Carmine Pascià

Oggi vi propongo un romanzo che ho scovato nella libreria dei miei genitori: Carmine Pascià (che nacque buttero e morì beduino) di Gian Antonio Stella (Corti di Carta, Corriere della sera, 2008). Questo libriccino, dall’aria apparentemente insignificante, racchiude una storia vera che merita di essere ascoltata.

Carmine Iorio, il protagonista del racconto, nasce nel 1892, nella piana del Sele. Dopo essere rimasto orfano di padre, il bambino rischia di ingrossare le fila dei pargoli venduti a loschi trafficanti da genitori messi in ginocchio dalla miseria. Carmine cresce in mezzo alla miseria e all’ignoranza, disprezzando i ricchi e le loro tavole sempre imbandite.

Passano gli anni, nel 1911 Carmine sposa una bella figliola, Lorenzina: finalmente un raggio di luce rischiara la sua fosca esistenza. Pochi mesi dopo arriva la tegola: la cartolina precetto. Il ventenne si presenta alla visita medica della leva assieme a giovani che, come lui, portano incisi sui loro corpi i segni di una fame atavica:

“Iorio Carmine, n. matricola 24321 (…). Statura: m. 1,56. Torace: m. 0,90. Capelli: biondo lisci. Occhi: castani. Colorito: roseo. Arte: buttero. Dichiara di non saper leggere e scrivere. Ha estratto il n.213 nella leva 1892 quale iscritto al comune di Altavilla Silentina.” Questo l’aveva fregato: il sorteggio che, in mezzo a quella massa troppo abbondante di giovani, affidava alla sorte la scelta di chi doveva essere chiamato. Come lui. Abile e arruolato. Fanteria.

Italian battery near Tripoli

Carmine è costretto a lasciare la sua famiglia e a partire alla volta della Libia per inseguire un sogno coloniale destinato a rivelarsi nient’altro che una chimera. Iorio rimane bloccato per tre lunghi anni in Africa, senza mai riuscire ad ottenere una licenza: un logorante triennio scandito dalle continue vessazioni di superiori arroganti. Il ventenne ha l’impressione di essere un bove schiavo dell’aratro e non riesce a capire che senso abbia cercare di conquistare quello “scatolone di sabbia” (l’oro nero non è ancora venuto alla luce):

(…) che senso c’era a stare lì, dopo avere amaramente scoperto che la Libia era sabbia, sabbia, sabbia. E non era affatto “la terra promessa” con “mezzo milione di chilometri quadrati coltivabili” e “grano che matura tre o quattro volte l’anno”.

La propaganda del governo Giolitti continua a dipingere la Libia come un angolo di paradiso, come un paese in cui si può inciampare a ogni passo nelle gloriose vestigia dell’Impero romano, ma adesso Carmine sa che la verità è ben diversa: sta combattendo una guerra assurda, insensata. Per fare fronte alla sua frustrazione e al suo dolore, il soldato decide di attaccarsi alla bottiglia: un vizio destinato a segnare il suo destino.

Dopo l’ennesimo scontro con il dispotico sergente Rosina, Iorio alza il gomito ancora più del solito. Il mattino seguente si risveglia con un mal di testa allucinante. Non si trova più all’interno dell’accampamento: è legato alla groppa di un cammello. Per colpa della colossale sbronza, Carmine è caduto nelle mani dei beduini ed è diventato un disertore agli occhi dei suoi commilitoni. Le sue prospettive non sono rosee: i libici lo hanno scambiato per una spia e vogliono impiccarlo.

Comando italiano nel porto di Derna

La storia del soldato sembra essere giunta all’ultima pagina, ma il fato gli riserva ancora una sorpresa. I beduini rimangono impressionati dalle sue abilità di tiratore e gli propongono un accordo: se passerà dalla loro parte, verrà risparmiato. Il soldato non sarà costretto a uccidere i suoi ex compagni, perché dovrà “solo” occuparsi delle armi e dell’addestramento delle milizie libiche. Carmine si ritrova così davanti a una decisione critica: rimanere fedele all’esercito italiano e morire, o passare al nemico e continuare a vivere.

Il buttero non è disposto a sacrificarsi in nome di una madre patria che per lui è stata solo una matrigna, così decide di accettare l’accordo e di convertirsi all’Islam, anche se continua a rivolgere tutte le sue preghiere alla Vergine Maria. Nel giro di poco tempo, l’affamato e analfabeta Carmine si tramuta in Giuseppe il Musulmano: un abile armiere che sa leggere e interpretare il Corano.

