Mangime per le macchine

La poesia non è un lusso, diceva Audre Lorde. La poesia è una necessità: è un grido d’inchiostro lanciato da chi non ha altro modo per far sentire la sua voce, per ribellarsi a una società ingiusta. Oggi voglio parlarvi di un poeta morto suicida a soli ventiquattro anni: Xu Lizhi. Questo giovane ha deciso di togliersi la vita perché la sua intera esistenza era asservita a una catena di montaggio. Ormai lui, così come molti suoi colleghi operai, aveva l’impressione di non essere altro che Mangime per macchine (Edizioni Istituto Onorato Damen, 2015).

Avete mai sentito o letto il nome di Xu Lizhi? Avete mai sentito nominare la Foxconn, la fabbrica in cui lavorava? Io ho scoperto questa insostenibile, dolorosa, storia grazie a Roberto Saviano. Mentre recensivo Gridalo, ho avvertito il bisogno di dare spazio a quante più voci possibili, di farvi conoscere tutte le storie racchiuse in quelle pagine, ma non era possibile. Il capitolo dedicato alla breve vita dell’operaio cinese è rimasto inciso a fuoco nella mia mente, così ho deciso di dedicargli un articolo.

Quando ho letto le pagine di Saviano dedicate a Xu Lizhi, ho dovuto interrompere la lettura più volte: mi sembrava di avere un sasso nel petto, provavo un senso d’oppressione. Ho alzato lo sguardo verso il cielo, come in cerca di una risposta a tanto dolore, a una crudeltà inferta con metodo quasi scientifico, in nome del profitto: la verità è che non ci sono risposte di fronte alla sconcertante banalità del male.

Alla fine ho deciso di mettermi alla tastiera – anche i pezzi del mio pc potrebbero essere passati per le mani dei colleghi di Xu Lizhi – e di provare a parlarvi delle poesie raccolte in Mangime per macchine: versi nati dalla disperazione. Queste parole sono una lucida e vibrante denuncia contro chi considera gli uomini come mero cibo per ingranaggi, contro chi sfrutta gli operai per assemblare i componenti dei suoi gadget tecnologici a un prezzo vantaggioso. A un prezzo inaccettabile:

(…) Foxconn è un’azienda che può contare su commesse giganti, affidategli da clienti europei, nipponici, americani come Apple, Canon, Dell, Hewlett-Packard, Microsoft, Motorola, Panasonic, Nokia, Ibm, Samsung. Il perché di così tanto lavoro è presto spiegato: i gruppi industriali si rivolgono alla multinazionale cinese affinché essa abbassi i costi di produzione e produca oggetti tecnologici pronti per essere venduti. Se ciò è possibile è perché i salari non bastano alla sopravvivenza e la disciplina di fabbrica gronda lacrime di sangue. Ma poco importa. (Introduzione, Renato Marvaso)

Di Steve Jurvetson from Menlo Park, USA – glue worksUploaded by Zolo, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9968048

La manciata di brucianti poesie raccolte in Mangime per macchine ci racconta la storia di una discesa all’inferno: il poeta-operaio, come molti suoi coetanei, lascia la campagna per andare a lavorare nella regione industriale del Guandong. La Foxconn gli promette il miraggio di un buon salario che potrebbe dargli la possibilità di aiutare la famiglia e di mettere da parte qualcosa per costruirsi un futuro. Sulla carta lo stabilimento si presenta come un ibrido tra una fabbrica e un campus universitario: una sorta di città in miniatura, con tanto di piscina e biblioteca, dove poter alternare lavoro e svago.

Le trappole del diavolo, si sa, appaiono seducenti a prima vista. In realtà, i muri di quella fabbrica grondano sangue. Le condizioni di lavoro sono talmente disumane da aver già spinto diversi operai al suicidio:

(…) i capitalisti avevano tirato così forte la cinghia che la controparte lasciò la presa e alcuni lavoratori non resistettero. Dopo quelle morti, i salari rimasero gli stessi, le case minuscole e sovraffollate, gli scioperi vietati. (Ibidem)

I lavoratori sono costretti a turni massacranti e mal retribuiti. C’è di più: i loro guadagni vengono in parte riassorbiti dalla stessa Foxconn, che si fa pagare una cifra esorbitante per i miseri alloggi, ristretti e umidi (Camera in affitto), che mette generosamente — si fa per dire — a disposizione dei suoi operai.

