Villon, poeta pendaglio da forca

Parigi, 1456, nella morta stagione di dicembre. La città è stretta nella morsa del gelo. Per le strade si aggira una folla composta da mendicanti, prostitute, ladri, preti e — più o meno onesti — cittadini. Il sole sta tramontando. Il Pomme de Pin attira clienti-falene con la sua luce: gli avventori si riscaldano le membra intirizzite davanti al fuoco, si scambiano pettegolezzi e tracannano calici di vino. Due figure, travestite da studenti dissoluti, sono sedute in disparte a un tavolo: stanno consultando alcune poesie di François Villon e una vecchia edizione de L’autunno del Medioevo.

“E così questo dannato e lunghissimo anno si chiude con un poeta maledetto ante litteram.”

“Già. Non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata a parlare di quel pendaglio da forca di Villon. Perché mi ha fatto tornare in mente i suoi versi, Musa?”

“Hai decretato la tua condanna, quando ti sei messa a sfogliare il saggio di Johan Huizinga.”

“Quel libro offre una visione interessante, anche se ormai datata e forse sin troppo soggettiva, di un’epoca complessa e travagliata. Più che altro sono rimasta colpita dall’immagine dell’uomo in cerca di una via di fuga dal “mondo cattivo della realtà quotidiana”, per dirla con le parole di Eugenio Garin. In fin dei conti, anche noi ci sentiamo al crepuscolo di qualcosa, intrappolati in un autunno perenne che tarda a trasformarsi nella promessa di una rinascita, di una nuova primavera.”

villon

“Sì, stiamo vivendo un’ora autunnale, un’ora intrisa della stessa malinconia che si ritrova in molti versi Villon. Pensaci, non trovi che questo poeta, cantore del crepuscolo del Medioevo e di danze macabre, sia l’ideale per tirare un calcio nel derrière al 2020? Nelle sue ballate l’Amore danza assieme alla Morte; Madama Fede ha per cavaliere Messere Peccato; la Malinconia ha per compagna l’Ironia; il Sublime si accompagna all’Infimo. In questi versi risuona lo spirito carnevalesco del rovesciamento, quell’inversione tra alto e basso che mette in luce le storture del mondo e che ci permette di affrontarle con un sorriso, per quanto amaro.

Cosa c’è di meglio di un autore dalla vita travagliata, capace di creare opere sublimi, scritte in una lingua colta, prendendo spunto da una materia vile, da ambienti sordidi come il Pomme de Pin? Nonostante queste poesie abbiano ormai una certa età continuano a esercitare il loro fascino sui lettori: nei “testamenti” risuona l’essenza più profonda e immutabile degli esseri umani.”

“La grande poesia è capace di far vibrare l’anima, anche quando mantiene un fondo di oscurità e giunge a noi attraverso il velo dei secoli. Però parlare di Villon significa rischiare di scivolare sul terreno della filologia e dell’erudizione. Per apprezzare appieno i suoi versi, servono delle guide letterarie. Per non parlare dello schema metrico: dovrei soffermarmi su termini come ballata, rondeau e lai ? Dovrei spiegare cos’è un envoi?”

“I link e gli approfondimenti servono a questo: non complicarti la vita e non fare il passo più lungo della gamba. Oggi tu e io siamo dei pessimi studenti, svogliati e dissoluti. Possiamo solo provare a tracciare un sommario ritratto del nostro pendaglio da forca. Possiamo solo dare ai lettori una vaga idea del fascino eterno delle sue poesie. Tanto il migliore tra tutti i maestri, quello che ti ha introdotta a questo mondo fatto di nevi svanite, malandrini e inchiostro non è disponibile, anzi inorridirebbe nel vedere che fine hai fatto.”

“E che razza di muse frequento… Comunque se devo parlare di Villon, non posso che partire dall’alone leggendario che lo circonda: si è detto di tutto su di lui, sui suoi vizi e sui suoi crimini. Alcuni hanno persino ipotizzato che abbia scritto una della sue composizioni più celebri, La ballata degli impiccati, mentre aspettava di salire sul patibolo. Nel corso della sua tribolata esistenza, il poeta ha dovuto fare i conti con le calunnie delle Malelingue. Guarda caso, ha dedicato un’intera ballata alle maldicenze.”

Di Chefdegare – Opera propria, CC BY-SA 3.0

“Credo che sia il caso di lasciare al bravo Gennaro Oliviero il compito di presentare ai lettori il nostro caro pendaglio da forca:

François Villon, nato nel 1431 sotto una cattiva stella (fu l’anno infausto dell’uccisione di Giovanna d’Arco), che rubò 500 scudi d’oro nel Collège de Navarre, il più vasto e ricco collegio di Parigi (ma questo fu solo uno dei numerosi reati che gli vengono attribuiti). ”

“Il poeta è salito alla ribalta grazie ai suoi testamenti letterari: Le Lais e Le Testament, poemi in cui lascia in eredità tutto quello che possiede ai suoi conoscenti. Come ricordato ne L’autunno del Medioevo, simili lasciti poetici non sono una novità: si tratta di una sorta di vero e proprio genere letterario medievale, nato dall’abitudine di disporre separatamente e dettagliatamente per testamento anche dei minimi averi.

