Acqueforti di Buenos Aires

Secondo appuntamento con Roberto Arlt. Questa volta io e lo scrittore fuori dalle righe decidiamo di non restare seduti al tavolo: oggi ce ne andremo a zonzo tra le pagine delle Acqueforti di Buenos Aires (Del Vecchio Editore, 2014). Sono pronta a (ri)scoprire la capitale dell’Argentina attraverso il suo lucido e ironico sguardo dell’outsider.

Prima di iniziare la nostra passeggiata letteraria, do un’occhiata di straforo all’introduzione e alle note che corredano il volume, giusto per avere un’anticipazione di quello che mi aspetta. Cos’è esattamente Aguafuertes?

È il lavoro di un artigiano (un artista di acqueforti) che prima di mettersi all’opera esce per le strade di quella che era la Buenos Aires degli anni Trenta e osserva (…) (La scatola nera dei traduttori, Marino Magliani)

(…) le Acqueforti di Buenos Aires raccolgono immagini e percezioni della metamorfosi della capitale argentina in metropoli moderna. Arlt richiama nel titolo la stupefacente esattezza e la portata narrativa delle piccole Acqueforti in voga nel Seicento (…): il linguaggio asciutto e il registro essenziale rendono alla narrazione la stessa sottile stilizzazione e l’attenzione ai particolari.

Questo libro è un festival di storie di strada argentina: una teoria di perle, ironiche, taglienti, oppure poetiche. Capitoletti-articoli di tre paginette, quadretti che, una volta accostati gli uni agli altri, restituiscono un affresco in cui è possibile scorgere sia il ritratto di una Buenos Aires bella e disgraziata, povera e vitale, sia quello dello stesso Arlt. Capitoletti che possono venire assaporati sino in fondo solo da chi può leggerli in lingua originale: so già che non riuscirò a gustare appieno le lezioni di lunfardo, il gergo dei bassifondi, dal retrogusto italiano, eletto a dialetto della città.

Buenos Aires

Ora sono pronta per iniziare la mia camminata tra le Acqueforti, tra le strade della capitale portegna. Lo scrittore non vede l’ora di presentarmi una serie di figure indimenticabili, di amabili poco di buono: dalle “schiene dritte” agli indolenti “guardiani della soglia”, dagli innamorati già disinnamorati ai parassiti allegri.

Arlt mi mostra subito un oggetto iconico, protagonista di uno dei più bei capitoletti del libro: La sedia sul marciapiede. La seggiola che viene offerta a chi, come noi, è di passaggio. La seduta su cui rimangono invischiati i giovani accalappiati dalle fanciulle in cerca di marito. Il punto focale attorno a cui, nelle belle sere d’estate, si radunano i portegni per scambiarsi due chiacchiere o per mugugnare un po’. La sedia è un’istituzione nei quartieri di Buenos Aires, così tristi di giorno sotto il sole e così belli quando esce la luna:

Questi quartieri portegni, lunghi e tagliati tutti con la stessa forbice, tutti che si somigliano con le loro casette proletarie, i giardini con la palma al centro e i cespugli semifioriti che profumano la notte in un’esplosione di passioni nascoste. Le anime della città conoscono solo i ritmi del tango e del “ti amo”. Meschinità poetiche e poco più.

Ci alziamo, anche se stavamo così comodi, e proseguiamo la nostra passeggiata passando per Calle Talcahuano. Qui si trova una bottega decisamente originale e dall’aria vagamente sinistra: un negozio dove stanno appese per i polsi le bambole in attesa di riparazione. Strano mestiere, poetico e un po’ inquietante – come Buenos Aires stessa – quello del riparatore di bambole. Continuiamo a passeggiare e raggiungiamo Flores, il quartiere dell’ubi sunt, che non riacquisterà mai più il suo antico fascino:

Flores, la Flores delle case di campagna, delle grandi case soleggiate, scompare giorno dopo giorno. Le uniche cisterne che si vedono sono finte e fanno da ornamento nei giardini delle villette che occupano lo spazio di un fazzoletto di terra. Così vive la gente oggigiorno.

