Etzel Andergast

Rientro nel mio studio immaginario e mi siedo alla scrivania, una scrivania in preda al caos: appunti sui medium vittoriani e sul Canone; bozze macchiate di caffè; fogli, che vorrei buttare nel cestino, ricoperti di paroloni come range terapeutico e tempo di protrombina parziale. Sullo scrittoio c’è un solo libro, l’unico sopravvissuto a questi giorni di tempesta e di cuori incrinati: Etzel Andergast di Jakob Wassermann (Liber Liber), un romanzo che parla di anime inquiete e di tempi incerti.

Non l’ho letto come meritava di essere letto, come di solito leggo i libri di cui vi parlo: la mia capacità di concentrazione è andata a farsi benedire in questi giorni. Eppure, nonostante i paragrafi sorvolati distrattamente, nonostante tutti i corvi-pensieri che mi volteggiavano davanti agli occhi, nascondendo le parole di Wassermann, i temi-chiave del romanzo sono comunque risuonati nella mia anima. Da qui l’urgenza di parlarne, anche così, a stento, con la consapevolezza di non poter davvero penetrare l’essenza di Etzel Andergast.

Questo è un romanzo potente, complesso e talvolta oscuro. Un libro che non si legge tanto per la sua trama, quanto per i messaggi veicolati attraverso l’intreccio. La storia ha un andamento quasi melodrammatico, con tanto di due triangoli amorosi e di moglie – italiana, tu guarda – relegata in soffitta/manicomio stile Jane Eyre. Mi limiterò a dirvi solo che la trama ruota attorno al medico Giuseppe Kerkhoven e a Etzel Andergast, un giovane inquieto destinato a incrociare il suo cammino. Tra i due c’è Maria, la donna che ha abbandonato il suo primo marito per seguire Kerkhoven.

I personaggi sono problematici, difficili, se non impossibili, da amare (almeno per me). Diamine il libro stesso è problematico: le figure femminili non sono tratteggiate nel modo migliore; la sensualità è sempre patologica, è una malattia; l’autore sembra voler denunciare il razzismo, salvo ricadere all’improvviso nel più becero degli stereotipi. Eppure il testo non si lascia abbandonare: tra le righe si celano parole brucianti sullo morbo dell’antisemitismo e sulle ferite dell’animo umano.

Wassermann, attraverso le alterne vicende dei suoi personaggi, delinea l’anamnesi di un malato grave: la Germania del primo dopoguerra. Il libro inizia nel 1914, all’alba di un conflitto, per poi proseguire nel 1928, delineando il ritratto di un paese ormai irrimediabilmente mutato. Una nazione in preda a una crisi spirituale e morale: il corpo di un malato in lotta contro una malattia impossibile da arrestare.

Lo scrittore-medico raccoglie le cartelle cliniche di giovani allo sbaraglio, di una generazione perduta che non ha più sogni e aspirazioni a sostenerla: all’orizzonte ci sono solo la malattia, la pazzia e la morte. Questo clima “da sanatorio” potrebbe ricordare La montagna incantata, ma l’inquieto Etzel è solo un parente alla lontana di Hans Castorp. L’atmosfera del romanzo mi ha invece riportato alla mente La melodia di Vienna: siamo all’interno di una casa-paese che sta per crollare, lasciando posto alle macerie e ai nodi irrisolti dell’Autunno tedesco.

Lo scrittore scava nel sottosuolo di una psiche che da singolare si fa collettiva, mettendo a nudo corpi e anime ferite. Etzel Andergast, a ben guardare, non è altro che una lunga seduta psicanalitica, un lavoro di analisi interiore che coinvolge sia chi scrive sia chi legge. Un lungo tentativo di comprendere un’anima, anzi più anime, pur sapendo che è impossibile riuscirci. C’è sempre una parte nota e un’altra, come nella luna, in tutto e per tutto estranea… Se già è difficile “svelare” un’anima, quanto lo è “salvarla”?

Il romanzo di Wassermann è costellato di immagini potenti, spesso derivate dal mondo della medicina, che si impongono all’attenzione: passaggi che ti tolgono il fiato, come quello in cui Irlen, il paziente che spinge Kerkhoven a guardare dentro di sé, viene paragonato a un Cristo in agonia. Poi ci sono anche delle frasi memorabili, che sembrerebbero quasi da “cioccolatino Perugina”, ma che, in realtà, parlano della nostra essenza più profonda di esseri umani. Frasi che risuonano nell’anima come Vi sono ore, in cui le stelle le vediamo splendere per la prima volta...

La vorrei un’ora così, in questo momento. Tornare a riveder le stelle… sì si spera di poterlo fare al più presto.

Ah, so già che questo post “grezzo”, buttato giù di getto, vi lascerà perplessə, che non potrete capirlo sino in fondo. E forse voglio che sia così, perché l’impressione è quella che tanto sia impossibile comunicare davvero, spiegarsi e fare arrivare un messaggio. Per non parlare di quanto è difficile svelarsi, raccontare qualcosa di sé. Come si può farlo? Non appena tento di buttare giù uno dei muri di cui mi sono circondata, vado incontro alla delusione e lo ricostruisco subito, neanche facessi Trump di cognome. Eppure, a leggere tra le righe, (forse) si capirebbero molte cose.

L’impressione è che, ora come allora, non ci siano certezze – anche se ne vorrei, specialmente in questo momento – e che, alla fine, vagando a tentoni nelle tenebre, non si possa fare altro che ritornare ai nostri amati libri:

Che tempi sono questi? Fianco a fianco colla più obbrobriosa gazzarra, un nulla immerso nel più mortale silenzio. Beh, restano sempre i libri, forse troveremo lì la luce, quella che ci indicherà la strada.

Approfondimenti:
Questo romanzo fa parte di una trilogia, ma io sono famosa per iniziare le serie da dove mi pare e piace. Non so se leggerò gli altri capitoli, ma posso solo dirvi che il primo, Il caso Mauritius, è disponibile su Liber Liber.

La recensione di Convenzionali e quella di Sololibri (incentrata sull’intreccio, che io ho quasi completamente ignorato 😅).

4 pensieri su “Etzel Andergast

    1. Il secondo volume mi sembra molto nelle tue corde. Penso che questo autore potrebbe fornirti degli interessanti spunti di riflessione, destinati a trasformarsi in uno o più dei tuoi splendidi post. Spero che troverà posto nella tua libreria virtuale.
      Buone letture!

      "Mi piace"

  1. Pingback: Il caso Maurizius – Il verbo leggere

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