Migrazioni e tortura

Quello che vi propongo oggi è un testo a dir poco scomodo: un libro che ci obbliga a interrogarci sul modo in cui, in questi ultimi anni, il fenomeno migratorio è stato raccontato e gestito. I dodici saggi raccolti in Torture, Structural Violence and Migration (Edizioni Ca’ Foscari, 2023), a cura di Fabio Perocco, prendono in esame un contesto globale in cui – complici l’inasprimento delle politiche migratorie e il razzismo istituzionale – la tortura è diventata un elemento strutturale dell’esperienza migratoria. In teoria, le leggi internazionali dovrebbero garantire il rispetto dei diritti umani, ma, in realtà la tortura è un filo rosso che unisce le rotte percorse da chi è costrettə a lasciare il suo paese.

Il saggio introduttivo del professor Perocco, oltre a offrirci una panoramica dei contributi raccolti nel volume, delinea un contesto in cui lə migranti si ritrovano a vivere in condizioni sempre più disumane e precarie: da una parte c’è chi viene respintə lungo le frontiere, dall’altra c’è chi, una volta arrivatə in Europa, finisce col venire sfruttatə e sottopagatə.

In Torture and Racism A Brief Insight into an Age-Old and Intimate Relationship, Iside Gjergji denuncia un sistema basato sulla disumanizzazione dellə migranti: la loro dignità di persone viene svilita perché sono consideratə non tanto come esseri umani con dei precisi diritti, quanto come manodopera a basso costo e facilmente ricattabile.

Il saggio Torturing Environments and Migration di Pau Pérez-Sales, Andrea Galán-Santamarina e Julia Manek evidenzia la necessità di cambiare paradigma, di non considerare più i fenomeni migratori come un’emergenza da gestire seguendo criteri pragmatici e “logistici”. Bisogna rimettere al centro le persone e i loro diritti: il limbo delle frontiere (frontiere in cui il rispetto dei diritti umani non è quasi mai garantito) deve venire sostituito da spazi davvero sicuri.

Passiamo dalle parole all’evidenza dei fatti: i dati raccolti da Pérez-Sales, Galàn-Santamarina e Manek sono un pugno allo stomaco. Il 93% dellə “ospiti” dei centri per migranti del Messico hanno denunciato condizioni inumane di detenzione. L’80.7% ha sofferto la fame e la sete. Il 66.7% ha subito minacce. Il quadro non migliora se passiamo al tristemente famoso Campo di Moria: il 41% delle donne e l’8% degli uomini hanno denunciato abusi sessuali.

In The Border is the Violence War, Empire and Migrants in the Making of the US-Mexico Border, Alexander Aviña ripercorre la storia di un confine che, durante la presidenza Trump, è balzato agli onori (se così si può dire) della cronaca: il suo contributo mette in luce il modo in cui “lo straniero” è stato trasformato in un Alieno, in un estraneo minaccioso. Invece Muhammad Ridwan Mostafa (The Predicament of the Rohingya Refugee, Between Violence and Expulsion) racconta le vicissitudini dell’etnia Rohingya (vedi l’approfondimento sul sito di Medici senza frontiere), un’etnia “senza stato” che è stata privata dei più basilari diritti umani.

Torture, Migration, and State Violence in Contemporary Spain di Olga Jubany e Alèxia Rué insiste sulle criticità del sistema d’asilo spagnolo: un sistema che, in teoria, è stato progettato per proteggere lə migranti e garantire la loro in inclusione nella società, ma che, in realtà, tiene raramente conto della loro salute mentale e dei loro problemi. Invece il saggio Torturing Them out of the Country The Israeli Asylum Seeker ‘System’ and Its Torture-Like Policies di Diego Alberto Biancolin denuncia le storture e gli abusi un sistema di accoglienza che non è stato pensato per accogliere, ma per respingere lə richiedenti asilo.

Replay of Torture Across ‘Other’ Places and ‘Europe’. The Case of Migration at the Bosnian-Croatian Border di Karolína Augustová raccoglie le testimonianze di chi partecipa al “game”, di chi percorre la rotta Balcanica. Lə migranti subiscono violenze fisiche e psicologiche: le forze dell’ordine non rispettano né la loro cultura (le donne mussulmane sono costrette a togliersi il velo), né la loro dignità di esseri umani.

Meriç Border (Towards the Legalisation of Pushbacks and Inhuman Treatment in Greece The Case of Evros) ha raccolto una serie di testimonianze che ci parlano di diritti negati e calpestati. Mi limito a riportarvi la storia di Fady, un uomo di origini siriane che, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno in Germania, è rimasto bloccato in un centro di detenzione per migranti in Grecia. Fady ha lasciato la Germania per cercare il suo fratello minore, ma è stato arrestato delle autorità greche: le forze dell’ordine gli hanno sottratto i documenti e le chiavi di casa, ricacciandolo nel limbo della clandestinità.

