Schiavo d’amore

Schiavo d’amore (Adelphi, 2014 ) di W. Somerset Maugham è un romanzo corposo (sin troppo) e complesso: assomiglia a un variopinto tappeto orientale, a un intrico di fili che potrebbe celare la chiave del segreto dell’esistenza. Per cogliere appieno l’essenza di questo testo, bisogna guardare al suo titolo originale, Of Human Bondage: lo scrittore ha fatto riferimento a un capitolo dell’Etica di Spinoza in cui vengono analizzati i legami che rendono l’umanità schiava, le passioni che incatenano le nostre anime.

Quali sono i vincoli che condizionano la nostra vita? La religione, specialmente se si riduce alla ripetizione di gesti rituali e/o se si finisce col considerare Dio come un mero dispensatore di premi e di punizioni. Le aspirazioni deluse. La morale, se viene intesa come un “poliziotto cattivo”, pronto a coglierti con le mani nel sacco. Il denaro e il lavoro. La fiamma della passione che si tramuta in un incendio indomabile. Quanto spazio di manovra resta al libero arbitrio, in mezzo a tanti lacci? Maugham ci spinge a interrogarci su questo tema spinoso, con la consapevolezza che non esiste una soluzione facile a un tale dilemma.

Qual è il significato della vita umana? L’esistenza di Philip Carey, il protagonista di Schiavo d’amore, sembra ruotare attorno a questo quesito millenario. Il suo percorso di formazione – un apprendistato che affonda le sue radici nella travagliata biografia di Maugham – è scandito sia da delusioni e passi falsi, sia da lampi d’illuminazione capaci di squarciare, seppur temporaneamente, le tenebre dell’incertezza e dello sconforto.

I primi capitoli del libro riportano alla mente un altro classico della letteratura, un altro bildungsroman autobiografico: David Copperfield. Philip e David sono orfani destinati a entrare in collisione con la loro nuova figura paterna. Entrambi cercano nella letteratura un (illusorio) porto sicuro dalle tempeste della vita:

Insensibilmente si formò in lui l’abitudine più deliziosa del mondo, l’abitudine alla lettura. Philip non sapeva di procurarsi così un rifugio da tutte le afflizioni della vita; e nemmeno sapeva di creare per sé un mondo irreale che avrebbe fatto del mondo reale quotidiano una fonte di amare delusioni.

Si potrebbe quasi tentare l’esperimento di una lettura “in parallelo” di questi due grandi romanzi. I punti di contatto e i parallelismi sono evidenti anche ai lettori più distratti: la suddivisione in capitoli-episodi, la commedia umana londinese, l’attenzione per i dettagli, una certa prolissità. Tra le righe di Maugham, a tratti, si respira un’atmosfera tipicamente dickensiana. Il richiamo all’autore di David Copperfield viene persino esplicitato direttamente in diversi passaggi di Schiavo d’amore.

A un certo punto del romanzo, la storia di Philip si allontana da quella di David, ma subentra il tema delle Grandi Speranze disilluse, quasi a rimarcare una linea di continuità con Dickens. Maugham/Carey lascia l’austera Londra per inseguire il sogno di diventare un artista. Il giovane approda in una Parigi bohémienne, teoria di misere soffitte e di locali fumosi. Una volta passato il Canale della Manica, l‘impianto filosofico di Of Human Bondage diventa più evidente: tra un bicchiere d’assenzio e l’altro, il protagonista e lə suə nuovə conoscenti discutono intorno all’arte, alla bellezza e alla morale.

Il Bohémien, di Thomas Eakins (1890)
Il Bohémien, di Thomas Eakins (1890)

La spensieratezza della giovinezza lascia presto spazio a una cupa malinconia. I sogni non sono sempre destinati a realizzarsi: non tuttə riescono a librarsi al di sopra della plumbea cappa della mediocrità. Come diceva Paul Nizan, i vent’anni non sono affatto la più bella età della vita:

È un’illusione che la giovinezza sia felice, un’illusione di coloro che l’hanno perduta; ma i giovani sanno di essere sventurati, perché sono pieni degli ideali menzogneri di cui sono stati infarciti, e ogni contatto col reale li offende e li ferisce.

Il romanzo ruota attorno alle intermittenze del cuore di Philip e ai suoi tentativi di farsi strada nel mondo, nonostante l’handicap di un piede equino e di un cuore troppo cinico e troppo vulnerabile. Per una folgorante e intensa serie di capitoli, Schiavo d’amore narra una delle più tormentate e tossiche storie d’amore della letteratura:

Quell’amore era una tortura, ed egli aborriva esserne soggiogato; era prigioniero e agognava la libertà. (…) E gli pareva che al mondo non potesse esistere pena maggiore che amare e condannare a un tempo.

Philip odia e ama l’androgina Mildred: un amour fou che rischia di mettere a repentaglio la sua sanità mentale e il suo futuro. Noi lettori dovremmo disprezzare questa giovane opportunista, ma l’eccesso di misoginia di Carey/Maugham sortisce l’effetto opposto: finiamo col compatirla, col considerare lei come la vera schiava delle passioni umane.

Una volta esaurita questa “fiammata passionale”, l’intreccio procede lentamente, avviandosi verso un finale dal sapore dickensiano: vi confesso che, in certi passaggi, la mia soglia dell’attenzione è calata vertiginosamente. Maugham è sin troppo prolisso: ci sono troppi dettagli, troppi personaggi secondari e troppe ripetizioni. Per non parlare del protagonista: è facile rispecchiarsi nelle sue inquietudini, nella sua queste esistenziale, ma è molto più difficile non trovarlo irritante.

Secondo me, questo classico non va letto tanto per la sua trama, talvolta banale, e/o per i suoi personaggi: siamo lontani dalla magnifica tensione narrativa di Acque morte e de Il velo dipinto. In Of Human Bondage, come ne Il filo del rasoio, a calamitare l’attenzione sono la fine analisi psicologica e la sotto-trama filosofica che si cela dietro l’intreccio.

Maugham ha scritto che un segno della grandezza di uno scrittore è che teste differenti trovano in lui differenti motivi d’ispirazione: ecco, credo che questo sia esattamente quello che accade quando si legge Schiavo d’amore. Ognunə leggerà questo classico alla luce delle sue esperienze e ne trarrà diverse conclusioni. Ognunə di noi, amanti dei libri che consumano i romanzi come se fossero sigarette, verrà colpitə da un passaggio in particolare, da una pagina in cui scorgerà la trama segreta della sua esistenza:

“Perché leggi (…)?” “In parte per piacere, perché è un’abitudine, e non leggere mi indispone come non fumare, e in parte per conoscermi. Quando leggo un libro (…) di tanto in tanto mi imbatto in una pagina, magari solo una frase, che ha un significato per me, e diventa parte di me (…). Vedi, a me pare che ognuno di noi sia un po’ come un bocciolo chiuso, e il più di quello che legge e fa non ha nessun effetto; ma ci sono certe cose che per lui hanno un significato particolare, e fanno schiudere un petalo; e i petali si schiudono uno ad uno, e alla fine ecco un fiore”.

Approfondimenti:

Somerset Maugham, scrittore (e agente segreto) da riscoprire – Pangea News

Le recensioni di NonSoloProust e di Appuntario

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