Il Lascito è un’opera giovanile e scanzonata, mentre il Testamento è il capolavoro di Villon, il suo tragico carnevale. Nonostante siano passati solo pochi anni — ma stiamo parlando di anni decisamente intensi e travagliati —, il poeta dei Lais e il trentenne che si appresta a dare l’addio ai suoi compagni sono separati da un abisso:

Villon grida “mercis” a tutti i fantasmi della sua vita, ai personaggi che hanno popolato la sua opera, a quella folla variopinta, sgambettante, vociante, danzante, motteggiatrice, scanzonata: il gran carnevale dell’esistenza del “povre Villon” (Ballade de mercy). Ai compagni che forse non si era scelto, ma ai quali resta fedele; al popolo vario, rumoroso, miserabile e allegro, cupido e pazzo, delle strade di Parigi; ai carcerieri e ai carnefici, ai giudici e agli usurai, ai ladri, ai lenoni, alle spie. (Poesie dal Lais, dal Testament e dalle Poésies diverses, a cura di Luigi Nardis, Feltrinelli,1980)

I suoi eredi sono una marmaglia di anime salve, tra cui spiccano diverse bocca di rosa: una ciurmaglia che sarebbe andata a genio a De André.”

“Se non ricordo male, il cantautore genovese ha dato vita a una meravigliosa riscrittura della Ballata degli impiccati.”

“Stiamo parlando di un poeta fuori dagli schemi e, soprattutto, di un autore intellettualmente onesto e autentico, così come De André. Credo che la schiettezza, unita a un sorriso da malandrino, venato di malinconia, sia la chiave del successo di questo pendaglio da forca:

Villon è all’origine di una profonda inversione della poesia, che reagisce contro l’amore cantato dai poeti trovatori diventato puramente convenzionale e il formalismo religioso senza contatto con la realtà del suo tempo. Da quel momento l’autenticità della poesia sarà ormai una qualità consistente, in una sintonia profonda tra l’intuizione lirica e l’espressione (…). La poesia sarà vera se il sentimento che la anima sarà stato vissuto intimamente e non quale risultato di regole formali imposte dalla tradizione (…) (Ibidem)

Come ricordato da Huzinga, François è un maestro nell’opporre la sua sensibilità profonda e il suo acuto scetticismo all’insincerità di alcuni suoi contemporanei.”

“Cosa c’è di più onesto di un poeta che mette in scena una disputa tra il suo corpo e il suo cuore, che sostiene di volersi redimere, ma poi confessa di voler continuare a sognare e a frequentare le Pomme de Pin? Un giorno Villon si sdraia al fianco di una puttana che scoreggia — vedi la Ballata della Grossa Margote ammette di essere un abisso d’abiezione. Poi il giorno dopo o, forse, la sera stessa, compone ballate immortali sul Tempo che passa, portando via con sé Giovinezza, Bellezza e Fama.

Il tema del Tempo che fugge è il cuore pulsante de La Ballata delle dame d’una volta, una delle mie poesie preferite:

(…)
Dov’è Eloisa tanto dotta
per il cui amore fu castrato
Pietro Abelardo e poi accolto
a San Dionigi, tonsurato?
E dov’è la regina al cui cenno
chiuso in un sacco fu gettato
Buridano dentro la Senna?
Dove le nevi dell’altro anno?

Ubi sunt? Dove sono finite le nevi dell’altro anno? Il malinconico ritornello di questa ballata ha attraversato i secoli: Villon ha racchiuso in un singolo verso la precarietà dell’esistenza umana. Se non è grandezza questa, allora cosa lo è?”

Brindiamo al nostro poeta pendaglio da forca e assolviamolo da alcuni dei suoi numerosi peccati, per intercessione dei suoi versi sublimi. Usciamo, dai: voglio andare a vedere la Danza macabra al cimitero degl’Innocenti. Non c’è altro modo per chiudere quest’anno crepuscolare, in attesa di un Rinascimento che tarda ad arrivare.”

Approfondimenti, fonti e debiti contratti:

La scena d’apertura del post è stata ispirata dall’introduzione di questa antologia

Villon poeta e martire di Gennaro Oliviero – La Recherche

Poesie dal Lais, dal Testament e dalle Poésies diverses, a cura di Luigi Nardis, Feltrinelli,1980

L’autunno del Medioevo, Johan Huizinga, Sansoni Editore Firenze, 1985

Ballate – Strade bianche libri

Le opere e i temi – Sapere.it

Il primo grande poeta dell’alterità – I malpensanti

Il primo poeta maledetto – Nero di inchiostro

Il testamento burlesco – Libero pensiero

Tutti morimmo a stento – Faber de André Altervista

5 pensieri su “Villon, poeta pendaglio da forca

  1. Davvero! Un bellissimo invito, e oltre, a un poeta di cui è facile, facilissimo, scordare la distanza dal nostro tempo – o che rende facile, come fa sempre la grande poesia, accorgersi che tale distanza non esiste.
    Non ho mai letto “L’autunno del medioevo”, e credo lo farò.
    Quel che è certo è che da quanto hai preannunciato questo articolo la poesia, d’antan, (ma non conta, credo) mi ha ricatturato.
    Complimenti.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie, Ivana!
      Quest’anno mi sono ritrovata a leggere molte più poesie del solito: ho avuto la fortuna di imbattermi in poeti capaci, come Villon (continuo ad averlo in testa – sto persino vedendo un film francese su di lui, anche se capisco una parola su cento), di arrivare dritti al cuore e di annullare la distanza che ci separa da loro.
      Aspetto tue eventuali dritte poetiche d’antan allora ;).
      Quanto all’Autunno del Medievo è un saggio “colloquiale” che si fa leggere con piacere, anche se, non essendo un’esperta medievista, non so quanto possa ritenersi accurato ai giorni nostri.

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  2. Pingback: Villon e il gioco del “Se fossi…” – Il verbo leggere

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