A casa quando è buio

Un uomo distrutto si aggrappa al filo del telefono, alla speranza che qualcuno lo ascolti e comprenda il suo dolore. La copertina dell’antologia di racconti A casa quando è buio (Racconti Edizioni, 2019 ) ci introduce nel mondo di James Purdy: un mondo fatto di solitudine, dove tutto sembra aver perso senso.

Da dove cominciare l’esplorazione delle stanze di questa casa di carta? Dall’ingresso, ovviamente, dall’introduzione di Giordano Tedoldi. Tedoldi introduce i lettori alla non tradizionalità di Purdy: una “stranezza” racchiusa in un circolo “ formale”, nella cornice di una prosa apparentemente semplice. Quella semplicità nasconde il trucco del mago: la capacità di raccontare cose importanti, memorabili, con parole da venti centesimi, come quelle di Sherwood Anderson.

Ecco, sono caduta in errore. Tedoldi invita i lettori non tracciare paragoni affrettati, a tenere conto dell’unicità di Purdy, eppure sono tentata di affiancarlo ad altri cantori di un’America minore e inquieta. Il secondo scrittore a venirmi in mente è Raymond Carver, ma anche in questo caso il paragone rischia di essere improprio: Carver dipinge quadri che ricordano le tele di Hopper – i suoi racconti sono finestre aperte su vite quotidiane fatte di latte versato e di amori in frantumi -, mentre Purdy ci mette all’altro capo del telefono, ci fa ascoltare le inquietudini dei suoi personaggi. Ne riparleremo tra poco.

Ritorniamo all’introduzione e a tre parole chiave fondamentali per orientarsi in questa casa-antologia:

1) Alterità. Purdy non crede nell’esistenza del potere e mette in discussione l’Autorità e la Cultura:

Soltanto con questa radicale messa in questione di ciò che ben pochi altri scrittori, come lui, hanno messo in questione, cioè la cultura, e poi il linguaggio e le opinioni dominanti che di questa cultura sono espressione e che sostengono il successo di chi, nella società, si mette in luce, si capisce perché, alla prima lettura, Purdy non «assomigli a nulla che si abbia letto».

2) Personaggi. I protagonisti di A casa quando è buio sono accomunati da un destino “mortale” di inquietudine ineliminabile. Queste dieci storie sono raccontate dal punto di vista

alto e tragico, non attuale e non predeterminato di un uomo che prende la vita straordinariamente sul serio, con una comprensione senza tabù e senza eccezioni che lo porta a giustificarla anche quando la sofferenza è obbiettivamente insopportabile.

3) Capovolgimenti. Ognuno di questi racconti vi prenderà di sorpresa. Nell’arco di poche pagine, assisterete a metamorfosi, a inaspettati cambiamenti di prospettiva che ribalteranno i rapporti di forza tra i personaggi e che getteranno una nuova luce sulla loro e sulla vostra esistenza.

Ora possiamo ritornare all’immagine della cabina telefonica. Leggere A casa quando è buio equivale ad alzare la cornetta e a ritrovarsi a origliare i discorsi di altre persone: conversazioni incalzanti, incandescenti, ad alto tasso d’inquietudine. Queste storie sono scandite da un rapido susseguirsi di battute, dal confronto tra due personaggi che finiscono col mettere a nudo verità inaspettate e/o scomode. L’unica eccezione è rappresentata dal monologo che chiude l’antologia: un sermone rivolto all’intera umanità.

Mettiamoci dunque nei panni di ascoltatori involontari o, se preferite, di più o meno improbabili volontari del Telefono azzurro e iniziamo ad ascoltare le voci dei personaggi di Purdy. Incominciamo da quella che mi è venuto spontaneo definire come la peggior pausa pranzo di sempre: in Guarda pure senza problemi un uomo ammorba un suo collega dando voce alla sua ossessione per altri due loro compagni di lavoro. La sua fissazione ci appare assurda, ma dietro quel suo sguardo fisso, sempre rivolto sui due uomini, si nasconde qualcosa di non detto.

In Il missionario ci ritroviamo al centro di un altro ambiguo gioco di sguardi: due uomini si rincontrano dopo vent’anni. Potremmo definirli come un santone e come un peccatore, ma l’incertezza regna sovrana. Il cielo a cui si rivolgono i personaggi di Purdy non è vuoto, ma forse sarebbe meglio che lo fosse. Lui in persona (Sermone) ne ha abbastanza degli uomini, di queste creature destinate a un eterno scacco, a ripetere sempre gli stessi errori:

Siete condannati perché continuerete a cercare di essere diversi da quello che siete e quindi riuscite sempre a continuare a essere come siete sempre stati. Non c’è scelta.

