Due parole su Kavafis

Tentativo d’esaurimento della geografia letteraria e sentimentale del poeta Konstantinos Kavafis (1863-1903): le mura di Troia, Itaca e il suo mare color del vino, i palazzi di Bisanzio, la biblioteca di Alessandria d’Egitto, una bottega in cui scambiarsi un bacio proibito e, infine, una teoria di stanze tenebrose, di camere silenziose in cui l’uomo riflette sul destino, sul passare del tempo e sul fato crudele.

Vi gira la testa? I versi di Kavafis abbracciano sia il mar Mediterraneo, sia quell’abisso oscuro e tumultuoso che è l’esistenza umana. Tutti noi conosciamo almeno due delle sue poesie, le più celebri: Itaca e Aspettando i barbari. Ecco, quei due componimenti sono solo due gocce del mare d’inchiostro del poeta: una distesa di versi che mi sono finalmente decisa a navigare grazie a un post de La libraia Virtuale. Siete pronti a partire per questo viaggio tra i versi?

Il destino ha voluto che mi imbattessi in alcune poesie disponibili online e in un’antologia piuttosto particolare, Itaca (Aipsa Edizioni, 2011): il traduttore Gian Gavino Irde ha deciso di trasporre i versi di Kavafis non solo in italiano, ma anche in lingua sarda logudorese, dando vita a un originale esperimento linguistico. La prefazione-bussola di Irde ci permette di entrare subito in contatto con questa poesia

priva di orpelli e ricercatezze stilistiche, così scabra e essenziale da avvincere immediatamente il lettore. (Nota del traduttore)

Una poesia che non è stata allattata al seno di una lingua madre, ma a quello di una lingua conquistata e, forse, per questo ancora più amata:

La sua prima lingua fu l’inglese e apprese il greco solo a partire dai sedici anni. Lungi dal danneggiarlo, questa circostanza gli permise di coniare un suo proprio linguaggio poetico, nel quale lingua colta e lingua popolare si fondono magistralmente. (Ibidem)

I versi, essenziali e incisivi, raccolti in Itaca affondano le loro radici nel mondo ellenico, in un mondo che non esiste più, ma che continua a vivere tra le pagine dei classici. La Costantinopoli ottomana, la città da cui proveniva la famiglia di Kavafis, ridiventa la Bisanzio dei Comneni. Invece, nelle vie di Alessandria d’Egitto, la città in cui il poeta ha trascorso tutta la sua vita, risuonano sia le voci dei suoi amici e conoscenti, sia quelle dei loro antenati.

Kavafis ci appare come il custode ed erede di un’illustre tradizione culturale: la sua patria è il mondo ellenico, un mondo che vanta tra i suoi cittadini Omero, Cesare, Cleopatra e Anna Comnena. Il porto della sua Alessandria, città crocevia di popoli e culture, si espande sino a cingere tutto il Mar Mediterraneo: gli spettri di sovrani bizantini, nobili alessandrini, eroi greci e imperatori romani riemergono dalle loro tombe e si danno appuntamento tra i suoi versi. L’antica Terra di Ionia continua a vivere in queste poesie:

Seppure ne abbiamo distrutto le statue,
e li abbiamo scacciati dai loro templi,
non per questo sono morti gli dèi.
O terra di Ionia, essi t’amano ancora,
l’anima loro ancora ti rammenta.
(…)

I componimenti di Kavafis affondano le loro radici non solo in questo glorioso retaggio, ma anche in un’intimità solitaria e oscura: il poeta ha trascorso gran parte della sua vita in una sorta di segregazione volontaria e ha affidato le sue parole, scritte su fogli volanti, agli amici più cari. Quei foglietti ci parlano di un destino già segnato, del triste fato degli uomini. Tutti noi vorremmo essere dei vincitori, ma, in realtà, siamo dei Troiani:

Troiani
Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, come quelli dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, che cominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze
(…)

Il poeta capace di spaziare con l’immaginazione dalle coste di Itaca al porto di Costantinopoli si è rinchiuso in un orizzonte limitato, nell’abbraccio soffocante di una città che non è riuscito a lasciare. Le sue poesie ci parlano di muri, di giornate monotone trascorse in casa – giorni che ora ci appaiono terribilmente familiari – e di finestre che forse è meglio non aprire:

Le finestre
In queste stanze tenebrose, dove giornate
gravose vivo, qua e là mi volto
per trovare finestre (un miracolo
se una appena se n’apre). Ma non ne trovo
o non ne so trovare. Forse sarà meglio.
Forse la luce sarà un’altra tortura.
Chissà che cose nuove mostrerà.

