La vuota corona di Shakespeare

Sapevo che ci sarei cascata: quando ho pubblicato il post dedicato a Enrico VI e Riccardo III, immaginavo già che sarei stata tentata di scrivere questo articolo. Potevo parlarvi solo di metà della “vuota corona” di Shakespeare? No, certo che no. Sentivo il bisogno di completare la panoramica sul ciclo di drammi storici dedicati ai re inglesi e alla loro lotta per il potere. Avrei voluto chiedere aiuto alla Musa, ma quella disgraziata si è eclissata in una taverna assieme a Falstaff, quindi dovrete accontentarvi di alcuni pensieri sparsi su Riccardo II, Enrico IV ed Enrico V.

The Hollow Crown

Prima di parlarvi – una chiacchierata in libertà, senza pretese accademiche – di queste opere shakespeariane, devo fornirvi un minimo di contesto. Nella “prima puntata” di questa serie di post, mi sono soffermata sui drammi storici giovanili del Bardo. Ecco, quei testi sono stati scritti in un’epoca precedente rispetto a quelli che vi propongo oggi: dopo aver narrato la caduta di Enrico VI, la Guerra delle due rose e la morte del sanguinario Riccardo III, il Bardo ha deciso di dare vita a una sorta di prequel-sequel. Il drammaturgo ha messo in scena i capitoli precedenti di quella storia: le vite dei re che hanno preceduto Enrico VI.

La lotta per il possesso della “vuota corona” ha inizio con la deposizione di Riccardo II e si conclude con la caduta di Riccardo III, a cui fa seguito l’ascesa della dinastia Tudor. Nel mezzo ci sono le vicende di tre re omonimi: Enrico IV, che, dopo aver spodestato Riccardo II, deve fare i conti con il peso del potere; suo figlio Hal, il figliol prodigo che diventerà un grande guerriero; l’inetto Enrico VI, destinato a subire lo stesso destino del re che ha dato l’inizio a questo ciclo di ascese e cadute, di gloria e morte.

Questi drammi storici hanno fornito il soggetto per una serie tv della BBC dal cast stellare (Jeremy Irons, Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, per citare solo alcuni nomi) intitolata The Hollow Crown: una fiction che dialogherà idealmente con questo post: vi consiglio di alternare la lettura dell’articolo alla visione di alcune clip.

La “vuota corona”, un cerchio d’oro che è anche una ghirlanda di spine, è la vera protagonista di questi drammi. “Vuota” perché i re cadono inesorabilmente nell’abisso che si nasconde dietro le sue pietre preziose: c’è chi è costretto ad abdicare; c’è chi realizza quanto sia alto il prezzo da pagare per mantenere il potere; c’è chi deve fare i conti con gli spettri racchiusi all’interno di quel cerchio di metallo. Nonostante le battute di Falstaff e i successi militari di Hal, l’atmosfera di queste opere è cupa e opprimente: Shakespeare celebra il fasto regale, ma, allo stesso tempo, ci mostra l’ombra della corona.

Per amor di Dio, sediamoci sulla nuda terra a recitar le tristi cronache della morte dei re: come alcuni furon deposti, altri uccisi in guerra, altri ossessionati dai fantasmi di chi avevan deposto, alcuni avvelenati dalle mogli, o assassinati nel sonno: tutti morti ammazzati. Ché entro la vuota corona che cinge le tempie mortali di un re, tiene corte la morte (…)

CLIP: Riccardo II: Of comfort no man speak

Da una parte c’è il cerchio d’oro della “vuota corona”, dall’altra la O del Bardo, un cerchio di legno che racchiude in sé il mondo intero: il vero potere risiede nelle mani del drammaturgo che può evocare le ombre dei morti e ridare loro vita. Noi lettori abbiamo l’impressione che la O di legno sia di gran lunga preferibile al cerchio di metallo che i sovrani – spettri costretti a recitare in eterno la stessa parte, a ripetere gli stessi errori e a dannarsi l’anima – si affannano ad afferrare. Lasciamo allora ai re la hollow crown e teniamo per noi la wooden O, cerchio magico colmo di meraviglie.

Riccardo II

Il re deposto ha già “riassunto” per noi l’argomento del ciclo di drammi storici shakespeariani. In una serie di indimenticabili monologhi – battute che Ben Whishaw e David Tennant hanno interpretato magistralmente –, Riccardo II riflette sulla sua corona e sul “ruolo” del re. L’ex sovrano, dopo la scena memorabile in cui ha ceduto il trono a Bolingbroke (Enrico VI), ci appare come lo spettro di sé stesso, come una figura tormentata che “legge” in uno specchio i suoi peccati e le sue angosce.

Riccardo II è la tragedia della maestà perduta: è la triste parabola di un re che, dopo aver goduto del fasto imperiale, è costretto ad affrontare l’incognita di un futuro senza corona. La sua figura preannuncia grandi personaggi shakespeariani come Bruto, Macbeth e Re Lear: uomini destinati a subire lo scacco dei loro errori, a venire perseguitati dai fantasmi delle loro scelte. Il Tempo, che scorre inesorabile, non consente a nessun mortale di tornare indietro sui suoi passi:

Ho sciupato il tempo e ora il tempo sciupa me, perché ha fatto di me il suo orologio: i pensieri sono minuti e con i sospiri accompagnano il battere del pendolo.

