1984: senza parole, senza speranza

Per la serie libri rimasti indecentemente a lungo nella mia wishlist: mi sono finalmente decisa a leggere 1984 di George Orwell (Oscar Mondadori, 2000). Il Grande Fratello è entrato a far parte della cultura popolare, ma la lettura di questo classico può ancora riservare qualche sorpresa. Per quel che mi riguarda, sono rimasta particolarmente colpita dalle riflessioni che Orwell ha dedicato a due temi chiave come il linguaggio e la memoria.

Il mio primo incontro con questo scrittore non è stato dei più felici: ho iniziato La fattoria degli animali da ragazzina, senza avere a disposizione gli strumenti adeguati per poter capire e apprezzare sino in fondo quella critica della Rivoluzione Russa. Memore della mia brutta esperienza, ho deciso di affidarmi al mio amato manuale di letteratura inglese, Witness to the Times, per analizzare più a fondo 1984. Ecco alcuni elementi chiave da tenere a mente per comprendere la distopia di Orwell (e anche Animal Farm, già che ci siamo):

  • la visione critica delle rivoluzioni avvenute nel corso della storia: le sollevazioni non portano mai a un miglioramento nella vita delle classi più basse (low), perché chi le guida finisce con il prendere il posto dei precedenti padroni.
  • I rischi insiti nel culto della personalità (Napoleon/Big Brother)
  • La manipolazione delle masse attraverso la propaganda: gli animali della fattoria, nonostante continuino ad essere affamati e oppressi, credono ciecamente in Napoleone; allo stesso modo, in 1984 i cittadini subiscono un continuo lavaggio del cervello, grazie a una serie di slogan e di “campagne pubblicitarie dell’odio”.
  • Il controllo del linguaggio che, da mezzo privilegiato per esprimere sentimenti e opinioni, si trasforma in un mero strumento politico.
  • La riscrittura della storia ufficiale: in Animal Farm il racconto della rivoluzione degli animali e gli slogan che hanno scandito l’insurrezione vengono progressivamente alterati, mentre in 1984 gli avvenimenti del passato sono soggetti a un incessante processo di editing.

La distopia di Orwell affonda le sue radici nell’orrore che la Realpolitik, sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra, suscitava nello scrittore. L’autore, dopo aver sperimentato in prima persona l’arroganza e l’iniquità dell’Impero coloniale inglese, ha prima abbracciato l’anarchismo, poi si è avvicinato al socialismo. In seguito, l’esperienza sconvolgente della Guerra Civile spagnola e i totalitarismi del Novecento hanno minato le sue residue speranze di un futuro migliore. Queste disillusioni stanno alla base del fosco futuro descritto in 1984.

Orwell ha scritto la sua distopia in una lingua semplice e diretta, tenendo fede al suo celebre motto: la buona prosa è trasparente come il vetro di una finestra. A questa chiarezza fa da contraltare l’inquietante Newspeak, la nuova-lingua coniata dall’Ingsoc (English Socialism), il partito del grande fratello. L’Ingsoc si basa su tre principi “sacri”:

LA GUERRA È PACE

LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ

L’IGNORANZA È FORZA

Questi motti contraddittori sono una chiara spia dell‘inversione di senso che sta alla base del mondo di 1984: rovesciamento non carnevalesco, ma dispotico, finalizzato a fare in modo che i potenti continuino a restare in cima alla ruota della fortuna. In uno dei capitoli chiave del romanzo, l’anti-eroe di Orwell, Winston Smith, metterà le mani su un libro in cui viene chiarito il vero significato di questi tre motti: solo a quel punto diventerà chiaro quanto le parole che li compongono siano distorte e ingannevoli.

Winston è abituato ad avere a che fare con le parole: il suo compito è quello di editare incessantemente ogni documento relativo al passato, così da adeguarlo alle esigenze del partito. Quest’uomo apparentemente insignificante esegue gli ordini, ma la sua mente è in ebollizione: Smith non riesce ad accettare la mutabilità del passato e il doublethink, il “doppio pensiero” che impone di cancellare i propri ricordi e di rimpiazzarli con il “Verbo” del Grande Fratello. Se il partito ti dice che 2+2=5 tu devi dimenticarti che 2+2=4. Winston non è mai stato in grado di farlo.