Nelle sue poesie più struggenti e malinconiche, Kavafis ci parla di Desideri destinati a sfiorire senza potersi compiere e di candele spente:

Stanno i giorni futuri davanti a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde, splendenti.
Rimangono i trascorsi giorni dietro,
penosa riga di candele spente:
le più vicine fumano ancora un poco,
fredde, disfatte, storte.
Non le voglio vedere: mi strazia il loro aspetto,
il ricordo mi strazia, della luce che avevano.
E guardo avanti, alle candele accese
(…) (Candele)

La tristezza che attraversa, come un vento gelido e desolante, questa antologia deriva anche dal senso d’isolamento originato dalla consapevolezza della propria “diversità”. Il poeta non ha sempre potuto vivere in maniera aperta e gioiosa la sua omosessualità:

Alla scoperta e all’accettazione della propria omosessualità si ispirano i versi che cantano la gioiosa sensualità pagana, cui si contrappongono i versi nei quali c’è l’accettazione, da parte del poeta, della tradizione cristiana, tutta abitata da una coscienza infelice. (Nota del traduttore)

Il catalogo dei giovani sognati e adorati, efebi dagli occhi splendenti e dalle labbra sensuali, si contrappone a versi struggenti dedicati ad amori che non possono venire consumati alla luce del sole, a incontri furtivi Sulle scale. I versi di Kavafis ci parlano di uomini costretti ad affidare la loro passione a gesti furtivi, perché la società in cui vivono considera il loro amore come una “cosa illecita” e “impura”:

(…)
Stavan lì a parlottare dell’acquisto – ma lo scopo
era un altro: si toccavano, le loro mani
sopra quei fazzoletti: si avvicinavano
i visi, le labbra, come per caso:
un contatto di corpi per un attimo.
Velocemente, furtivamente, che non s’avvedesse
il padrone là in fondo al magazzino. (S’informava della qualità)

Al termine della nostra navigazione tra flutti d’inchiostro, torniamo a riva con la consapevolezza di non essere davvero riusciti a capire chi fosse il poeta che abbiamo cercato tra i flutti-righe: non è possibile conoscere i pensieri più intimi di un altro essere umano, specialmente se si tratta di qualcuno che è stato costretto a nascondersi, ad affidare il suo vero io a scritti “mascherati”. Sappiamo solo che, grazie ai suoi versi essenziali e sublimi, Kavafis è stato in grado di resuscitare le ombre dell’antica Ionia, di farci capire il vero significato di Itaca e di far vibrare le corde dei nostri cuori:

(…)
Dalle mie azioni meno visibili
dai miei scritti più mascherati –
soltanto da quelli mi percepiranno.
Ma forse non vale la pena impegnarsi
e sforzarsi così tanto per comprendermi.
In futuro – in una società migliore –
sicuramente qualcun altro fatto come me
si mostrerà e si comporterà liberamente.
(Cose nascoste)

Nota: rileggendo questo post, mi rendo conto di non essere riuscita ad aggiungere nulla rispetto a quanto detto da Ivana nel suo post. Posso solo sperare di essere riuscita a farvi venire voglia di scoprire o riscoprire i versi di questo poeta.

Approfondimenti:

Il più antico tra i poeti moderni – Libreriamo

Kavafis – Homolaicus

Poesie – Pangea News

Un inno all’antichità – Il giornale

Il poeta di Alessandria – Rai Scuola

4 pensieri su “Due parole su Kavafis

  1. Eccome se hai aggiunto! Bellissimo. “Finestre” è sempre, per me, un assoluto. E “il cantuccio” di ognuno è, in verità, il mondo intero e siamo tutti viaggiatori. Affaticati, alla fine.
    La poesia di Kavafis, come accade (ma non sempre) con la grande poesia, ha molto, ancora e ancora, da dare.
    Complimenti, e grazie per il richiamo

    Piace a 1 persona

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