Il muschio e la rugiada

Una locanda tradizionale di Asakusa, Tokyo. Su una delle pareti fa bella mostra di sé un ritratto del poeta Ishikawa Takuboku, l’ispiratore di questo viaggio tra le righe. Prendete posto al tavolo, ordinate un bicchiere di tè verde o di sakè e mettetevi comodi. Oggi, grazie all’antologia Il muschio e la rugiada (Bur, 1996), esploreremo il mondo della poesia giapponese, un mondo di rugiada/che svapora.

Il muschio e la rugiada sono figure ricorrenti nella lirica nipponica: il muschio è l’emblema del tempo senza tempo, di una durata senza limiti che lascia la sua patina sulle cose, mentre la rugiada simboleggia il carattere effimero del mondo. Queste due immagini costellano il sentiero che conduce dai tradizionali haiku di Bashō ai tanka modernisti di Takuboku.

La poesia come specchio

Il nostro viaggio inizia davanti a uno specchio: potrebbe essere il disco in cui si specchiata la dea Amaterasu, oppure potrebbe essere il manufatto in cui si è visto riflesso Lafcadio Hearn, il cantore dell’antico Giappone. A ben guardare, forse non è altro che un frammento di quel grande gioco di specchi che è la Letteratura.

I giapponesi pongono allo specchio della poesia

(…) le domande più radicali sul mistero dell’essere. Solo dalle profondità della parola può (…) balenare la verità, e solo attraverso il serrato confronto con la complessità del linguaggio e della tradizione letteraria è possibile catturare in versi l’autenticità e la naturalezza del reale (…). (…)

Rispetto alle contraddizioni della realtà la forza dello stile (…) è la stessa intrinseca dello specchio. (…) Tutto, alla luce dello stile, può essere ancora ciò che era, pur essendo radicalmente altro: pur rivelando il proprio volto segreto. (Introduzione, Paolo Lagazzi)

Durante il periodo Meiji, l’epoca dello shock causato dal confronto con l’Occidente, l’anima-specchio della poesia giapponese si rispecchia in altre anime. In quegli anni turbolenti, diversi poeti cercano di aprirsi una strada tra il passato, il presente e il futuro, arricchendo e rinnovando le tradizionali forme poetiche.

L’Oriente si specchia nell’Occidente e viceversa: Il muschio e la rugiada è “il riflesso di un riflesso”, è un riflesso mediato dallo specchio della traduzione. Non è facile riuscire a tradurre in italiano una lingua pittorica:

La lingua giapponese (…) è ideografica; ne consegue che la parola scritta già di per sé è un simbolo, una parola dipinta (…) La poesia è (…) più un dono da contemplare che da ascoltare. (Difficoltà e criteri-guida per la traduzione, Mario Ricco)

Nella versione vibra solo qualcosa dell’originale eppure ogni goccia di rugiada contiene il cielo intero. Per apprezzare appieno queste gocce di poesia, bisogna specchiarsi più volte nel testo: prima si ci sofferma sulla traslitterazione dei versi, cercando di coglierne il ritmo, poi si passa alla traduzione e, infine, si rilegge la poesia alla luce del commento incluso nell’antologia. Bisogna lasciarsi guidare dal desiderio di scoperta, dalla curiosità che ha spinto Lafcadio a specchiarsi nell’antico Nippon e a cercare sé stesso in quel paese misterioso e affascinante.

Strutture metriche: tanka, renga e haiku

La lirica giapponese è caratterizzata da tre strutture metriche principali, accomunate dall’assenza di rime e dall’intenso bisogno che il cuore umano ha di esprimersi nel momento del suo riconoscersi parte viva del mondo.

Tanka. Un metro duttile e popolare composto da 31 sillabe (5, 7, 5, 7 e 7 sillabe). I tanka del Manyōshū, un’antologia dell’ottavo secolo, esprimono le emozioni di un intero popolo, invece il Kokinshū è il distillato della civiltà di corte del periodo Heian. Il tanka, attraverso l’utilizzo di raffinate figure retoriche (giochi di parole, allusioni, nessi mentali), dà voce al desiderio di vibrare all’unisono con la bellezza, ovunque essa si manifesti.

Renga. Questo metro raggiunge livelli sofisticati a fine 1400 ed è l’unico ad avere un titolo. Si tratta di una sorta di dialogo in versi:

Il primo poeta dà il tema nell’incipit di 5, 7 e 5 sillabe (chiamato, nel suo complesso, hokku); il secondo lega a questo un insieme di 7 più 7 sillabe; ad esso seguono, per mano di un altro poeta, tre nuove misure di 5, 7 e cinque sillabe, e così via (…). Ogni intervento si lega (…) al precedente, e prepara il terreno a quello che segue (…). Per questo, l’opera conclusa non dà mai, davvero, un’impressione d’insieme o d’una durata, (…) lasciando solo, alla fine, l’impressione d’una perpetua metamorfosi.

