Autunno tedesco

Avete presente quelle cupe giornate autunnali in cui i rami degli alberi, simili a dita protese in una muta preghiera, si stagliano contro un cielo plumbeo? Giorni in cui, all’improvviso, un raggio di sole riesce a farsi strada tra il grigiore, offrendoci un filo di luce a cui vorremmo aggrapparci? Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea, 2018) assomiglia a quelle giornate: la scrittura lucida, tagliente, dell’autore svedese si fa strada in mezzo alle rovine della Germania postbellica.

Nell’autunno del 1946, gli abitanti dei paesi vincitori o neutrali sono desiderosi di mettere le dita nelle piaghe aperte della Germania e di vantarsi della loro, vera o presunta, superiorità morale:

Un mondo che esigeva di sentirsi finalmente a posto con la propria coscienza si volgeva con tanta più curiosità a osservare i colpevoli, la massa del popolo tedesco, e reclamava da loro un’abiura solenne e convinta. (Postfazione, Fulvio Ferrari)

I cittadini svedesi, che sono rimasti neutrali, senza però restare del tutto immuni dal contagio del collaborazionismo e del compromesso, divorano con morbosa curiosità gli articoli dei giornalisti inviati in Germania. I lettori del quotidiano l’Expressen si trovano però davanti a una sorpresa inaspettata: i direttori della testata, invece di rivolgersi a un reporter professionista, hanno affidato a uno scrittore, non estraneo alle sofferenze del popolo tedesco, il compito di stendere una serie di reportage sulla realtà tedesca.

Questo giovane autore è diverso da tutti i giornalisti svedesi intenti a cercare di individuare il marchio di Caino sul volto dei tedeschi e a dividere il mondo in vittime e carnefici: Stig Dagerman si rifiuta di ragionare in bianco e nero, di escludere le scomode zone grige dal suo campo visivo. Lui è immune dai facili moralismi, dalle ideologie preconfezionate e dai pregiudizi:

(…) la fede anarcosindacalista (…) gli permette di restare al di fuori di uno scontro ideologico troppo annebbiato da interessi immediati e di mantenere intatta la sua acutezza critica. (Postfazione)

Una volta arrivato in Germania, Dagerman si ritrova davanti a un’umanità dolente che si aggira tra gli scheletri di edifici sventrati. Un’umanità che, come quella descritta da Curzio Malaparte, si preoccupa solo di riuscire a salvare la pelle. Invece di accettare le sofferenze dei tedeschi come una giusta punizione, come un contrappasso divino, il giovane reporter si fa partecipe del loro dolore:

Sulle crudeltà commesse in passato dai tedeschi dentro e fuori la Germania non ci possono essere opinioni diverse, perché sulla crudeltà, da chiunque e in qualsiasi modo sia commessa, non si può avere che una sola opinione. Un altro problema è se sia ora corretto o se non sia a sua volta crudele considerare le sofferenze dei tedeschi – di cui tra l’altro si parla in questo libro – come giuste in quanto indubbie conseguenze di una fallita guerra di conquista.

By Bundesarchiv, Bild 183-1985-0828-501 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5345016

Dagerman indaga la realtà senza scendere a facili compromessi e se ne infischia di quello che i moralisti vorrebbero leggere. Non vuole far dormire sonni tranquilli ai suoi lettori: vuole trascinarli in mezzo alle macerie spirituali lasciate dalla guerra. Non permette ai vincitori di sentirsi soddisfatti, anzi, insinua un terribile dubbio nelle loro coscienze: siete davvero sicuri che i tedeschi abbiano preso coscienza dell’orrore del nazismo? Non pensate, invece, che siano troppo occupati a cercare di sopravvivere per farsi un esame di coscienza?

La fame non favorisce certo la ricerca delle cause, e chi è permanentemente affamato non riesce a stabilire alcun’altra relazione che la più immediata, per cui in questo caso accuserà chi ha rovesciato il regime che prima provvedeva al suo mantenimento, sostituendolo con un trattamento peggiore di quello a cui era abituato.