Dopo dieci anni, Carmine-Giuseppe incontra Husam-ed-Din Nafis, un libico che sta raccogliendo informazioni sulla spedizione italiana in Libia. Il libico, che è stato fatto prigioniero dagli italiani e, in seguito, deportato sulle isole Tremiti, ha trascorso lunghi mesi in condizioni disumane. Una volta tornato il libertà, Husam-ed-Din Nafis ha accettato di rimanere in Italia come interprete, perché voleva capire le motivazioni di un conflitto così assurdo:

(…) per anni, aveva raccolto materiale di propaganda nazionalista, ritagliato giornali, comprato libri: “Volevo capire”. Aveva messo da parte le cartoline in cui il soldatino italiano salutava la sua bella sognando di piazzare la bandiera italiana in cima a un minareto (“un minareto!”) e un’altra dove un marinaio sbarcato sulle spiagge libiche raccoglieva la spada di un gladiatore romano il cui scheletro affiorava dalla sabbia.(…)
“Perché sei venuto” lo interruppe Iorio.
“Te l’ho detto: voglio capire.”

Carmine Iorio

È davvero possibile comprendere le ragioni di una guerra crudele, destinata a riaccendersi con “la riconquista fascista” voluta da Mussolini? Forse no, forse solo uomini privi di scrupoli possono comprendere le regole di questa sanguinosa partita a scacchi. Carmine, il pedone che ha cambiato lato della scacchiera, è destinato allo scacco, ma con un ultimo grande gesto, riuscirà a dimostrare ai suoi connazionali l’assurdità del conflitto.

Carmine Pascià è un libriccino interessante e decisamente scorrevole, ma la sua brevità è anche il suo tallone d’Achille: vorremmo avere a disposizione più dettagli, più informazioni storiche, invece dobbiamo accontentarci di una storia condensata, ridotta all’osso. Se Gian Antonio Stella avesse scritto un romanzo più corposo, alternando i punti di vista del buttero e di Husam-ed-Din Nafis, avrebbe potuto dare vita a un’opera memorabile, invece il suo volumetto lascia un vago senso d’insoddisfazione nei lettori.

Non ci resta che rivolgerci ad altri autori per continuare a interrogarci sul travagliato passato e sull’incerto futuro della Libia.

Per approfondire:

The space of control: fascism and architecture in Libya – Culturetrip 

Five libyan authors – Culturetrip

10 romanzi per raccontare la Libia – Biblioteca Comunale di Imola

12 pensieri su “Carmine Pascià

  1. Davvero un’ottima segnalazione. E Gian Antonio Stella potrebbe darsi un po’ più da fare.
    Davvero un periodo della storia italiana che è poco conosciuto: che non si vuol consocere, direi. Perché fa ancora molto male per la coscienza di tutti? Che sarebbe importante rischiarare, per le nostre giovani generazioni che, con maggior distanza, potrebbero farcela ad affrontare verità dolorose, per tutti; conoscere, comprendere. Sapere.

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    1. Grazie, Ivana!
      Mi piace quando i lettori “spronano” gli autori 😆.
      Dovremmo davvero studiare meglio il nostro passato: tendiamo sempre a rimuovere le pagine oscure della storia, dimenticando che il prezzo di certe scelte viene ancora pagato oggi. Poi c’è anche il problema dell’attualità: il covid ha ristretto le nostre prospettive, facendo passare in secondo piano aree calde del mondo come la Libia, la Siria e l’Afghanistan.

      Piace a 1 persona

      1. Non c’entra con la letteratura, ma riguarda la guerra in Libia. Non so se conoscete il film “Il leone del deserto” (1981, regia di Mustafa Akkad) con – tra gli altri – Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger e Irene Papas. Cito Wikipedia: “Basato sulla vita del condottiero senussita libico Omar al-Mukhtar, che si batté opponendosi alla riconquista della Libia da parte del Regio Esercito italiano, il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, dove è stato trasmesso in televisione solo una volta, su Sky nel 2009 a distanza di quasi trent’anni e mai trasmesso dalla televisione pubblica italiana.”
        Alla faccia della censura sul tema…

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      2. E pensare che ti schernisci quando dico che sei una fonte inesauribile di curiosità storiche e culturali… Grazie mille per l’approfondimento.
        Il fatto che non si possa parlare apertamente di alcune pagine della nostra storia, senza subito ledere un presunto onore, è preoccupante.
        Ah, mentre cercavo più informazioni sul film che hai citato, mi sono imbattuta in questo blog che direi cade proprio a fagiolo >https://italiacoloniale.com/2019/02/04/il-leone-del-deserto-film-anticoloniale-censurato-per-quasi-30-anni-in-italia/

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  2. Pingback: Carmine Pascià – JONATHAN ovvero avanzi da lezioni di volo

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