The Experience of Undocumented Women and Children in Detention Centres in Belgium Ill-Treatment or Torture? di Nouria Ouali denuncia il trattamento riservato dalle autorità belghe a donne e minori. A restare impressa a fuoco nella mente è la storia di Sémira Adamu (vedi Amnesty.org), una donna che è stata soffocata con cuscino: negli anni’90, le forze dell’ordine utilizzavano simili mezzi di coercizione per “silenziare” e tenere sotto controllo chi doveva venire rimpatriatə via aereo.

Infine, due saggi focalizzati sulla situazione italiana: Relocation of Torture and ‘State Torture’ Readmission Agreements, Externalisation of Borders and Closure of Ports in the Mediterranean Sea di Alessandra Algostino e Migration, Violence, Mental Health Psychotraumatology, Health Policies and Protection di Massimiliano Aragona, Salvatore Geraci e Marco Mazzetti. Il primo è incentrato sul Memorandum Italia-Libia e sull’atteggiamento delle autorità nostrane nei confronti delle ONG. Il secondo è dedicato alla salute mentale dellə migranti: negli ultimi anni il quadro delle patologie psichiche si è andato progressivamente aggravando.

Migration and Torture in Today’s World ci offre molteplici spunti di riflessione e, soprattutto, ci mette davanti a una questione morale indifferibile: quando si affronta il tema delle migrazioni, bisogna ricordarsi che dietro i numeri degli sbarchi si nascondono delle persone. Una democrazia non può chiamarsi tale se non contempla il rispetto dei diritti umani. Certo, le migrazioni pongono sfide epocali ai governi occidentali, ma non si può certo pensare di affrontarle erigendo muri e calpestando i diritti su cui l’Europa dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere fondata.

Approfondimenti:

Piero Dal Poz dialoga con Fabio Perocco – Unive

Vi consiglio di integrare la lettura con la visione dei reportage (sono facilmente reperibili su Youtube e su La Stampa) che la giornalista Francesca Mannocchi ha realizzato in Libia, Tunisia e Somalia.

14 pensieri su “Migrazioni e tortura

  1. È un tema di scottante attualità…Il fenomeno migratorio è senza dubbio uno dei temi più importanti e delicati del nostro tempo, che richiede una profonda riflessione e un’azione concreta da parte delle istituzioni e della società civile. Magari, i preposti, potrebbero leggere questo libro e porre uno sguardo critico e approfondito su come la tortura e la violenza strutturale siano diventate parte integrante dell’esperienza migratoria.

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  2. E’ una delle grandi criticità a cui si dovrebbe cercare di dare priorità da parte sia dei governi dei singoli paesi, sia da parte delle istituzioni internazionali. Purtroppo tutti sembrano troppo impegnati a difendere i propri orticelli/interessi, a foraggiare l’industria bellica, a finanziare chi fa da “filtro” (es Turchia) e a fare tanta retorica nelle occasioni ufficiali ma a cui poi non corrisponde nulla di concreto. Sulla pelle dei più deboli e indifesi.

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    1. Il problema è che non si tratta di violenza gratuita, ma di una violenza praticata in modo sistematico per sottomettere/controllare/reprimere/respingere persone che, purtroppo, vengono considerate solo come “corpi estranei” e/o come forza lavoro da sfruttare.

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      1. Ah, certo, per loro lo scopo è chiaro, come il disprezzo che provano. È che per me è talmente assurdo comportarsi in questo modo che non riesco proprio a capire cosa scatta nella testa di queste persone. E purtroppo so che non c’è risposta definitiva, dipende tutto dall’ambiente votato all’odio cui loro in primis hanno vissuto, ma lo trovo comunque triste e senza senso.

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      2. Le fragilità e le zone d’ombra delle nostre democrazie, così come il dilagare dell’odio e dell’indifferenza fanno paura. Capisco il tuo sconcerto: ogni brava persona lo prova (per quel che mi riguardo temo di essere ormai sin troppo cinica e disillusa).

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      1. Vero, ma fa piacere vedere che siamo ancora in grado di vedere un dramma umanitario per quello che è. Il problema è che si continua a vedere l’immigrazione come un fenomeno eccezionale e quindi emergenziale e non come qualcosa di assolutamente naturale e umano, al quale si aggiungono le decine di catastrofi in corso dalle quali le persone scappano.

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  3. Pingback: Syrian Refugees in Turkey – Il verbo leggere

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