Se si cerca di interrogare il tedesco della cantina sulle lezioni tratte dalla guerra, non ci si sente purtroppo rispondere che questa gli ha insegnato a odiare e disprezzare il regime che l’ha provocata, semplicemente perché il costante pericolo di morte non insegna altro che due cose: ad aver paura e a morire.

Attraverso i reportage dello scrittore, attraverso la sua prosa tagliente e terribilmente limpida, si viene a comporre il ritratto di una nazione allo sbando, lacerata da tensioni interne: gli antifascisti sono delusi perché la liberazione non è stata radicale come si erano aspettati; chi ha sostenuto Hitler si è dato una rapida imbiancata alla coscienza e, sotto sotto, continua a pensare che il Führer non fosse così male; i vecchi nazisti vengono spesso trattati con indulgenza; gli anziani non si fidano delle nuove generazioni; i giovani guardano con sfiducia alla politica.

By Bundesarchiv, Bild 183-1985-1108-514 / Herbst / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5423251

L’Autunno tedesco di Dagerman è una stagione cupa e desolante, segnata da terribili contraddizioni:

(…) permettono a un Pubblico Ministero nazista di comprarsi una fattoria mentre fanno morire di fame i lavoratori antinazisti.

Quello che avrebbe dovuto essere l’autunno della riflessione – per tutti, non solo per i vinti – è invece la stagione della fame e della miseria. Nessuno ha tempo per fare i conti con la sua coscienza, per interrogarsi su cosa abbia significato essere “i tedeschi di Hitler”. Nessuno si chiede come quell’uomo sia riuscito a diventare il Messia del popolo tedesco. Nessuno cerca di insegnare ai giovani l’importanza della democrazia:

Ma non è stata proprio la storia a insegnarci che in Germania il confine tra propaganda per gli interessi nazionali e nazionalismo carico d’odio è quanto mai labile? Non dovrebbe far parte di un’educazione democratica anche insegnare l’arte, per altro rara, di mantenere questo limite intatto?

By Deutsche Fotothek‎, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6550064

La prosa di Dagerman, una prosa che non fa sconti a nessuno e che si insinua nelle crepe della realtà, è un pugno allo stomaco. Le sue parole possiedono la stessa forza di un raggio di sole capace di farsi strada tra le tenebre e di illuminare le coscienze: è una scrittura che nasce dall’esigenza di fare i conti con il dolore e di ribellarsi, anche a costo della vita, all’ingiustizia sociale e metafisica del mondo (vedi l’introduzione di Goffredo Fofi a Il viaggiatore notturno).

Lo scrittore, invece di restare al riparo della torre d’avorio, ha deciso di farsi vicino agli ultimi, all’umanità dolente che popola le pagine dei suoi libri. I suoi reportage sono un invito a riflettere sul difficile rapporto tra scrittura e sofferenza:

La sofferenza non vuole essere ordinata, mediata, raccontata. La sofferenza esige una partecipazione, una con-passione che non può che scatenare angoscia e senso di colpa in chi la prova. (Postfazione)

Autunno tedesco è un libro tuttora attuale, da tenere a portata di mano sul comodino. Da una parte, ci invita a riflettere sul passato dell’Europa, un passato segnato da ambiguità e compromessi che hanno impedito di sradicare completamente le male piante del nazismo e del fascismo. Dall’altra ci indica un metodo da seguire, in questa stagione inquieta, per osservare nel modo giusto la realtà, senza mai cedere alla tentazione di facili giudizi affrettati:

C’è bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie, siano esse quelle del facile sentimentalismo o dell’intelligenza implacabile. (L’autunno di Stig, Giorgio Fontana)

Approfondimenti:

La recensione di NonsoloProust e quella di Panorama.it

Lo scrittore necessario – Pangeanews

Una possibile “lettura parallela” (o prequel):

H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi di Johann Lerchenwald

5 pensieri su “Autunno tedesco

  1. Pingback: Leggere l’autunno – Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

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