduttori: basta pensare alle numerose citazioni bibliche di Tewje, citazioni che il lattaio non fa mai “alla lettera”. Il narratore “manipola” i testi sacri, interpretandoli a modo suo e adattandoli al contesto, alle sue vicende personali: secondo Miron, non è chiaro se agisca così per fare sfoggio della sua “erudizione” o se, invece, voglia instaurare una sorta di discussione con Dio (un Dio decisamente poco benevolo nei suoi confronti). Visto che non tutti i lettori conoscono a menadito la Bibbia, nella mia edizione sono state riportate sia le citazioni originali, sia la “vulgata” di Tewje.

Un secondo, spinoso, problema sta nell’impossibilità di riprodurre la ricchezza espressiva dello yiddish, una lingua vibrante, caratterizzata da particolari espressioni idiomatiche. Per questo motivo, vi consiglio di leggere qualche post dedicato ai proverbi e alle espressioni colloquiali più ricorrenti nella lingua yiddish: solo così potrete davvero apprezzare il testo e immaginare la parlata originale di Tewje. Per esempio, i passaggi in cui il lattaio parla di cucinare bagel nell’oltretomba diventano più chiari, se si conosce l’insulto “che tu possa giacere nella terra e cucinare Bagel!”

La storia di Tewje il lattaio è, almeno a parer mio, un libro più tragico che comico. Il primo capitolo, quello in cui il lattaio “fa fortuna,” ci illude con la sua comicità e la sua ambientazione alla “c’era una volta”, ma si tratta, per l’appunto, di un’illusione destinata ad avere breve durata. Tewje, con le sue numerose figlie da maritare, sembra uscito da un libro di fiabe: la stessa struttura dei racconti, incentrati di volta in volta su una figlia che va in sposa, ci riporta al mondo delle fiabe, ma la tragedia è sempre dietro l’angolo.

La vita del lattaio è un susseguirsi di sciagure, sciagure che rispecchiano la travagliata vita della comunità ebraica. Tewje è un anti-eroe, un personaggio senza qualità, che subisce più sventure del biblicamente e proverbialmente disgraziato Giona: la forza di Tewje, così come quella del libro, risiede, oltre che nelle sue capacità affabulatorie, nella sua anti-eroica resilienza. Il lattaio dialoga più volte con un Dio di cui avrebbe un disperato bisogno, con un Messia che dovrebbe tornare sulla Terra per aiutarlo, ma che, invece, resta lassù, silenzioso, nell’alto dei cieli. Visto che Lui si ostina a tacere, Tewje può solo continuare a parlare, a dare voce alle sue tribolazioni e quelle del suo popolo.

Approfondimenti:

L’edizione italiana targata Bollati Boringhieri

Un breve profilo dell’autore su IlLibraio

Contro la violenza dei progrom Sholem Aleichem sfodera l’arma dell’ironia – La Stampa

6 pensieri su “Tewje il lattaio

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