La vita nascosta

Peccato d’omissione: non ho confessato agli editori de La vita nascosta (Il ramo e la foglia edizioni, 2022) che l’opera prima di Raffaele Donnarumma non ha bisogno di presentazioni e/o recensioni. Basta leggere l’incipit del romanzo per rendersi conto dell’alta qualità letteraria della prosa e per realizzare di essere davanti a una voce narrante unica, inconfondibile. Basta leggere l’intervista all’autore per cogliere l’essenza (e i pregi) del testo. Se appartenete alla schiera dei lettori che vogliono pensare e che vogliono essere presi in contropiede, questo libro non può mancare nella vostra libreria.

Non è semplice scrivere una recensione superflua, ma devo provarci. Da dove posso iniziare? Forse dal mio tentativo di anticipare le mosse dello scrittore: volevo provare a “evitare di essere presa in contropiede”. Ci sono riuscita solo in parte perché Raffaele Donnarumma è un avversario a dir poco ostico: un professore universitario che è riuscito a passare – con una facilità disarmante – dalle vesti di accademico a quelle di romanziere.

Quando mi trovo davanti a romanzi scritti in prima persona mi impongo di mantenere una certa distanza dall’io narrante: basta poco per lasciarsi ammaliare da quella voce, basta una minima distrazione per dimenticarsi che non puoi/devi prestarle ciecamente fiducia. Nel caso de La vita nascosta c’è anche un’ulteriore complicazione: R., per certi versi, è un alter ego del suo autore. Guai a confondere creatura e creatore: Philip Roth e Nathan Zuckerman mi hanno insegnato a tenere sempre sott’occhio la sottile linea d’inchiostro che separa realtà e finzione. I romanzieri prendono spesso spunto dal loro vissuto, ma non danno mai vita a specchi fedeli delle loro esistenze.

Per mantenere la giusta distanza dalla voce narrante, immagino di prendere posto in un’immaginaria aula magna e di lasciare al professore il posto che gli compete: la cattedra. Mentre R. parla, inizio a prendere appunti, a tracciare il suo ritratto. Sul mio taccuino appare il profilo di un intellettuale in crisi: un uomo costretto a fare i conti con le sue debolezze e con i dolori della mezza età. Un uomo ironico e diffidente verso sé stesso. Un uomo che ha tradito ed è stato tradito a sua volta dal suo compagno. S. ha lasciato R.:

– Noi stiamo insieme da quindici anni. Tu non puoi farmi questo. – Stiamo insieme quando pare a te. Stiamo insieme perché dormiamo nello stesso letto, mangiamo a questo tavolo, ma quante volte ci parliamo ancora? (…)

Nella prima parte de La vita nascosta, Raffaele Donnarumma mette in scena le fasi del dolore attraversate da chi si ritrova tra le mani le schegge di un amore andato in frantumi. Un’esperienza che comporta un surplus di solitudine per un gay che vive in una società non sempre aperta e inclusiva. Un dolore che da singolare si fa universale: lo scrittore racconta ossessioni (come quella per la perfezione fisica) e inquietudini comuni a tutti gli esseri umani.

L’intreccio de La vita nascosta non si basa tanto sui fatti, quanto sulla vita interiore dell’io narrante: R. dipana l’aggrovigliato gomitolo dei suoi ricordi e delle sue emozioni. Dubito che sarei riuscita a “perdonare” a un altro scrittore digressioni sul microcosmo accademico e sul culturismo, ma di fronte alla prosa di Donnarumma ogni obiezione viene meno. La sua penna è capace di conferire dignità letteraria a episodi apparentemente banali:

Il vitalismo delle palestre, come le loro luci, la musica a palla, i colori sparati sui muri, l’allegria sudata degli istruttori di fitness o di pilates, è l’apparato decorativo di un istinto rabbioso alla mortificazione di sé, la chiesa barocca di stucchi e marmi tramischi costruita sopra un ossario.