L’antieroe di 1984 è un uomo solo, l’unico uomo rimasto sulla terra a mettere in discussione l’autorità di Big Brother, a ricorrere alla vecchia lingua letteraria per fissare su carta il suo spaesamento:

Giù in strada il vento continuava a sbattere avanti e indietro il manifesto strappato, continuando a coprire e scoprire la parola SOCING. Socing, i sacri principi del Socing. Neolingua, bipensiero, la mutabilità del passato. Winston si sentì come se stesse vagando nelle foreste del fondo marino, perduto in un mondo mostruoso in cui era lui il mostro. Era solo. Il passato era morto, il futuro imprevedibile.

La Londra distopica di Orwell è una città di uomini grigi, simili alla folla descritta in Wasteland di T.S. Eliot: è una metropoli di morti. Winston stesso è un condannato a morte: nella sua mente si rincorrono pensieri non-conformi, sovversivi, destinati a venire captate dall’omni-vedente e onnipresente Grande Fratello. La sua però è una ribellione sterile, già condannata in partenza. Nel mondo descritto da Orwell non c’è più spazio per la speranza.

Nel futuro distopico descritto in 1984, gli uomini non hanno più il permesso di pensare (pensare è un reato, anzi uno psicoreato). Per questo motivo le parole devono venire distrutte:

Non riesci a cogliere la bellezza insita nella distruzione delle parole. Lo sapevi che la neolingua è l’unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno? (…) Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere.

Ogni qualvolta la civiltà va in pezzi, sia nella finzione letteraria che nella realtà, la lingua scritta risente del colpo: durante gli anni più oscuri del Novecento i libri venivano bruciati; i sopravvissuti alla La peste scarlatta di Jack London si esprimono in un inglese scarnificato, stentato; le ancelle di Margaret Atwood vivono in un mondo in cui le immagini e i simboli hanno preso il sopravvento sulle lettere.

Quando la scrittura, esercizio intellettuale per eccellenza, svanisce diventa più facile credere alle menzogne della propaganda e abdicare alla propria capacità di giudizio. Si potrebbe allora pensare che i libri e la cultura siano la chiave per ritrovare la libertà perduta: se i concittadini di Winston fossero in grado di leggere tra le righe, potrebbero evadere dalla loro prigione angusta, dal mondo pieno di odio, in perpetua guerra, in cui sono rinchiusi. O forse no

Tra le pagine dell’amara distopia di Orwell si nasconde una frasetta disturbante, disturbante almeno quanto la terrificante stanza 101 in cui verrà rinchiuso Winston: I libri migliori, pensò, sono quelli che vi dicono ciò che sapete già. Lo scrittore, mentre dava vita all’oscuro futuro di 1984, pensava al suo presente, al suo 1948 (basta invertire due cifre è il gioco è fatto): l’orrore che stava narrando non era altro che un riflesso dei totalitarismi del Novecento. Un orrore a cui pensava che non fosse più possibile porre rimedio: lui poteva solo mettere il dito nella piaga.

Oggi questa distopia, per certi versi sorprendentemente profetica, continua a parlarci di cose che sappiamo già: i dittatori non sono svaniti nel nulla al termine del Secolo breve; le fake news ci destabilizzano; i negazionisti, maestri del doublethink, sono convinti che la terra sia piatta e che il Covid non esista; il Grande Fratello Google ci spia. Anche se sappiamo come stanno le cose, non riusciamo a cambiare la realtà di una virgola.

I libri devono quindi continuare a essere delle mere Cassandre? Me lo chiedevo già un po’ di tempo fa e ne discutevo con La libraia virtuale. Continuo a girare attorno alla questione. Se gli intellettuali non hanno il potere di cambiare il mondo perché scrivono ancora e, soprattutto, perché noi ci ostiniamo a leggere? Non sarebbe meglio non sapere? Beata ignoranza. Beata per tutti tranne che per chi continua ad aggrapparsi alla flebile luce che filtra tra le pagine.