Flores Buenos Aires

Il mio accompagnatore continua a parlare a ruota libera, a infilare una parola dopo l’altra: avverto la pressione di una deadline imminente, del redattore che gli sta sul fiato sul collo. Scrive a cottimo, un po’ come Dickens. Alcune pagine sono brillanti, cariche di poesia e di empatia, altre sono deliziosamente ciniche. Altre ancora, invece, mi annoiano un po’: talvolta, Arlt tende a ripetersi e a diventare un tantino egocentrico.

La mia attenzione si svia, mi distraggo. La mia mente va a Evaristo Carriego, chissà perché quando sono con Arlt mi viene sempre da pensare a Borges: anche durante quella lettura, capitoli non entusiasmanti si erano susseguiti a passaggi bellissimi, struggenti come una milonga. Quando Buenos Aires, affascinante e losca tanghera, si impone sulla scena, le pagine degli autori argentini vibrano d’emozione, diventano indimenticabili.

Ed ecco, nel giro di una manciata di righe, lo scrittore fuori dagli schemi riesce a riconquistarmi: mi fa affiorare un sorriso sul volto, quando descrive gli innamorati del parco che sfidano la broncopolmonite, amoreggiando nella nebbiolina, sotto gli alberi gocciolanti. Mi incanta cantando i fervori di una Buenos Aires malandrina e popolare, che ha il suo Cuore in Calle Corrientes, germoglio portegno:

La strada che si ama, che si ama davvero. La strada bella per andarci da cima a fondo perché è la strada del dolce far niente, dell’oblio, dell’allegria, del piacere. La strada che con il suo nome fa bello l’inizio di quel tango:

Corrientes… tre, quattro, otto.

Ed è inutile che cerchiate di rinnovarla.

Che cerchiate di rassettarla. Strada portegna del cuore, così impregnata profondamente da questo “nostro” spirito, che anche se distruggessero le case fino alle fondamenta e gettassero creolina fino alle falde acquifere, resterebbe sempre la stessa…

Calle Corrientes Buenos Aires

Quando vuole, sa essere un vero poeta. Non ha bisogno di paroloni altisonanti: gli bastano poche parole per dare vita a Acqueforti memorabili. Non mi dimenticherò facilmente degli alberi del Giardino Botanico che invecchiano e si allontanano dagli uomini per abbracciare il cielo, né delle spettrali gru abbandonate nell’isola di Maciel, morti giganti d’acciaio, che minacciano il cielo con le loro braccia attorcigliate di catene.

Proprio quando inizio a innamorarmi, a provare a immaginare con lui le storie non scritte che si nascondo dietro ogni finestra illuminata nella notte fonda portegna, arriva il colpo di coda. Arlt mi spiazza per l’ennesima volta sostenendo che, in fin dei conti, i libri sono inutili. Sì, sono inutili perché non possono rivaleggiare con la vita vera. Però, prima di salutare questo autore eccentrico, mi permetto di ricordargli che lui è riuscito a campare con l’inutile mestiere di scrivere e che io sono riuscita a sopravvivere a me stessa grazie a quello di leggere.

Approfondimenti:

Una breve introduzione al lunfardo – Vivi l’Argentina 

La recensione di Flaneri 

Roberto Arlt, figlio e padre di Buenos Aires 

La recensione di Settepazzi (un vero esperto di letteratura sudamericana)

Il mio “primo appuntamento con Arlt”: Scrittore fallito 

4 pensieri su “Acqueforti di Buenos Aires

    1. Grazie! Credo che “Scrittore fallito” potrebbe essere più interessante come “secondo inizio”.
      Dipende un po’ da che cosa cerchi. Se vuoi qualcosa che assomigli di più a una specie di reportage e se ti piace l’idea di perderti per le strade di Buenos Aires, scegli questo. Se, invece, vuoi vedere Arlt alle prese con l’arte del racconto punta su Scrittore Fallito.
      Magari fai un giro sul blog di Settepazzi per chiarirti le idee. Buone letture!

      Piace a 2 people

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