Raffaele Donnarumma conosce sin troppo bene il mestiere di scrivere: la sua scrittura nasce da un amore incondizionato, viscerale, per la lingua italiana. Le similitudini disseminate tra le pagine riescono sempre a sorprendermi con associazioni poetiche e/o inaspettate. Proseguo la lettura a ritmo spedito, ma, di tanto in tanto, sento il bisogno di rileggere alcune frasi, di assaporarle con calma, nonostante abbiano un retrogusto amaro come la solitudine.

La vita nascosta è un susseguirsi di citazioni letterarie, di rimandi a libri amati: R. e il suo autore condividono la stessa biblioteca. Una biblioteca in cui Flaubert demistificatore dei nostri desideri e delle nostre coscienze e Svevo occupano un posto d’onore…

Zeno! Nella mia testa suona un campanello d’allarme: mi sto lasciando stregare dalla sirena del bello stile e non sto prestando abbastanza attenzione a ciò che la voce narrante nasconde tra le righe. Non posso fidarmi di R., dell’intellettuale che ha sostituito all’“ultima sigaretta” l’ultimo accesso a un sito d’incontri. Distolgo lo sguardo dal professore per concentrarmi su Anna, una presenza che rimane sempre al di là dello schermo. L’amica etero di R. mette in luce fragilità e contraddizioni:

– Ci perderai mica troppo tempo? Secondo me ti fa male. Anna iniziava a mostrare qualche preoccupazione, mi trascinava dai cieli metacronici alle cure banali del quaggiù.

– Io non gioco a fare il sano.

– Sarà come dici tu. Ma non vorrei che tutto questo servisse a nascondere che sei un po’ malato anche tu, e sul serio.

Alla fine, Raffaele Donnarumma riesce a prendermi in contropiede: pensavo che questa puntuale disanima delle nostre ossessioni virtuali fosse destinata a sfociare nella caccia a un avatar misterioso, ma mi sbagliavo e di grosso. L., il giovane che R. ha conosciuto online, si palesa in carne e ossa, ma resta comunque una figura sfuggente e difficile da decifrare: anche lui ha una vita nascosta. La relazione tra R. e L. è scandita da dubbi, riflessioni sulla depressione e provocazioni alla “Houellebecq” volte non tanto a scioccare, quanto a mostrare ferite e cicatrici.

Più proseguo nella lettura, più sento aumentare una certa inquietudine. R. ha bisogno di classificare le persone, di suddividerle in precise categorie, ma ho l’impressione che dietro questa fissazione per le etichette si nasconda l’ansia provocata da una vita si rifiuta di venire messa in ordine, di sottostare alle sue regole: l’esistenza gli sfugge tra le dita.

Nella facciata dell’intellettuale rigoroso iniziano ad aprirsi delle fratture, crepe dietro cui appare il volto di un uomo fragile e, talvolta, meschino (quale essere umano non lo è?). La luce della ragione, che dovrebbe servire a fare chiarezza, finisce solo con far emergere incertezze e omissioni:

Non ci si può fidare del pensiero, che copre sempre qualcosa e ci nasconde a noi stessi. (…) sulla certezza della nostra inaffidabilità si fonda l’unica speranza che abbiamo di essere onesti.

R. vive in un mondo popolato da fantasmi, da assenze che non possono essere colmate. Un mondo segnato da incomprensioni e divisioni che rendono difficile sia il dialogo tra gay ed etero, sia quello tra generazioni diverse. R. cammina da solo sulla Spiaggia di Sereni. Lo lascio alle sue riflessioni e ai suoi ricordi. Chiudo La vita nascosta, ma non riesco a liberarmi dall’inquietudine che questa lettura mi ha lasciato addosso. I libri migliori sono quelli che ti prendono in contropiede (che tu lo voglia o meno) e che ti disturbano:

I libri che non ci avvelenano un po’ la vita non servono a nulla. Ho scritto un romanzo per guardare cose che preferirei non vedere.

Approfondimenti:

Il ramo e la foglia edizioni

L’incipit del libro – LPLC2

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