Sabato, domenica e lunedì

Alla fine ci sono cascata. Non ho potuto fare a meno di leggere Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo (Copioni Corriere Spettacolo). Quando ho visto la pubblicità del suo recente adattamento televisivo, ho pensato che non fosse una commedia adatta a me, ma ho comunque continuato a rimuginare su quello spot. Mi sono persa la messa in onda, ma, alla fine, mi sono decisa a leggere il copione dell’opera e ne sono rimasta favorevolmente colpita.

Visto che questa commedia ruota attorno a una pentola di ragù – l’indiscussa protagonista del pranzo della domenica – azzardo un paragone culinario: ho “assaggiato” per curiosità il “piatto” di De Filippo, nonostante fosse lontano dai miei soliti gusti, e l’ho trovato gustoso e genuino. Pensavo che un’opera incentrata sul topos delle corna (vere o presunte) e sulle dinamiche quotidiane di una famiglia come tante non potesse interessarmi, invece ho “divorato” i tre atti di Sabato, domenica e lunedì.

Quando si tratta di teatro, tendo a prediligere pietanze più elaborate e ricche di sugo (parlo del ragù rosso sangue di Lady Macbeth, quello che si ti macchia è finita): il testo di De Filippo è stato un bel cambiamento di programma, rispetto al solito e un tantino trito menù. Sono cresciuta tra libri che non parlavano di persone comuni, ma di personaggi e animali fantastici o, per lo meno, fuori dall’ordinario. Solo col tempo, grazie ad autori come Carver, ho scoperto la bellezza della letteratura che si occupa delle persone comuni e dei piccoli, grandi, avvenimenti, come il pranzo della domenica.

C’è una grazia che non mi aspettavo in queste pagine, una grazia che deriva da un uso calibrato dello humour: De Filippo è un bravo cuoco, capace di dosare le spezie-emozioni, di mettere quel tanto di pepe rende una storia degna di essere raccontata, senza rischiare di trasformarla in una farsa di cattivo gusto.

Il pranzo della domenica è un rito che non ho mai celebrato, ma i pranzi delle occasioni speciali a cui partecipano anche amici e parenti acquisiti mi sono relativamente familiari. De Filippo cattura ogni piccolo gesto, ogni dettaglio di questa “celebrazione”: la scena in cui Rosa Priore, la matriarca, distribuisce il ragù a ogni commensale, tenendo conto dei gusti e dell’appetito di ciascuno, è memorabile.

Man a mano che prosegue lo spettacolo, noi lettori-spettatori finiamo col parteggiare per l’uno o l’altro dei personaggi, per prenderne alcuni più in simpatia degli altri, come accade con i parenti. Per esempio, io ho deciso di sedermi accanto all’anticonformista Zia Memé, lettrice accanita e farmacista amatoriale. Permettetemi di riportavi una delle sue battute più memorabili:

FEDERICO Ma scusate, all’avvenire della famiglia ci devo pensare io.
ZIA MEMÉ (di rimando) Ecco: «Ci devo pensare io». Allora vi dovete sposare una donna che non pensa o che finge di non pensare, per poter dire dopo il matrimonio: «Finalmente un fesso di marito che mi mantiene l’ho trovato». Il cellofan non è stato inventato per avvolgere le mogli e metterle sedute sui divani e sulle poltrone. Per fortuna o per disgrazia l’epoca delle sovrastrutture convenzionali è finita. Volete coniugare il verbo essere a vostro uso e consumo. Io sono, tu sarai se lo voglio io, egli sarà… se mi farà comodo? Ci dobbiamo mettere bene in testa tutti quanti che il verbo essere ha una legge precisa e che si può coniugare in una sola maniera: io sono, tu sei, egli è!

Ovviamente, starà a voi scegliere il vostro posto a tavola e aspettare il momento clou della commedia, quello in cui Peppino, il patriarca, darà voce a un sospetto che da troppo tempo gli avvelena il cuore: uno di quei sospetti che nascono spontanei quando, tra marito e moglie, si parla di tutto, ma non delle cose importanti. Col tempo si corre il rischio di dare l’amore per scontato, di dimenticarsi dell’ingrediente più importante di un buon matrimonio.

Al pranzo della domenica seguirà, come anticipato dal titolo del dramma, il lunedì, il giorno del ritorno alla normalità in cui si fanno i bilanci. Il giorno in cui si riflette sulla propria vita, sulle gioie e dolori dell’esistenza, che De Filippo ha saputo catturare così bene in quest’opera:

LUIGI E già, perché non siamo abituati a stare senza far niente. Il fatto di ieri, per esempio, non si sarebbe verificato in un giorno qualunque della settimana. Approfondite e vedrete che non mi sbaglio. Le cose spiacevoli succedono quasi sempre di domenica. Aspettiamo per tutta la settimana quel giorno di festa, per distendere i nervi, per vivere quelle ventiquattro ore beatamente e senza impegni, quando poi arriva ci sentiamo talmente spaesati che le preoccupazioni e i grattacapi li cerchiamo con il lanternino. Nell’affrontare poi la nuova settimana di lavoro, cominciamo a fare proponimenti ottimistici per la domenica prossima.

Se dovessi condensare lo spirito di Sabato, domenica e lunedì in una sola immagine, vi mostrerei una pentola colma del ragù di Rosa. Quel ragù, per me, è il simbolo del suo matrimonio e della vita stessa: un piatto complicato da preparare, che ognuno deve assaporare a suo gusto e che è più buono se viene condiviso con le persone a noi più care. Però bisogna essere capaci di parlare a cuore aperto con quelle persone: basta niente per bruciare il ragù e rischiare di farlo finire nella pattumiera.

Approfondimenti:

Sabato, domenica e lunedì”: la lingua – Vivit

Il ragù cucinato e recitato da Eduardo – Fanpage

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4 pensieri su “Sabato, domenica e lunedì

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