Opera prima: Williwaw

Mi sa che sono masochista, sì non c’è altra spiegazione. Altrimenti perché mai avrei dovuto leggere Williwaw (University of Chicago, 2003), il libro che Gore Vidal ha scritto a soli diciannove anni? Un testo che impone scomodi confronti a chiunque abbia sognato una carriera da scrittore: della serie, pulce nell’orecchio forse è meglio che smetto… Un’opera in cui si intravvede un grande talento sul punto di sbocciare e che ti fa pensare al tuo, inesistente, talento letterario…

Beh, ormai siamo qui, quindi immagino che sia troppo tardi per invertire la rotta: tanto vale che vi parli di Williwaw, di un libro di mare che va ad aggiungersi al mio già ampio scaffale virtuale dedicato alla letteratura marinaresca. Più precisamente va ad aggiungersi alla serie di titoli dedicati alle mille e più disavventure in cui può incorrere chi decide di salpare sui marosi color del vino.

L’opera prima di Gore Vidal è permeata da una sottile, strisciante tensione: sin dal principio, sappiamo che qualcosa andrà storto. A dire il vero basta conoscere il significato dell’enigmatico titolo del libro, per rendersi conto che la navigazione non filerà liscia: il williwaw è un particolare tipo di vento violento e improvviso. Durante la lettura, realizzeremo che l’attesa della burrasca è essa stessa la burrasca. No, scusate, mi devo essere confusa con la citazione sull’attesa del piacere…

Nel primo capitolo, ci ritroviamo a vagare in un porto desolato e desolante, popolato da anime più o meno morte. Lo scrittore ci mette davanti a un cast di personaggi ben poco raccomandabili, degni de le Acque morte di Maugham e/o di un giallo di Agatha Christie. Permettetevi di presentarvi un paio di questi bei tipi: laggiù c’è Evans, un tormentato skipper destinato a rimanere avvolto da un alone di mistero; il capo ingegnere Duval si è già inimicato uno dei suoi compagni di viaggio; l’unico personaggio “rispettabile” è il cappellano che si imbarcherà come passeggero.

Finalmente, l’equipaggio lascia la terraferma e fa rotta verso le isole Aleutine. Però, bisogna tenere conto anche del rovescio della medaglia: i personaggi si sono finalmente mossi, ma ora sono costretti a condividere uno spazio ristretto, claustrofobico. Le scelte che hanno compiuto in porto – un porto in cui le donne si vendono per pochi spiccioli, forse più per scacciare la solitudine che per denaro – torneranno a perseguitarli. La Seconda guerra mondiale infuria là fuori, ma Vidal ci spinge a concentrare la nostra attenzione sulle guerre private che ogni marinaio sostiene con i suoi demoni interiori e con i suoi compagni di viaggio.

Williwaw sembra raggiungere il suo climax con l’arrivo della tempesta, una tempesta descritta in modo magistrale: sfogliando le pagine, abbiamo l’impressione di essere davvero in balia dei marosi, di essere aggrappati disperatamente al timone, mentre le onde spazzano il ponte. Noi poveri lettori ci ritroviamo in balia degli elementi e rischiamo di soffrire il mal di mare: la famosa scena di Novecento in cui il trombettista teme di fare la fine del topo impallidisce al confronto.

La vera bufera però, come scopriremo, deve ancora venire: quando uomini che si serbano rancore a vicenda sono costretti a vivere fianco a fianco, le cose non possono mai finire bene. La letteratura ci ha insegnato che in mare la tentazione di disfarsi di vecchi e nuovi nemici è forte. Da una parte ci sono le storie edificanti di capitani coraggiosi, dall’altra ci sono racconti – come questo – in cui il mare diventa una terra di nessuno. Un acqueo limbo senza leggi, solcato da uomini imperfetti, moralmente ambigui, uniti tra loro da vincoli di omertà.

Williwaw è un esordio fenomenale: la prima prova di uno scrittore che ha saputo catture l’attenzione del pubblico, tenendo sempre alta la barra della tensione, e che ha padroneggiato sin da subito l’arte dello show don’t tell (che invidia, ragazzə). Un libro, frutto delle esperienze personali dell’autore, in cui si respira un’aria carica di salsedine, in cui i mille volti del mare vengono descritti attraverso rapide e suggestive pennellate. Un testo da aggiungere subito all’elenco dei titoli marinareschi da non perdere.

Questa lettura mi ha lasciato addosso il desiderio di conoscere meglio Gore Vidal, di leggere le opere che lo hanno reso celebre. Prima però devo leccarmi le ferite all’autostima. Visto che, a differenza dei marinai, non amo il rum, dovrò puntare su qualcosa di dolce. Vado a ingozzarmi di gelato e vi do appuntamento al prossimo libro.

Approfondimenti:

Recensioni su Goodreads

Una recensione del 1946 dagli archivi del New York Times

Gore Vidal: una vita da film – Il Libraio

5 libri dell’autore consigliati da Panorama

6 pensieri su “Opera prima: Williwaw

  1. Se ti piace il mare, ti consiglio:
    “Storia della pirateria” di Philip Gosse
    “La vera storia del pirata Long John Silver” di Larsson.
    “Il porto proibito” di Radice e Turconi: forse la migliore graphic novel che abbia mai letto!
    “L’isola dei pirati” di Crichton (ne ho scritto una recensione mesi fa)

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