Pian della Tortilla

Quando un autore mi colpisce dritta al cuore, tendo a cercare istintivamente il suo nome tra gli scaffali, a perdermi più e più volte tra le sue pagine. Dopo aver letto capolavori come La valle dell’Eden, Uomini e topi, Furore e La Perla, ho deciso di fare ancora una volta affidamento sul caro vecchio Steinbeck. Una decisione di cui ho rischiato di pentirmi perché, all’inizio, non sono rimasta per niente entusiasta di Tortilla Flat: vi confesso che sono arrivata a un passo dall’interrompere questa lettura.

Qualche tempo fa La libraia virtuale – una blogger saggia, ma che non ha ama essere definita tale – mi ha detto che bisogna imparare a “lasciar andare” gli scrittori. Ivana riesce a intuire se un autore le ha già dato o meno “tutto quello che poteva”: riesce a capire se, leggendo altre sue opere, ritroverà o meno la stessa magia, la stessa chimica letteraria.

Morale della favola? Non dobbiamo per forza leggere tutte le opere di un autore. Possiamo limitarci ad alcuni capolavori. Una lezione che avrei dovuto imparare, ma che continuo a dimenticare.

La triste verità – una verità per me difficile da accettare – è che uno scrittore può stregarci con uno o più romanzi, ma non è detto che tutta la produzione letteraria sia in grado di fare altrettanto. Per esempio, le sue opere giovanili possono deluderci, specialmente se le mettiamo a confronto con i suoi testi più importanti e conosciuti. Qualcosa di simile accade a chi, dopo aver sfogliato avidamente capolavori come Le notti bianche e Delitto e castigo, si accinge a leggere Povera gente, un esordio che non potrà mai competere con quelle pagine immortali.

Quando ho iniziato a leggere Pian della Tortilla in lingua originale, ho provato un senso di frustrazione mista a delusione. Quando “conosci” (o pensi di conoscere) un autore il tuo sguardo di lettore viene inevitabilmente distorto dalle tue aspettative: pensi che debba scrivere così e non cosà, che debba toccare certe corde e non altre. Una pretesa assurda, perché tu, in quel momento, conosci solo una parte del percorso di vita (e di scrittura) di quella persona: ti manca la visione d’insieme necessaria per capire davvero le parole che stai leggendo.

Pian della Tortilla inizia con una di quelle “avvertenze” che spingono noi lettori a non prendere in parola l’autore, a fare il contrario di quello che ci viene chiesto di fare (vi riporto il testo dell’edizione Bompiani su cui ritornerò a breve):

A Monterey, vecchia città marina della California, queste cose sono note e vengono ripetute, magnificate, a volte anche, naturalmente, esagerate. È bene dunque fissarle sulla carta perché, in un tempo futuro, i dotti non possano dire come dicono di Re Artù, di Orlando e di Robin Hood: “Danny? Gli amici di Danny? La casa di Danny? Tutte leggende, Danny è un dio della natura, e i suoi amici sono simboli primitivi del vento, del cielo, del sole.

Ovviamente, ho subito dato per scontato che i protagonisti del racconto dovessero intrattenere stretti rapporti con Re Artù, Orlando e Robin Hood: credevo che, di lì a poco, mi sarei trovata davanti a simboli e/o “reincarnazioni” di antiche figure leggendarie. È stato un errore: il legame con il ciclo arturiano esiste eccome – ne riparleremo tra un attimo – , ma la ricerca ossessiva di precise corrispondenze tra il mondo di Pian della Tortilla e quello di Camelot rischia di privare i lettori del piacere della lettura.

Noi lettori non dobbiamo dimenticarci del piano letterale: prima di tutto, dobbiamo considerare Danny e i suoi amici come delle persone qualsiasi; non possiamo pretendere che ricalchino fedelmente le orme di antichi eroi o divinità. Per riuscirci dobbiamo affidarci a un’edizione dotata di una buona introduzione, come quella targata Bompiani. L’approfondita e appassionata Presentazione di Luigi Sampietro ci insegna a vedere questi personaggi per quello che sono, ovvero dei paisanos:

Discendenti dei primi californiani (…) gente povera ma felice, (…) perdigiorno amorali ma intimamente incoscienti nelle cui vene si intreccia sangue messicano, indio e spagnolo.

