Il caso Maurizius

Quanto è strano rincontrare qualcuno… ogni incontro con un autore è un’esperienza unica, irripetibile. Ho letto Etzel Andergast, il secondo volume della trilogia di Jakob Wassermann, in un momento particolare, segnato da una crisi. Pensavo di riprendere questa saga tra qualche mese, ma Etzel ha continuato a “chiamarmi”. Alla fine, ho ceduto e mi sono decisa a tirare giù dallo scaffale virtuale Il caso Maurizius (Liber Liber), il punto d’inizio di questa parabola d’inchiostro.

A dire il vero, la sinossi de Il caso Maurizius non m’ispirava granché. L’idea di leggere un volume incentrato su un vecchio caso giudiziario, su un uxoricidio, non mi andava a genio: la tv è ormai satura di aule di tribunale e di torbidi delitti. Però, dopo aver letto Etzel Andergast, ho imparato che la trama non è il vero punto focale delle opere di Wassermann: tra i fili dei suoi intrecci, si nasconde sempre una fitta rete di riflessioni. La storia narrata è uno specchio della Storia con la esse maiuscola, un riflesso della società tedesca della prima metà del ‘900.

Il caso Maurizius è il resoconto di tre discese all’inferno. Un bel giorno, il giovane Etzel Andergast – che in questo volume è ancora un ragazzino – incontra lo spettro del padre di Amleto: il padre di un uomo che, diciannove anni prima, è stato condannato per uxoricidio. Guarda caso, il procuratore generale che si è occupato del caso non è altri che Wolf Andergast, il temibile genitore di Etzel. Il “fantasma” spingerà i due familiari a ripercorrere un’intricata vicenda giudiziaria e a scendere i gradini che conducono al sottosuolo, al cuore dell’animo umano. In fondo a quell’inferno c’è Maurizius, il condannato, il primo ad essere sceso all’Ade.

Padre e figlio seguono lo stesso caso, ma le loro strade sono destinate a incrociarsi solo nell’esplosivo finale del libro: ognuno deve compiere la sua indagine privata, la sua personale catabasi. Etzel, che ha vissuto sempre all’ombra del suo padre padrone, abbandona la dimora avita, una casa dominata dall’assenza di sua madre. La fuga, una fuga difficile e dolorosa, è l’unico modo sfuggire a una società che non mira a formare, ma solo a conformare gli adolescenti. Le nuove generazioni devono obbedire ciecamente alla morale borghese, ma il giovane Andergast sente di subire un’ingiustizia:

(…) è dubbioso se debba più a lungo sottomettersi a quelle regole. Talora sente nascere entro di sé il dovere di spezzare la barriera innalzata intorno a lui, anzi gli pare una necessità onde stabilire quell’equilibrio che manca alla sua esistenza. (…) è come se, egli dice, finora di un pezzo per pianoforte egli avesse suonato solo la mano sinistra, il basso; e bene sa che non udrà mai le due parti insieme, eppure vorrebbe, una volta almeno, sentir suonare anche la destra, onde poter poi ricostruire il tutto entro la sua mente. Ma una cosa lo trattiene (…). A modo suo, il padre ha avuto cura di lui, probabilmente gli ispira anche della simpatia, e non si può scavalcarlo così, su due piedi: è troppo grande, troppo importante, troppo Lui.

Wolf Andergast è il Trismegista, il tre volte grandissimo: è l’incarnazione dell’oscurità ermetica e, allo stesso tempo, è un patriarca biblico dotato di una sterminata saggezza. Wolf, il cupo giudice, l’uomo imperscrutabile, alto lassù sul suo scranno, continua a interrogarsi su quel figlio che gli sfugge, che non si sottomette alla sua volontà. Il figlio di una donna che lui ha cacciato dal suo cuore e dalla sua casa: una donna che tornerà ad affrontarlo, finendo col diventare la figura femminile più affascinante, seppur evanescente, del romanzo.

