Villon e il gioco del “Se fossi…”

Le vite dei grandi autori, specialmente di quelli dall’esistenza tormentata, accendono l’immaginazione dei lettori. Veniamo presi dal desiderio di riempire le pagine bianche delle loro biografie oppure ci ritroviamo a immaginare capitoli alternativi, sentieri biforcati non intrapresi. Oggi voglio proporvi due “scene di vita immaginaria” che hanno per protagonista François Villon: i versi e le gesta di questo poeta maledetto hanno dato origine a più di una leggenda e sono diventati oggetto di diverse finzioni letterarie.

Giochiamo al gioco del “Se fossi…”. Vi siete mai chiesti cosa sarebbe accaduto, se la vostra vita avesse preso una piega diversa? I testi che affronteremo oggi partono proprio da questo presupposto. In Un tetto per la notte di Robert Louis Stevenson Villon si chiede cosa sarebbe successo, se avesse avuto la fortuna di nascere in una famiglia altolocata. Invece in Se io fossi re di Justin Huntly McCarthy il poeta, in seguito a una catena di imprevisti, si ritrova a interpretare il ruolo di un gentiluomo.

Un tetto per la notte

Il racconto di Stevenson si apre con una fantasmagorica descrizione di Parigi: nel tardo novembre del 1456, la neve, silenziosa e instancabile, vortica incessantemente in un cielo nero come l’inchiostro. Lo scrittore, nel giro di una manciata di righe, riesce a catturare l’atmosfera di una città cupa, in preda alla morsa del gelo: un luogo pieno di insidie in cui è facile trovare la morte — vuoi per assideramento, vuoi perché i lupi vagano indisturbati per le strade, vuoi perché alcuni parigini hanno il coltello facile.

François sta contemplando la nevicata, attraverso la finestra di una sordida stanzetta: Giove sta spiumando delle oche sull’Olimpo oppure gli angeli del Signore stanno facendo la muta? Il poeta, intento a comporre una nuova ballata, ci appare diviso tra madonna Malinconia e madama Ironia: ha due lacrime agli angoli degli occhi e un sorriso beffardo sulle labbra.

Stevenson, pur rendendo omaggio al genio poetico di Villon, ci presenta l’autore del Testamento come un poco di buono: lo descrive come un uomo brutto, scarno e scuro, dall’aspetto sinistro. Di lì a poco, questo pendaglio da forca sarà costretto a lasciare il suo rifugio, a fuggire dalle guardie e a cercare un posto sicuro dove trascorrere la notte.

Lo scrittore scozzese non idealizza il primo poeta maledetto: il “suo” François è un uomo indurito dal vizio e da una vita di privazioni. Il protagonista di Un tetto per la notte è capace di comporre versi struggenti ed è ancora in grado di commuoversi davanti al cadavere di una prostituta morta assiderata, ma, non appena le cose si fanno complicate, il suo istinto di sopravvivenza ha la meglio su ogni ideale. La necessità di tirare a campare, di resistere a tempi difficili, non concede molto spazio ai nobili sentimenti.

Ho avuto questa canzone in testa durante tutta la stesura del post...

Nel giro di qualche pagina, Villon trova inaspettatamente rifugio nella dimora di un nobile: Enguerrand de la Feuillee, signore di Brisetout e balivo di Patatracun. I due protagonisti del racconto non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Il loro incontro, dettato dal caso, è l’occasione perfetta per dare il via al gioco del “Se io fossi…”. Se il padrone di casa fosse venuto al mondo nella culla del suo ospite e viceversa, adesso chi sarebbe il signore e chi il vagabondo?

Villon invita Enguerrand a non giudicarlo troppo severamente: lui, povero pendaglio da forca, si è visto servire dal fato-mazziere delle cattive carte. Il gran signore, che lo guarda all’alto in basso, sarebbe stato capace di giocare la sua partita-vita con quelle carte sfortunate? Il balivo sarebbe riuscito comunque a condurre un’esistenza onorevole e rispettabile o avrebbe finito con l’abbassarsi al livello del suo ospite inaspettato?

Il poeta afferma di pentirsi tutti i giorni delle sue azioni, ma sostiene anche di dover pur continuare a vivere, fosse anche solo per potersi continuare a pentire. La sua vita grama non lascia spazio a illusioni o a false pretese: l’onestà (intellettuale) di Villon consiste nell’essere consapevole dei propri limiti e nel non credersi migliore di quello che è.

Stevenson ci lascia intravvedere solo il barlume di un’esistenza diversa: se Villon fosse nato sotto una stella più favorevole, forse avrebbe potuto diventare un uomo onesto, stimato da tutti. Però, se il poeta fosse venuto alla luce in seno a una famiglia nobile, sarebbe riuscito lo stesso a comporre i versi — intrisi del lezzo di sordide taverne e bordelli — che l’hanno reso immortale?