Il cuore pulsante del libro è rappresentato dalle avventure picaresche e, talvolta, bislacche, della combriccola di Danny. Attraverso una serie di episodi-capitoli, Steinbeck canta le “gesta” di questo sgangherato gruppetto: una vita fatta di espedienti, funestata dall’ombra della Grande Depressione, si tramuta in un susseguirsi di improbabili “queste”. L’episodio in cui Danny regala alla sua bella un elettrodomestico “di lusso” – un aspirapolvere che lei può solo fingere di usare perché non ha l’elettricità in casa –  è memorabile.

La prima impressione è quella di trovarsi davanti a una vicenda simile a quella narrata in Quel fantastico giovedì, a un romanzo incentrato sul tema dell’amicizia e su incidenti più o meno surreali: una buona storia, certo, ma non all’altezza dei capolavori immortali di Steinbeck. Un libro, diciamolo pure apertamente, dimenticabile. Però le cose non stanno proprio così: Pian della tortilla ha una sua dignità letteraria, una dignità che emerge appieno solo proseguendo nella lettura e prestando attenzione ad alcune spie linguistiche, spie evidenti soprattutto nella versione in lingua originale.

Avete tenuto a mente l’associazione Danny-Artù, vero? Gli amici di Danny si esprimono spesso in un inglese desueto e aulico. Il legame che unisce i paisanos ai Cavalieri della Tavola Rotonda emerge non tanto nei singoli episodi della storia, quanto negli ideali che regolano la vita comune dei personaggi. In un certo senso, Steinbeck ha seguito il percorso tracciato da Ariosto e Calvino: ha ripreso l’immaginario dei cavalieri, ma lo ha adatto a una nuova realtà, alla California degli anni Trenta.

Danny è un re Artù senza corona, ma in grado di accogliere la sua corte in un “castello” (la casa che ha ricevuto in eredità). Allo stesso tempo, è anche un Orlando che perde il senno se non ha la possibilità di “errare”, di vagare a suo piacimento e di innamorarsi come e quando vuole. Lui è l’eroe destinato a combattere un misterioso nemico: un Avversario che, come sottolineato da Sampietro, potrebbe non essere altro che lo “Spirito della civilizzazione”. Un nemico invisibile che si abbatte su un uomo (o su un re/semidio) che ha sempre vissuto alla giornata, senza preoccuparsi troppo dei beni materiali.

Lasciatevi guidare da Sampietro tra le pieghe di un testo, apparentemente dimenticabile e trascurabile, in cui sono presenti i temi e l’attenzione verso il prossimo che hanno reso grande Steinbeck, che hanno segnato il suo cammino di scrittore. Vale sempre la pena di tornare nella sua Monterey, nella città che, grazie alla sua penna, si è rivestita di un alone mitico.

Approfondimenti:

La “tavola rotonda” di Steinbeck – Flaneri 

Tortilla Flat is not for literary slummers – The Guardian 

La guida allo studio (in inglese) di SparkNotes 

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4 pensieri su “Pian della Tortilla

  1. Grazie per l’attenzione alle mie “sagge sparate”, che appartengono solitamente al genere fate quel che dico non fate quel che faccio.
    Sai che di Pian della Tortilla ho un ricordo tanto vago da non essere più tale, da una lontana prima giovinezza? Ricordo solo che ne avevo amato la lettura; ma non l’ho più riletto.
    Dovrò recuperarlo. E grazie per l’indicazione editoriale, dato che, in casa, non lo ritrovo, così come per l’ottima recensione.

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    1. Grazie a te sia per le tue “sagge sparate”, sia per l’attenzione che dedichi a questo improbabile blog!
      Bompiani ha fatto un ottimo lavoro con le opere di Steinbeck 😊.
      P.S. Anche io mi rendo conto di avere ormai solo vaghi ricordi di libri letti decadi fa… In questo senso, il blog aiuta la mia memoria, permettendomi di avere sotto mano una sorta di “diario delle mie letture”.

      Piace a 2 people

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