Approfondimenti:

Per apprezzare il Newspeak in tutta la sua aridità, bisogna leggere 1984 in lingua originale: vi rimando alla copia gratuita messa a disposizione da Planet Ebook .

“Una buona tazza di tè” insieme a George Orwell – La stanza 101

Comprendere il presente – Videodrome

Una voce fuori dal coro: Lasciate perdere “1984”, oggi quello che conta sono i saggi di Orwell – Dudemag

Restare umani per non diventare automi – Huffington Post

17 pensieri su “1984: senza parole, senza speranza

  1. Orwell e Bradbury hanno anticipato la società attuale: siamo tutti spiati in un modo o l’altro e tanta gente è felice di esserlo (basta vedere tutti quelli che sbandierano ogni cosa su Facebook o altro social media), il politically correct sta strozzando la libertà di parola, si legge sempre di meno, legioni di telespettatori si intossicano con la TV spazzatura (Grande Fratello e altre produzioni del genere), gli estremismi crescono in fretta, si è tornato a sognare un ipotetico “Uomo Forte” alla testa di vari governi…

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  2. Dovrei davvero rileggere 1984, perché secondo me l’ho letto nel momento sbagliato e non l’ho capito. E dovrei leggerlo per la prima volta in inglese perché, come dici tu, penso si perda parecchio in traduzione, visto che l’italiano per sua natura tende a essere un po’ più, come dire, pomposo dell’inglese. Tra l’altro su Il rifugio dell’ircocervo giorni fa hanno pubblicato due post con le interviste a traduttrici e traduttori di Orwell in italiano: sono molto interessanti, te le consiglio, se non le hai già lette!

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  3. Complimenti! Leggere questo tuo post, mi riporta alla memoria questo fantastico libro di Orwell. Quanto mai é attuale negli avvenimenti odierni, e le tue riflessioni finali, con tanti punti interrogativi, sono del tutto corrette. Bravo.

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  4. Mi hai splendidamente richiamato a riprendere Orwell che, nel frattempo, avevo ri-perduto per strada. Perché è così. E’ un autore da cui vene facile “distrattamente” fuggire, come da chiunque ci parli senza infingimenti e ci sveli le bugie in cui viviamo.
    Grazie per il rinvio. Che ha fatto bene a me.
    Ah, e no, Dickens, ci ho riprovato, non le reggo proprio;)

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    1. Eh, il desiderio di fuggire lo sento anche io, ma poi certi libri, come questo, “vengono a bussare alla mia porta”.
      Io mi sono persa, qualche mese fa, per strada il tuo Max Havelaar: devo aspettare di mettere le mani su un’edizione italiana o trovare la giusta concentrazione per affrontarlo in inglese.
      Eh, ci sono libri che non si reggono ;). Con Stroud va meglio? Anche lui parla di temi tosti, nascondendosi dietro il velo della fantasia e dell’ironia.

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  5. “La fattoria degli animali” è concepito e sviluppato in modo geniale, ma c’è qualcosa che alla fine mi fa suscitare quasi indifferenza nei confronti di questo libro (ehm, potrebbe c’entrare il fatto che la mia prof di inglese fosse fissata e gli ha dedicato un intero anno scolastico di analisi, più le vacanze estive precedenti). Mentre con “1984” è stato proprio amore a prima vista. L’idea di poter riscrivere il passato e modificare la memoria collettiva distruggendo e creando letteralmente documenti mi aveva sconvolto. Eppure è proprio quello che succede, non solo nei regimi totalitari, non avevo mai pensato di collegarlo anche ai negazionisti da cui ormai siamo circondati su qualsiasi argomento.
    Anche se anch’io mi chiedo perché ci ostiniamo a leggere libri che affermano che non c’è speranza.
    Di “1984” mi ha sempre turbato la fine, perché arrendersi come ha fatto Winston è terribilmente umano e, anche se magari non vogliamo crederci, in una situazione simile potremmo non essere migliori di lui.

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