CLIP: Riccardo II interpretato da David Tennant (vi propongo anche l’adattamento della RSC perché adoro questo attore)

Enrico IV, parte prima e seconda

Nonostante Enrico dia il nome alle due parti del dramma, a dominare la scena sono soprattutto suo figlio Hal e il corpulento Falstaff. Prima di soffermarci sul complicato rapporto tra padre e figlio – un rapporto in cui è sempre presente il “terzo incomodo” rappresentato dalla “vuota corona”–, vale la pena di spendere qualche parola sul cavaliere avvinazzato.

Da quando ho letto Will in the World di Stephen Greenblatt, non riesco più a vedere Falstaff nello stesso modo: continuo a sovrapporre la sua figura a quella di Robert Greene, l’arguto e ubriacone drammaturgo elisabettiano. Rileggendo Enrico IV alla luce del saggio di Greenblatt, viene inevitabile tracciare un paragone tra William e Hal e tra Falstaff e Greene: il giovane Bardo, così come il principe, bazzica le taverne e ne osserva gli scapestrati avventori, senza mai abbassarsi al loro livello. Il futuro di Hal e di Will non sta nel fondo di un bicchiere: l’uno è chiamato a guadagnarsi una O d’oro, l’altro a conquistare una O di legno.

Hal frequenta al taverna per conoscere i suoi sudditi, mentre William compie il suo “apprendistato” linguistico in mezzo ai fumi dell’alcol: le pagine di Enrico IV sono costellate di fenomenali battute, di frizzi e lazzi appresi alla “scuola” di Greene. Il corvo corvo abbellito di piume altrui “ruba” il mestiere al corpulento drammaturgo: fa suoi gli arguti e salaci giochi linguistici in cui sono specializzati gli autori elisabettiani che, diversamente da lui, hanno frequentato l’università.

La figura di Falstaff si presta anche a venire letta come un “doppio” del padre di Hal. Greenblatt ci ricorda che sia il panciuto cavaliere sia Enrico IV si trovano in una posizione precaria: il primo cerca di ottenere il favore del principe per assicurarsi una buona posizione; il secondo indossa una corona che potrebbe venire “reclamata” da qualcun altro e diffida del suo figliol prodigo.

Tra padre e figlio c’è sempre di mezzo una corona su cui aleggia lo spettro del re spodestato. In una scena chiave del dramma, il futuro Enrico V prende in mano il diadema del padre moribondo e, come Riccardo II, si interroga sulla natura di quel cerchio dorato:

O lucida inquietudine! Ansia dorata!

CLIP: Prince Hal wears the crown

Enrico V

By Lizzie Caswall Smith – Folger Shakespeare Library Digital Image Collection

Questa “metà” della “vuota corona” shakespeariana si conclude con il dramma dedicato alla Battaglia di Agincourt, la trionfale vittoria di Hal. Il principe “scapestrato” ha dimostrato il suo vero valore: ha lasciato da parte i bagordi ed è diventato un sovrano amato e rispettato. In quest’opera non c’è più posto per Falstaff: come ricordato sul blog della Folger Library, il cinico cavaliere avrebbe rischiato di mettere in dubbio il valore di una vittoria conquistata col sangue. L’impresa di Agincourt non sarebbe apparsa poi così eroica ai suoi occhi:

Può l’onore rimettermi al posto una gamba? No. O un braccio. Togliere il dolore di una ferita? No. L’onore non s’intende dunque di chirurgia? No. Che cosa è l’onore? Una parola. Che cosa c’è in questa parola onore? Che cos’è quest’onore? Aria. Bell’acquisto! Chi lo possiede? Quello che morì mercoledì. Lo sente? No.

Nonostante l’assenza di Falstaff, anche nel dramma che celebra il trionfo militare di un sovrano sono presenti scene che rivelano le incrinature della corona: da una parte c’è lo spettro di Riccardo II, dall’altra ci sono passaggi in cui viene fuori la vera, sanguinosa e per nulla onorevole, natura della guerra. Hal, agli occhi di chi è impermeabile alla retorica patriottica, appare come un sovrano disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole.

La scena che più rimane impressa nella memoria è quella in cui il re, in incognito, incontra i suoi soldati, uomini che conoscono bene il prezzo, morale e materiale, della guerra: i loro dubbi verranno fugati da un ardente discorso patriottico, ma quelle belle parole non colmeranno mai l’abisso che si nasconde dietro le pietre preziose della corona. Peccato, Rimpianto e Morte restano in attesa dentro quel fragile cerchio dorato.

Approfondimenti:

No Fear Shakespeare | SparkNotes

Copioni completi e approfondimenti sul sito della Folger Library

Shakespeare Italia

5 pensieri su “La vuota corona di Shakespeare

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