Wolf deve intraprendere un cammino distruttivo che lo costringerà a rimettere in discussione le certezze di una vita, a perdere il titolo di Trismegista. Un percorso che lo porterà faccia a faccia con l’uomo che ha condannato: dovrà guardarlo non più con l’occhio del giudice, del mero esecutore della Legge, ma con quello di essere umano che ne osserva un altro, cercando di capirlo. Difficile non pensare a Kafka, all’ombra di suo padre e alle ombre del Processo: anche qui siamo di fronte a pagine che ci parlano di un conflitto generazionale e di una Giustizia che è tale solo di nome, ma non di fatto.

Le catabasi di padre e figlio sono accomunate dal dialogo, il vero protagonista del Caso Maurizius: nei libri di Wassermann l’essenziale passa attraverso il confronto con un altro essere umano, attraverso conversazioni brucianti. Wolf sonderà l’abisso in cui il detenuto è caduto, cercando di riportare alla luce una verità sepolta. Invece Etzel discuterà con Waremme, uno dei personaggi più complessi e sinistri del romanzo.

I protagonisti dei romanzi di Wassermann sono complessi e taglienti: le loro molteplici sfaccettature, sfaccettature che vengono alla luce grazie a dialoghi maieutici, aprono tagli nella carne e nell’anima. Al termine della lettura, noi lettori avremo più di un dubbio su Waremme e vorremo tenerci alla larga da lui. Eppure le parole che ha detto a Etzel, continueranno a risuonare nella nostra testa, specialmente quelle che denunciano l’antisemitismo di un paese che si avvia verso il baratro del nazismo:

Ma che cos’è un Ebreo? Nessuno è capace di darne una spiegazione soddisfacente. Mio padre era fiero della sua emancipazione; una bella trovata, che toglie all’oppresso il pretesto per lamentarsi. La Società lo esclude, lo Stato lo esclude, il Ghetto materiale è diventato un Ghetto spirituale e morale; e lui solleva fieramente la fronte e parla di emancipazione. Vi ha mai pensato lei (…)? No? Lei aveva ben altro da fare, capisco, ma forse ha avuto sentore di ciò che succede oggi in questo paese?

Il caso Maurizius è un preludio: il preludio a una tempesta a venire e alle pagine più brucianti del secondo volume di questa saga. In Etzel Andergast Wassermann prende direttamente la parola e si rivolge ai lettori: ci chiama in causa e “dialoga” con noi, invece di imporci il ruolo di eterni, passivi, ascoltatori. In quel libro il “colpevole” è riconoscibile sin dal principio: è il morbo che sta devastando un’intera nazione.

Approfondimenti:

La recensione di Tra sottosuolo e sole

Il caso Mauritius – Il Libraio

5 pensieri su “Il caso Maurizius

    1. Grazie Pina! Ci sono un sacco di autori da riscoprire, così tanti da rendere infinite le nostre wishlist 😅.
      Il merito di questa “riscoperta” va a Liber Liber: puoi sempre dare un’occhiata al loro sito o al catalogo di Fazi Editore (se non sbaglio hanno pubblicato i primi due volumi della trilogia) per capire se questo scrittore fa davvero al caso tuo.
      Buone letture!

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  1. Quanti ricordi! Non del libro, che non ho mai letto. Dello sceneggiato televisivo di cui, ero proprio una ragazzina, non ricordo la storia, ricordo l’interpretazione intensa (ma è solo un’emozione, nessun ricordo fattuale) di Corrado Pani!
    Di che ridere: mi sto domandando come mai “mia mamma” (i padri, al tempo, non avevano a che fare con l’educazione delle figlie), a quei tempi, mi abbia lasciato vedere quella storia. Peraltro, era la stessa mamma che mai mise una censura alle mie letture.
    Ero innamorata di Corrado Pani! Genere fotografie incollate al diario, di quando potevi amare alla follia più di un uomo in fotografia senza tradire nessuno; e io, quei giovani attori, li amavo proprio tutti!
    Bei tempi quando la TV (di Stato, badiamo bene) faceva innamorare le fanciulle di grandi interpreti!

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  2. Oh, non sapevo che ne avessero tratto uno sceneggiato! Dovrò vedere se online si trova qualche spezzone. Grazie!
    Eh, la tv regala poche soddisfazioni ai bibliofili di questi tempi. Sto guardando, ma non è una produzione italiana, Il complotto contro l’America che sinora promette bene.
    Ah, viva le mamme che non mettono veti sui libri!

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