Vi avevo avvertiti che ci sarebbe stato poco di cui essere allegri, no? Anche quando i personaggi di Purdy si ritrovano semplicemente per fare due chiacchiere, per assaporare dei gustosi pettegolezzi (A proposito di Jessie Mae), sorbendoli come se fossero dei prelibati sorbetti, avvertiamo un retrogusto amaro dietro le loro parole. L’impressione è che nessuno conosca davvero la persona che è gli è seduta di fronte. Persino tra madre e figlia si erge un muro fatto di tazze di tè, omissioni e incomprensioni (Mrs Benson):

«Ma come diamine facevi a saperlo?» domandò improvvisamente Mrs Benson, e guardò la figlia come se anche il personaggio di lei le apparisse sotto una nuova luce.

Perché non posso dirti il perché, una storia ad alta tensione che si presta a venire portata sul palcoscenico, ruota attorno a un’assenza, alla figura di un padre che si frappone tra una madre e un figlio incapaci di amarsi. Il bambino, sperduto, si aggrappa alle scatole che contengono le foto di suo papà, a una memoria che cerca di conservare con cura, per proteggersi dalle parole taglienti di sua madre:

Paul ascoltava tutte le conversazioni dal sottoscala dove si nascondeva con le fotografie, che aveva tolto dalla vecchia scatola da scarpe dove le aveva trovate per metterle in due scatole da caramelle vuote e pulite.

L’amore in A casa quando è buio ci appare quasi sempre come una conversazione o a senso unico o interrotta: la linea telefonica dei sentimenti è disturbata. In La lezione due giovani battibeccano, dando vita a un duello verbale surreale, quasi ironico, ma, alla fine, non riescono davvero a capirsi. Quando, finalmente, qualcuno riesce ad aprirsi, a confidarsi, il suo interlocutore prova il desiderio di tapparsi le orecchie per non ascoltare delle verità scomode (Prendi il cappello):

Se ne sarebbe voluta uscire fuori di getto con un Ma certo che l’amavi, cara, ma qualcosa di grigio e orribile entrò nel suo mondo. In quel momento non credette più nemmeno a quel genere di amore che aveva visto poco prima sullo schermo e che, lo sapeva, era il solo genere che la gente volesse.

Non c’è niente da dire su una tristezza così personale. Puoi solo aspettare che si riaccendano le luci e poi prendi il cappello. Questa frase potrebbe essere il triste refrain di ognuna di queste conversazioni, di ognuna di queste storie di quotidiana disperanza. Sono storie personali in cui finiamo con lo scorgere l’eco del nostro dolore, della nostra solitudine. Perché anche noi, come i personaggi di Purdy, cerchiamo qualcuno, all’altro capo del telefono, che sia semplicemente capace di ascoltarci, di offrirci la sua comprensione prima di prendere il cappello e di andare via (Papà Wolf):

(…) ho aperto l’elenco telefonico e ho fatto il primo numero che mi è capitato sotto il dito. Ha risposto quella signora. Le ho detto in che stato ero e che abito in uno di questi appartamenti col linoleum e che mia moglie e il bambino mi hanno lasciato. Lei si è schiarita la gola e così via. Perfino per un reduce come me, le ho detto, è piuttosto dura. Lei sembrava che facesse di sì con la testa al telefono. Io lo sentivo che era comprensiva, e le ho detto che avevo scelto il suo nome fra tutti gli altri nell’elenco telefonico.

Una volta posata la cornetta del telefono, una volta terminata la lettura, non ci resta che aggrapparci all’unica cosa in cui possiamo credere (A casa quando è buio):

C’è sempre una cosa a cui una persona crede e vuole credere anche se non ci credere

Quell’unica cosa in cui possiamo credere è il potere della scrittura, che non salva, ma che ci offre una casa in cui tornare, quando le tenebre si fanno più fitte attorno a noi. Un rifugio precario, temporaneo, rischiarato dalla luce di una scrittura tanto “non tradizionale” quanto perfetta.

Approfondimenti:

La rassegna stampa di Racconti Edizioni

E come fai a sapere tutte queste cose…sai tutto anche di me? – La libraia virtuale (è stata lei a “presentarmi” questo scrittore)

James Purdy e i fantasmi del Midwest americano – L’Indiependente

La recensione di Malcolm (sul vecchio blog)

7 pensieri su “A casa quando è buio

  1. Pingback: Cronaca di un anno di letture – Il verbo leggere

    1. Grazie mille! Il merito è di Purdy: è stato un piacere scrivere questa recensione :). Ah, credo che in questi giorni qualcosa di suo possa essere in offerta sui principali store (Racconti Edizioni è l’editore del mese), nel caso ti interessi.
      Buone letture e buone recensioni!

      Piace a 1 persona

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