La spiaggia

Ho un rapporto complicato con Cesare Pavese: nessun altro scrittore è riuscito a farmi provare sensazioni così contrastanti. Alcuni dei suoi libri mi hanno letteralmente stregata, mentre altri mi hanno lasciata indifferente. Mi è capitato più di una volta di sfogliare distrattamente le sue pagine, di riuscire a cogliere solo qualche sprazzo di bellezza qua e là. La spiaggia fa parte dei testi che ho amato nonostante tutto, nonostante me, nonostante la mia ritrosia nei confronti di questo autore.

Il romanzo breve che Pavese considerava come una distrazione, come un “esperimento” (una franca ricerca di stile) si è imposto alla mia attenzione più dei suoi capolavori. Che ironia, eh? Voglio dire, stiamo parlando di un’opera che, nonostante il suo indubbio valore letterario, non ha riscosso un grande successo. Questo testo non ha ottenuto il favore del pubblico, ma è riuscito a convincere una lettrice difficile come me. Chissà perché… Forse per l’ambientazione: le spiagge della Riviera mi sono più familiari rispetto alle mitiche colline pavesiane. Tu che ne pensi?”

Foglie d’argento, un vecchio ulivo, non risponde alla mia domanda, ovviamente. Mi fermo un attimo a contemplare le colline liguri, colline che si aprono come sipari per lasciare spazio agli azzurri complementari, così belli da far male agli occhi e al cuore, del cielo e del mare.

“Sarà meglio che lasci da parte i miei dubbi, almeno per il momento, e che mi concentri sulla trama di questo romanzo breve. Non ti sembra una buona idea?”

L’ulivo tace e, forse, acconsente. Quanto mi manca la mia Musa, ma questa è un’altra storia…

L’intreccio de La spiaggia è piuttosto semplice: il narratore, un insegnante piemontese, decide di trascorrere parte delle sue ferie estive in Riviera.Vuole e allo stesso tempo non vuole rivedere Doro, l’amico che, in seguito alle nozze con la bella Clelia, si è trasferito a Genova. Dietro la figura immaginaria di Doro si nasconde una persona realmente esistita:

(…) Sturani si era sposato e Pavese ne ha provato gelosia e quasi rancore. Il nuovo romanzo deve servire anche a sfogare la sua ironia contro l’amico e contro il matrimonio. (…)
L’intreccio si regge sulla noia quotidiana nel giro di pochi volti, senza scoppi di tragedie, senza scontri, leggero come una tela di ragno. (…) pigri intrighi amorosi dinnanzi al mare tra uomini e donne coscienti che tutto si esaurirà in poche settimane e il rumore di quelle parole e l’inutilità di quegli incontri si frangerà come le onde contro gli scogli. (Il «vizio assurdo»: Storia di Cesare Pavese, Davide Lajolo)

La spiaggia è un testo giocato sul filo del non detto e dell’inquietudine. L’amicizia tra i due uomini è segnata da reticenze e logorata da una distanza non solo chilometrica, ma anche emotiva. Una distanza che rispecchia quella che separa Doro da Clelia: nessuno dei due è disposto ad andare incontro all’altro, a provare a ridurre un distacco che cresce di giorno in giorno. Marito e moglie non si affrontano mai a carte scoperte: pronunciano parole vuote e guardano morire il loro amore. Sempre ammesso che si siano mai amati davvero…

Invece di affrontare i loro problemi a viso aperto, i personaggi di Pavese preferiscono la fuga. Clelia si rifugia tra le onde, novella ninfa marina, mentre Doro fa ritorno alle sue amate colline, solo per rendersi conto che nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici. Gli sposi si sono lasciati sfuggire la felicità come sabbia tra le dita, non sono riusciti a godere sin in fondo la loro giovinezza:

– Bisogna capire la vita, – disse ancora, strizzando l’occhio con un’espressione di disagio. – Capirla quando si è giovani.