Per tale carattere, frammentario e discontinuo, del renga, lo hokku (il suo sigillo ideale, la sua strofa più prestigiosa: perciò spesso affidata ai poeti ritenuti più sapienti) doveva assai presto apparire come una cosa compiuta in sé (…): ed è in questa “cosa” che va colta l’origine dello haiku. (Introduzione)

Haiku( 5, 7, 5). Un breve componimento, nato nel XVII secolo, che può essere considerato come l’omologo del satori, del risveglio spirituale. Questa “epifania in versi” racchiude l’essenza più pura dell’anima giapponese:

Benché ridotta ai minimi termini (…) la voce della poesia tocca qui la forza viva d’una fiamma.
(…)
Nessun aspetto della natura o del reale (…) è indegno d’attenzione per i mastri dello haiku: in ogni cosa (…) è l’energia vitale a offrirsi e a svelarsi (…) (Ibidem)

La tradizione e la modernità: gocce di rugiada e banchieri fluorescenti

Iniziamo dalle liriche della tradizione e, più precisamente, da due tanka, tratti rispettivamente dal Manyōshū e dal Kokinshū, accomunati dall’immagine della rugiada:

Bianche gocce di rugiada
sui pennacchi di canna
del mio giardino
Potessi perforarle intatte…
Una collana per te. (Otomo No Yakairochi)

Cos’è la vita
Gocce di rugiada
che svapora.
Eppure la darei
per poterti
incontrare. (Ki No Tomonori)

Proseguiamo con un frammento di un renga composto nel 1690, La prima pioggia d’inverno. Si tratta di una “conversazione” tra Kyorai, Bashō, Bonchō e Shihō:

Quando rabbuia, salgono
in cima al monte; al tempio
accendono lanterne. (Kyorai)

Bashō è un maestro del renga, ma è soprattutto il maestro supremo dell’haiku. Il poeta porta la poesia il più vicino possibile alla vita liberandola, da qualsiasi artificio letterario o ricercatezza di stile:

Bashō raccomanda quattro cose a tutti gli aspiranti poeti: l’armonia con tutti gli esseri, il rispetto profondo, uno spirito libero dal desiderio di possesso e la tranquillità interiore.

Attraverso l’ascesi, il poeta riesce a raggiungere lo stato di estasi che la vera bellezza può suscitare, lo stato di grazia che gli permette di creare haiku perfetti. Bashō percepisce la scintilla divina insita nella natura e riesce a dare voce alle cose:

Tempio di Suma – Ascolto
un flauto che nessuno suona
nel bosco scuro d’ombre.

Tra i “virtuosi dello yaiku” possiamo annoverare anche: Buson, un pittore tanto visivo quanto Bashō è sonoro, Yamamoto Ryōkan, nei cui versi risuona la consapevolezza del carattere effimero dello cose e Kobayashi Issa, il cantore della bellezza delle cose comuni, non appariscenti.

Con l’invidia negli occhi
insegui la farfalla
uccellino in gabbia. (Kobayashi Issa)

Passiamo dalla tradizione alla modernità, seguendo l’itinerario tracciato dalle pagine de Il muschio e la rugiada. Dopo l’apertura all’occidente, gli haiku si arricchiscono di immagini nuove, come quella dei memorabili banchieri fluorescenti di Kato Shuson. Altri poeti, come Kitagawa Fuyuhiko, scelgono la strada del verso libero, allontanandosi dalle immagini liriche tradizionali e dando vita a paragoni dissonanti:

Nel cielo del crepuscolo
la pallida luna del giorno
scolorita; è come
uno strumento musicale
spezzato.

Ora permettetemi di presentarvi due dei miei poeti preferiti, due autori di tanka del tardo periodo Meiji: la “ribelle” Yosano Akiko e Ishikawa Takuboko, il poeta che ho conosciuto grazie all’anime Woodpecker Detective’s Office.

Quella di Yosano Akiko è una poesia di protesta volta a favorire l’emancipazione femminile e a denunciare il bigotto moralismo dei religiosi. Nella raccolta di tanka Midaregami, una sorta di diario di una prostituta di lusso, la scrittrice manifesta il suo disprezzo nei confronti della ruvida e soffocante morale tradizionale:

Dopo il mio bagno
alla sorgente calda
questi vestiti
sono ruvidi alla pelle
così come il mondo.

Kyosuke Kindaichi e Takuboku Ishikawa

Passiamo dal “diario” anticonformista di Yosano Akiko a quello intimo di Ishikawa Takuboko, destinato a morire a soli ventisette anni a causa della tubercolosi:

La sua poetica andava di pari passo con la vita stessa (…).
Il suo linguaggio è quello del quotidiano: parole vestite di povertà.

Nelle sue poesie musicali, ricche di allitterazioni, Ishikawa Takuboko abbandona il tradizionale riferimento alle stagioni e il simbolismo dei fiori in favore di una poetica incentrata sugli “scintillii” della vita quotidiana. I suoi versi sono venati della malinconia che può prenderti al cuore quando passeggi da solo sulla spiaggia, sotto un cielo noncurante:

Quale tristezza
la sabbia inanimata
sfugge se tenti
la presa, cadendo
trascorre tra le dita.

In un cielo blu
il fumo che svanisce
malinconico.
Il fumo che
svanisce
a me forse somiglia?

Un filo di fumo che svanisce, delle gocce di rugiada, del muschio su una roccia: queste immagini racchiudono l’essenza di liriche che indagano il sublime mistero dell’essere. Lasciatevi affascinare da questo specchio d’inchiostro, da questi versi che ci rivelano sia i segreti di un paese lontano, sia quelli celati nel nostro cuore.

Approfondimenti

Haiku – il fiore della poesia giapponese – Laboratori Poesia 

Cinque haiku di Katō Shūson – Luca Cenisi 

Akiko Yosano, poesie – Alessandro Canzian 

Diario in caratteri latini – Nazione Indiana 

5 pensieri su “Il muschio e la rugiada

  1. Gli orientali sono pazzeschi perché sanno avvicinarci con stile e semplicità nel retaggio del loro popolo.
    Gli ultimi versi mi hanno riportato in Occidente e fatto pensare a Gabriele D’Annuzio e alla sua La sabbia nel tempo:

    Alla sabbia del Tempo urna la mano
    Era, clessidra il cor mio palpitante,
    L’ombra crescente d’ogni stelo vano
    Quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

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  2. Pingback: Diario di Izumi Shikibu – Il verbo leggere

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