La principessa afghana

Immaginate di ritrovarvi in un giardino incantato, custodito da una principessa. Un luogo idilliaco in cui si spandono gli aromi di tè speziati e di pietanze esotiche. Un’oasi, sospesa tra la vita e la morte, in cui trovano rifugio le donne afghane che hanno osato ribellarsi alle convenzioni e immaginare un futuro diverso per sé e per le proprie figlie. Questa è la premessa de La principessa afghana e il giardino delle giovani ribelli (Chiarelettere, 2021), l’ultima fatica letteraria della giornalista Tiziana Ferrario.

La storia della principessa afghana, circondata da una corte di donne coraggiose e talentuose, potrebbe sembrare una bella favola, ma non lo è. Dietro il velo della finzione letteraria si nasconde la difficile lotta per l’emancipazione di generazioni di donne: madri e figlie costrette a fare i conti con un paese in cui nascere sotto il segno di Venere significa veder violati sistematicamente i propri diritti.

La custode dell’oasi incantata immaginata da Tiziana Ferrario è realmente esistita: si tratta di Homaira, la nipote dell’ultimo re afghano. Nel suo giardino vengono rievocati i colori e i sapori di una nazione che i giovani occidentali conoscono solo attraverso immagini d’archivio e libri come Il giardino luminoso del re angelo: cronache di un tempo in cui i Buddha di Bamiyan vegliavano, indisturbati e intatti, sulla loro valle.

Noi lettori ascoltiamo rapiti i ricordi di Homaira che ci offre vassoi colmi di tazze di sheer chai e di stuzzichini speziati. Abbiamo negli occhi lo splendore dei frutti, color rubino, del melograno, ma, non appena le altre donne prendono la parola, quel rosso si tramuta nel colore del sangue: le ombre dell’Afghanistan, terra di conflitti e di diritti negati, si insinuano nel giardino.

Le ospiti di Homaira sono donne di tutte le età,

alcune giovani che non hanno visto gli orrori del passato (…). Altre hanno conosciuto le pene della guerra e il peso della segregazione e non hanno intenzione di farsi imprigionare di nuovo. Tutte paiono animate da una gran voglia di fare, sono forti e fiduciose, ma lo so bene che nei loro villaggi camminano su una corda sospesa nel vuoto. È una sfida continua tra quelle montagne, se si nasce donne e nelle case sbagliate

By ninara from Helsinki, Finland – IMG_2555, CC BY 2.0.

Sin da bambine, le afghane devono fare i conti con le imposizioni della tradizione tribale e con l’integralismo islamico: sono nate in una terra in cui le aperture verso la modernità e verso l’uguaglianza tra sessi non riescono a prendere piede, come fiori che stentano ad attecchire su un suolo sterile. La richiesta di diritti fondamentali, basilari, è stata troppo spesso interpretata come una minaccia alla tradizione, a uno stile di vita così radicato da apparire immutabile.

Le ribelli cantate da Tiziana Ferrario ci parlano di una nazione in cui è normale vendere la propria figlia undicenne per estinguere i propri debiti. Un paese in cui chi prova, attraverso la radio o i social, a dare voce alle donne, rischia la vita. Una terra in cui le giovani che, a fatica, sono riuscite a studiare a inserirsi nel mondo lavorativo hanno visto andare in fumo le loro speranze davanti all’inarrestabile avanzata dei talebani.

Tra le pagine de La principessa afghana risuonano le voci di donne che hanno osato sfidare le convenzioni: insegnanti, poliziotte, sportive, influencer, ricamatrici, medici, sminatrici e giornaliste. Afghane che hanno lottato per affermare il loro diritto a prendere parte alla vita pubblica, a ricostruire un paese che le ha sempre messe ai margini. Donne che hanno pagato un prezzo troppo alto per il loro bisogno di libertà.

By Afghanistan Matters from Brunssum, Netherlands – Woman with BurqaUploaded by GiW, CC BY 2.0.

Purtroppo, la cornice narrativa in cui sono inseriti questi esempi di coraggio e resilienza, non mi ha convinta appieno: questo espediente narrativo ha permesso a Tiziana Ferrario di allontanarsi dagli schemi del reportage, ma, talvolta, risulta artificioso. In alcuni passaggi del romanzo, il giardino di Homaira appare come un mero set costruito a uso e consumo dei lettori occidentali: la formula “come sapete” ricorre più e più volte nel testo, perché la principessa e le sue ospiti devono illustrarci nozioni per loro ovvie. Allo stesso modo, Homaira si sofferma su tutti i passaggi delle sue ricette per permetterci di replicarle a casa.

Anche lo stile del romanzo, a tratti troppo semplice e uniforme, mi ha lasciata perplessa: cercare di riprodurre così tante voci diverse è praticamente impossibile. Per quel che mi riguarda, avrei preferito leggere una serie di racconti, anche slegati tra loro, corredati dalle interessantissime didascalie che Ferrario ha inserito nel suo romanzo. Oppure, si sarebbe potuto optare per un apparato di note, affiancato da un ricettario, così da eliminare i problematici “come sapete”.

Ho sentito il bisogno di farvi presenti le mie perplessità, ma, allo stesso tempo, capisco che il giardino immaginario è nato dall’esigenza di rendere facilmente accessibili nozioni che solitamente si trovano solo in reportage e libri di storia. Le mie osservazioni non devono e non possono gettare ombra su un testo importante, necessario: le storie raccolte da Ferrario devono venire conosciute e ascoltate da un pubblico il più ampio possibile.

La principessa afghana è un romanzo dettato dall’esigenza di dare voce a donne che, in un momento in cui l’attenzione mediatica sull’Afghanistan si sta spegnendo, rischiano di venire dimenticate assieme ai loro diritti:

Dovevo raccontare le loro storie e la tua storia, perché chi ancora non si è arresa non sia abbandonata e perché nessuno possa dire: io non sapevo.

Approfondimenti:

La recensione di Elisabetta Favale su Linkiesta

Intervista all’autrice su RaiNews

Afghanistan20: il racconto di 20 anni di guerra – Emergency

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4 pensieri su “La principessa afghana

    1. Grazie, Pina! Per assurdo le mie perplessità nascono proprio dalla bravura di Ferrario in quanto giornalista: le didascalie, dal taglio più giornalistico, inserite nel testo eclissano, sia per stile che per contenuto, la parte narrativa (pur sempre meritevole).
      Resta comunque un libro importante che merita di trovare posto nei nostri scaffali.
      Buone letture!

      Piace a 1 persona

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