Se io fossi re

villon

Justin Huntly McCarthy ci trasporta in una Parigi da Autunno del Medioevo, popolata da una pittoresca corte dei miracoli. Il suo romanzo prende le mosse da una domanda: cosa faresti se avessi finalmente l’occasione di dimostrare quanto vali, a prescindere dai tuoi natali e dagli errori che hai commesso? In questa “vita immaginaria” Villon ha la possibilità di riscattarsi, ma, per conquistare la gloria, dovrà essere disposto a mettere in gioco il suo collo.

If I were king si apre in una taverna frequentata dalla varia umanità che anime le pagine del Lais e del Testamento, dagli “eredi” del poeta maledetto. Noi lettori abbiamo davvero l’impressione di essere seduti a un tavolo di quella bettola. Anche noi, come Luigi XI, siamo in incognito e spiamo da una posizione defilata gli altri avventori. Diversamente da Un tetto per la notte qui l’atmosfera, per quanto sordida, è più vivace e allegra: siamo circondati da poco di buono, ma queste canaglie riescono a suscitare la nostra simpatia.

La differenza tra la visione di Stevenson e quella di McCarthy diventa ancora più lampante, non appena Villon entra in scena: il suo volto scarno, su cui sono incisi i segni delle privazioni subite e dei peccati commessi, conserva ancora una certa dignità e bellezza. Il François di MCarthy è un rimatore, uno scolaro, un bevitore e uno spadaccino; ma, soprattutto, è un uomo che non è mai riuscito a mettere davvero a frutto i suoi talenti: la cattiva sorte, le cattive compagne e una serie di pessime decisioni lo hanno portato fuori strada. Eppure in lui brilla ancora una scintilla che avrebbe solo bisogno di venire riattizzata.

Il poeta pendaglio da forca suscita sentimenti contrastanti in Luigi XI. Il re ammira le abilità oratorie dell’autore del Testamento, ma, allo stesso tempo, vorrebbe impiccarlo. Perché? Semplice, perché quel “poetastro” sostiene di poter essere un sovrano migliore di lui. A questo punto, Luigi XI – che ha una certa passione per il teatro e le mascherate – ordina ai suoi uomini di drogare François, di trasportarlo a palazzo e di rivestirlo con degli splendidi abiti.

L’idea di far credere a un poveraccio di essere un nobiluomo non suonerà nuova a chi tra di voi frequenta assiduamente il Bardo: in effetti c’è un che di shakespeariano nell’opera di McCarthy. La novità sta nella sfida che il re ha architettato: una scommessa in cui è in palio la vita di Villon. François avrà a disposizione una settimana per dimostrare il suo valore e per muovere guerra agli infidi borgognoni. Però, se entro quei sette giorni, non riuscirà a conquistare il cuore di Lady Katherine – una dama che ha già avuto modo di incontrare nei suoi vecchi panni – verrà impiccato.

McCarthy ha preso spunto dai “testamenti” Villon e dalle sue più o meno veritiere biografie, per dare vita a un’opera originale, ricca di citazioni e omaggi ai versi del primo poeta maledetto. Lo scrittore ha deciso di guardare alle ballate più malinconiche e struggenti di François, invece che alla sua tagliente ironia e ai suoi misfatti: il suo romanzo è un grande gioco del “Se io fossi…” in cui il rimatore ha finalmente l’occasione di redimersi, di mostrare al mondo il suo lato migliore.

La verità, forse, sta nel mezzo

Nel nostro immaginario Villon sarà sempre sospeso – o appeso, perdonate l’humour nero – tra riso e pianto, tra salvezza e dannazione, tra la bellezza dei suoi versi e la sregolatezza della sua vita. Forse era davvero un pendaglio da forca, un criminale irredimibile, o, forse, era un antieroe incompreso. Quello che è certo è che stato un grande poeta, capace di comporre versi immortali e di ispirare generazioni di lettori e autori.

Approfondimenti:

Un tetto per la notte – Found in Translation

La recensione de il Paradiso degli orchi

Un interessante confronto tra Mr. Hyde e Villon sul blog Fimmina che legge

A poet for the People: If I Were King – Michael’s Mingo’s Blog

Opere ispirate alla vita e ai versi del primo poeta maledetto su Wikipedia

10 pensieri su “Villon e il gioco del “Se fossi…”

    1. Era una vecchia conoscenza dei tempi dell’università ;). Le sue poesie si sono rivelate perfette per dare l’addio al 2020 e devo ammettere che è stato interessante scoprire come diversi autori si sono confrontati col suo mito.
      Ho glissato sul film “Je, François Villon, voleur, assassin, poète…”: lì non ne esce proprio benissimo e ti esce rapidamente dal cuore XD.
      Buone letture, Pina!

      Piace a 1 persona

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