Giorno dopo giorno, l’anima di Xu Lizhi inizia a logorarsi. A quel punto il giovane sente il bisogno di mettere mano alla penna, di fissare su carta i contorni del suo inferno di viti e acciaio. La sua vita è ormai divisa tra

il tempo di lavoro nella fabbrica-caserma e quello trascorso inutilmente negli squallidi casamenti abitativi, anch’essi dall’aspetto carcerario, con le sbarre alle finestre e una polizia aziendale detentrice dell’esercizio della violenza.

(…)

Vita di fabbrica la sua, vita nella fabbrica e per la fabbrica. Fabbrica disumana che tutto inghiotte e tutto offende, il corpo come la mente, i bisogni come i diritti; che non distingue più, se mai l’ha fatto, l’uomo dalle cose. Cade un uomo e muore e così come cade una vite: poco rumore, nessuna attenzione.
(…) La carta e gli ideogrammi scolpiti sono il luogo della sua protesta, l’unico luogo permesso ed inviolabile, dove non è necessario smussare le parole e dove la ribellione prende forma. (Introduzione, Renato Marvaso)

Le poesie di questo giovane operaio non sono un lusso, non sono l’esercizio di qualcuno che prova a nobilitare il suo ozio tracciando ideogrammi sulla carta: sono grida laceranti, che attraversano i confini dello spazio e del tempo per arrivare alle nostre orecchie. Sono versi nati negli scampoli di tempo non cannibalizzati dalla ditta, negli istanti in cui Xu Lizhi cerca di ricordarsi cosa voglia dire essere un uomo, prima di rientrare in fabbrica, prima di asservirsi ai bisogni della macchina del turbocapitalismo.

Queste sono poesie nate Sul letto di morte: chi scrive sa che non potrà mai più riassaporare la libertà, perché ormai è impensabile tornare indietro, deludere i propri cari e fare i conti con l’incubo della disoccupazione. Non c’è alternativa. Non c’è via di fuga. Sono liriche scritte da chi sa già che se ne andrà in punta di piedi, ripercorrendo le orme del nonno morto a soli 23 anni (Una sorta di profezia).

Le pagine di Mangime per macchine racchiudono poesie vergate da un giovane silenzioso, apparentemente innocuo e remissivo. Eppure quel ragazzo, non appena prende in mano il pennino, riesce a mettere a nudo il lacerante Conflitto che lo oppone a una società capace di ingoiare i suoi stessi figli in nome del dio denaro:

(…)
Ma in verità
che io parli o meno
sarò sempre in conflitto con questa società

Versi scritti da un ragazzo che è stato addestrato a essere docile, a rinunciare, a uno a uno, ai suoi diritti e ai suoi sogni. Il poeta, sfinito, dopo aver vegliato sull’Ultimo cimitero di una giovinezza condannata all’invecchiamento precoce e alla disumanizzazione, si addormenta in piedi (Mi addormento, proprio così, in piedi), ma non prima di aver inciso, graffiato, sulla carta il suo grido:

La carta davanti ai miei occhi ingiallisce
Con un pennino d’acciaio la incido di un nero irregolare
piena di parole come officina, catena di montaggio,
macchina, libretto di lavoro, straordinari, salari…

Righe scritte da chi sa di essere destinato a cadere nel silenzio, come un’insignificante vite (Una vite è caduta a terra). Versi che si incastrano, come una luna d’acciaio, la luna che il poeta è costretto a mandare giù (Ho ingoiato una luna fatta d’acciaio), nelle nostre coscienze e nei nostri cuori. Parole che, purtroppo, non si sono ancora incastrate nella macchina feroce del turbocapitalismo, già pronta a ingoiare il prossimo Xu Lizhi.

Approfondimenti:

The Haunting Poetry of a Chinese Factory Worker — Washington Post

Ha vissuto solo 24 anni – La bottega del Barbieri

Corpo e alienazione – China files

14 pensieri su “Mangime per le macchine

    1. Hai ragione Ivana: spero che la visibilità ottenuta grazie a “Gridalo” possa spingere verso un’eventuale pubblicazione.
      Sarebbe molto interessante poter leggere anche una raccolta dedicata a diversi poeti cinesi contemporanei. O Barra O potrebbe mettere in cantiere un progetto del genere….

      Piace a 1 persona

  1. Pingback: Cronaca di un anno di letture – Il verbo leggere

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