La spiaggia di Pavese offre solo l’illusione di una vacanza spensierata: nessun villeggiante riesce a sfuggire alle sue fragilità, alle sue ombre. Al sole estivo si oppongono inquieti notturni, serate in cui ci si ritrova a fissare assorti un ulivo, foglie d’argento, emblema di una terra altra rispetto alle colline dell’infanzia:

(…) la finestra che dava su un grosso ulivo contorto, cresciuto inspiegabilmente proprio nel mezzo dell’acciottolato. Tante volte in seguito, rientrando solo, mi capitò di guardarlo sovrapensiero, che è forse la cosa che meglio rivedo di tutta l’estate. Visto dal basso, era nodoso e scarno; ma dalla stanza, quando m’affacciavo, era un sodo blocco argenteo di foglioline secche accartocciate. Mi dava il senso di trovarmi in campagna, in un’ignota campagna (…)

La Liguria è una terra incognita, misteriosa come “il paese delle donne”: i personaggi maschili e femminili condividono la stessa spiaggia, ma una linea invisibile li separa. Le donne vengono descritte dal punto di vista di un uomo che le desidera, ma non riesce davvero a comprenderle: per dirla con le parole di Lajolo, sono intuite, ma non capite. Non è facile osservare l’universo femminile attraverso lo sguardo disilluso di Pavese, o almeno, non lo è per me. Questo è uno dei motivi che mi impediscono di apprezzarlo sino in fondo, di lasciarmi davvero trasportare dalla sua scrittura… 

Le donne e l’amore (disperato), l’amicizia, le mitiche colline, la solitudine e l’inquietudine: La spiaggia racchiude alcuni temi chiave della produzione pavesiana. Quest’opera “sperimentale”, come ci ricorda Davide Lajolo, è stata in seguito recuperata e rielaborata per dare vita a un altro romanzo breve, Il diavolo sulle colline. Di quel testo ricordo solo alcuni passaggi, alcune visioni delle Langhe e di una magnetica Torino notturna. Invece le pagine de La spiaggia resteranno impresse a lungo nella mia memoria: questo libro è un piccolo gioiello, costellato di diamanti-passaggi ad “alta densità poetica”.

Pavese continua ad attirarmi e a respingermi a fasi alterne, come i flussi e i riflussi della marea. Vorrei addossare la colpa del mio complicato rapporto con lui ai professori che mi hanno costretta a leggere La casa in collina e Paesi tuoi nel momento sbagliato. Vorrei fare lo scaricabarile, vorrei invocare il “trauma da lettura obbligatoria”, ma, in realtà, questa è una pura questione di chimica letteraria. Sono rimasta folgorata dai Dialoghi con Leucò e ho apprezzato La bella estate, ma ho lasciato a metà Ciau Masino. Perché? No lo so, non riesco davvero a spiegarmelo.

La verità è che non dovrei discutere di Pavese con te, ulivo dalle foglie argentate, ma con una una certa persona, con una blogger che conosce Il mestiere di leggere e quello di scrivere. Forse, lei potrebbe aiutarmi a venire a capo di queste contrastanti emozioni letterarie.”

Nota. No, non parlo davvero con gli ulivi. Nei miei pezzi c’è sempre una componente di finzione (letteraria) 😜. 

Fonti e approfondimenti:

La spiaggia – Liber Liber 

Il «vizio assurdo» di Davide Lajolo (anteprima di Google Books) 

La recensione de Il collezionista di letture

Gli articoli de Il mestiere di leggere dedicati allo scrittore di Santo Stefano Belbo

Il sito della Fondazione Cesare Pavese 

Varigotti, gioiello e belvedere del Ponente Ligure – Il Messaggero 

Photo credits:

Immagine di copertina: Stefano Mazzone, CC BY-SA 3.0.

Prima foto: Terensky, CC BY 3.0

Seconda foto: Tomatis David, Opera propria, CC BY-SA 4.0

12 pensieri su “La spiaggia

  1. Grazie di cuore per l’attenzione e la segnalazione, mi ha fatto davvero piacere. Ne “La spiaggia”, anche se a Pavese non piaceva, in realtà aveva affrontato temi che lo toccavano molto da vicino. E anche secondo me è un libro molto bello, condivido in pieno il tuo commento.
    Grazie ancora.
    Raffaele

    Piace a 1 persona

  2. Ho letto Pavese da ragazza e anch’io ho provato sentimenti contrastanti: profondo, toccante, magistrale nelle descrizioni, ma anche, spesso, noioso, ripetitivo… Alcuni libri mi sono piaciuti moltissimo, altri mi hanno lasciata indifferente. Invece ho amato molto il Pavese poeta di Lavorare stanca.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie per aver condiviso la tua “esperienza di lettura pavesiana”: mi sento meno sola nel sapere che anche altri lettori provano sentimenti contrastanti nei confronti delle sue opere.
      Quanto alle poesie, alcune mi hanno toccata nel profondo, altre decisamente no.
      Buone letture!

      "Mi piace"

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