Gli oscuri racconti di Leonid Andreev

Leonid Andreev è un autore tormentato e ispirato che merita di essere riscoperto. Dopo avervi proposto il dramma teatrale He Who Gets Slapped, voglio dedicarmi a un altro aspetto della produzione letteraria dello scrittore russo. L’antologia When the King Loses his Head and Other Stories racchiude sette racconti (brevi e lunghi) accomunati da un senso di desolazione: da una parte c’è la morte di ogni speranza, dall’altra il disperato desiderio di continuare, nonostante tutto, a credere in un ideale.

Una premessa. Sono una grande sostenitrice delle prefazioni (specialmente quando ho a che fare con grandi classici della letteratura e/o con opere che devono venire contestualizzate), ma, allo stesso tempo, provo sempre un leggero dispiacere, quando mi imbatto in una presentazione ad hoc. Perché? Perché so già che dovrò fare un passo indietro e che non potrò aggiungere molto rispetto a quanto detto da chi ne sa molto più di me. Ecco, When the King Loses His Head ha un’ottima introduzione, quindi oggi mi tocca cedere la parola al traduttore Archibald J. Wolfe.

La vita e le opere

La vita di Leonid Andreev è strettamente intrecciata a quella del suo paese: a diverse fasi storiche corrispondono altrettante fasi della sua produzione letteraria. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del 1800, l’autore vive una delle fasi più cupe della storia russa, quella segnata dal regno del dispotico zar Alessandro III. La situazione è così disperata da spingerlo al suicidio: lo scrittore sopravvive, ma il suo cuore subisce dei danni irreparabili.

Durante il periodo che precede la Guerra russo-giapponese, un’epoca segnata da rivolgimenti politici, Andreev intravvede una nuova speranza: la sua penna, animata dal sogno di un’epoca più libera e felice, dà vita a numerose storie e ad alcuni saggi. Però il pessimismo di fondo dell’autore permane: When the King Loses His Head, il racconto che dà il titolo a questo volume, e The Marseillaise, risalgono proprio a questo periodo.

Le speranze di Andreev e dei suoi connazionali hanno vita breve: le rivolte popolari, scoppiate in seguito alla guerra, vengono soffocate nel sangue. Dopo la caduta dei Romanov, la Libertà sembra finalmente destinata a trionfare, ma dopo una breve parentesi, la nazione sprofonda nel caos. Le parole con cui Wolfe descrive gli ultimi anni dei Leonid hanno un’eco sinistra: il traduttore ci parla di una Russia in lotta con il mondo e con sé stessa. Una nazione in cui risuona il boato delle bombe: sarà proprio lo shock causato dall’esplosione di un ordigno a fermare per sempre il cuore, già incrinato, dello scrittore russo.

Gli anti-eroi di Andreev

Nell’introduzione, Wolfe traccia il ritratto del protagonista tipo di Andreev: un uomo solitario, isolato dal resto della comunità, che spesso porta su di sé il marchio della follia. Un clown che prende gli schiaffi, un derelitto costretto a lasciare la sua casa e i suoi affetti. Un uomo contro, simbolo di un’umanità sofferente che non riuscirà mai a realizzare le sue aspirazioni.

Wolfe definisce l’autore russo come un pittore del pensiero, ispirato da grandi maestri come Gorky, Tolstoy, e Schopenhauer: un artista che utilizza una tavolozza in cui compaiono solo tonalità scure perché guarda il mondo attraverso lenti nerissime. La sua penna-pennello è capace di dare vita a scene evocative e suggestive, ma si tratta sempre e solo di “opere al nero”. Lo scrittore, come Poe e, soprattutto, come Dostoevskij, ci parla della terrificante solitudine dell’uomo sull’orlo dell’abisso: un reietto che si trova costretto a fare i conti con l’orrore. Un uomo del sottosuolo per cui non c’è speranza di redenzione e/o resurrezione.

Le storie raccolte nell’antologia

Iniziamo dalla novella che apre il volume, When the King Loses his Head, una storia in cui viene descritta la parabola della Rivoluzione francese e di ogni rivoluzione (il pensiero va a My Self di Khvylovy). A dominare la scena è il sinistro pendolo che scandisce l’eterno ritorno della tirannia: il Ventesimo avrà pure perso la testa, ma qualcun altro prenderà il suo posto, perché così è stato e così sempre sarà. Il “tema della rivoluzione” ritorna anche in The Marseillaise: vi consiglio di invertire l’ordine dell’antologia e di leggere questi due racconti uno dopo l’altro.

Il “cuore” del libro è rappresentato dalla novella Life of Father Vassily in cui viene narrata la tragica esistenza di un prete disgraziato. Il rischio di scadere nel melodrammatico è alto, ma Andreev ha dilatato i tempi, trasformando quella che poteva essere una farsa in una lunga e dolorosa Via Crucis. La figura di Vasily, un uomo sottoposto a più tribolazioni di Giona, si incide nella nostra memoria: continuiamo a udire i suoi accorati appelli a un Dio in cui “bisogna” credere, ma che non dà mai prova della sua bontà e benevolenza.

La religione è un tema ricorrente nella produzione letteraria di Andreev: una delle opere più famose dello scrittore russo, Diario di Satana, è scritto in prima persona da un diavolo si rivela molto più “umano” del previsto. Sorvolo Dies Irae, un frammentario racconto-poema, per concentrarmi su tre racconti incentrati proprio su questo tema: un trittico che compone un’ideale pala d’altare d’inchiostro.

Partiamo dal memorabile e disturbante Judas Iscariot in cui l’autore traccia un inedito, profondo e oscuro ritratto di Giuda. La figura del Traditore per eccellenza ha ispirato più di uno scrittore: Andreev sembra aver aperto il cammino percorso da Borges e da Amos Oz, creatori di “vangeli apocrifi” incentrati sull’Iscariota. In questa novella, l’apostolo ci appare come una figura tanto ambigua quanto tormentata: il suo fiume di parole (e di bugie) fa da contraltare al silenzio di un Cristo che pronuncia solo le sue battute “canoniche”.

Lazarus mi ha riportato alla mente L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis: in entrambi i testi, ci ritroviamo davanti a un uomo che è sì risorto, ma che porta ancora su di sé i segni della morte. Il Lazzaro di Andreev è un reietto, una figura che incute timore perché ha posato gli occhi su Qualcosa che nessun mortale dovrebbe vedere: è uno sposo in attesa della sua terribile sposa di nero vestita; è uno “zombie” che non può più godere dei piaceri della vita; è un memento mori in carne e ossa.

Il cerchio si chiude col brevissimo Ben-Tobith, un racconto che completa questa nerissima pala d’altare: il dramma della Passione si contrappone alla “tragedia” di un uomo col mal di denti. Gli esseri umani, invece di guardare al cielo, continueranno sempre a preoccuparsi delle loro piccole miserie quotidiane.

When the King Loses his Head è una finestra aperta sulla produzione letteraria di un autore disilluso, oscuro e incisivo, che merita di essere riscoperto. Questi tetri quadri d’inchiostro ci catturano con il loro desolante e sinistro fascino: sono il testamento di uno scrittore capace di sondare i lati più oscuri dell’animo umano e di creare immagini tanto suggestive quanto disturbanti.

Per saperne di più:

Una bellissima lezione dedicata allo scrittore su Pangea News

Opere disponibili (in inglese) su Project Gutenberg

3 pensieri su “Gli oscuri racconti di Leonid Andreev

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