Le rose non colte di Gozzano

Torino, pasticceria Stratta. La vetrina è un tripudio di gemme zuccherose, lucenti marron glacé e lingotti di gianduia. Immagino di essere seduta a un tavolino, in compagnia della mia Musa, e di avere appena ordinato un gustoso bicchierino a base di caffè crema e cioccolato, il celebre bicerin. Interpreto il ruolo di una delle Golose, di una delle signorine che mangiano le paste nelle confetterie, amate da Guido Gozzano. Sto per sfogliare Tutte le poesie (Liber Liber) del poeta dell’ironia sentimentale, sto per perdermi tra i suoi versi, inseguendo il ricordo della mia perduta perla sabauda. Tutto per colpa di Saviano.

Che cosa c’entra Roberto Saviano con Gozzano? Semplice, l’autore di Gomorra, nella strana estate che ci siamo appena lasciati alle spalle, si è lasciato “ossessionare” – piacevole e malinconica ossessione – dalle rose non colte del poeta di Agliè, emblema delle cose che potevano essere e non sono state:

Ripensando ai suoi versi, rifletto… Le rose non colte continuano a vivere. Gozzano, con la rosa non colta, racconta di una felicità possibile solo quando irrealizzata, di un sogno splendido solo quando pensato.

(…)
A scuola lo si studia come poeta polveroso, come bella porcellana abbandonata su qualche mensola. Invece, (…) era un poeta intenso, di fibra, la sua malinconia non è di maniera, il suo verso è vibrante. (Roberto Saviano, Facebook)

Difficile resistere a questo invito alla lettura. Così sono salita in soffitta e ho tirato fuori dalla naftalina questo autore “polveroso”. Ora, seduta al mio tavolino immaginario, sotto i portici della bella Torino, decido di leggere Tutte le poesie senza il filtro di un’antologia scolastica. Lascio da parte ogni considerazione tecnica, ogni commento: voglio che siano solo i versi di Gozzano a parlare. Rimarrò trafitta, come una farfalla, dalla bellezza dei suoi componimenti o finirò col riporre di nuovo queste poesie in solaio, assieme alle buone cose di pessimo gusto?

Nel giro di qualche pagina, rimango incantata dalla malinconia che spira dai versi di Gozzano, dalla sua capacità di rievocare, attraverso poche parole scelte, semplici e sensoriali, tutto ciò che fu:

Dopo vent’anni, oggi, nel salotto
rivivo col profumo di mentastro
e di cotogna tutto ciò che fu.
Mi specchio ancora nello specchio rotto,
rivedo i finti frutti d’alabastro… (I sonetti del ritorno)

Questo giovane, nato in una famiglia borghese, allevato al culto del passato, ha intrattenuto delle conversazioni con le ombre e con la Morte. Lui, anima di piombo e di piuma, troppo pesante per le frivolezze e troppo leggera per la realtà, ha cantato la bellezza di ciò che sfugge tra le dita, dei miraggi:

S’annuncia col profumo, come una cortigiana,
l’Isola Non-Trovata… Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza (La più bella)

Il poeta-farfalla, essere fragile, minato dalla malattia, osservava la vita attraverso il vetro della teca in cui si era rinchiuso in volontario isolamento:

Non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso. (I colloqui)

salotto nonna speranza gozzano
Di Gianpiero Actis – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19952359

Eppure la vita è tutta qui, in queste poesie nate dalla certezza di non poter cogliere le rose dell’esistenza, di non poter assaporare il profumo della felicità. Nella soffitta di Gozzano trovano posto sia le grigie mattinate dei borghesi, sia le notti inquiete, le notti in cui l’ala della Morte ti sfiora. Qui, come diceva Montale, il prosastico cozza con l’aulico. Qui le cose di cattivo gusto convivono con il busto di Pallade Atena. In questa tavolozza poetica, l’azzurro di stoviglia delle iridi di una certa signorina si sposa con le ali di smeraldo di un’ipnotica farfalla:

La farfalla è brevissima, tutt’ala,
stupendamente barbara, inquietante
come un gioiello d’oro e di smeraldo (Dell’ornitottera)
(…)
Natura volle l’Acherontia Atropos
simbolo della Notte e della Morte,
messaggiera del Buio e del Mistero,
e la segnò con la divisa fosca
e d’un sinistro canto. (Della testa di morto)

Mi lascio incantare da queste poesie apparentemente semplici e colloquiali, dietro cui si nasconde il trucco del prestigiatore, la maestria di chi, all’ombra della sua discrezione solitaria, ha scelto ogni parola con cura. Ascolto la voce delicata, eppure potente, di questo poeta morto a soli trentadue anni, stroncato dalla tubercolosi. Mi tornano in mente, strano cortocircuito letterario, i versi di Ishikawa Takuboku, afflitto dallo stesso male: anche lui ha catturato gli scintillii della vita quotidiana con parole vestite di povertà, ma ricche d’inquietudine. Chissà cosa si sarebbero detti, se si fossero incontrati?

Continuo a scartare le poesie-cioccolatini di Gozzano: ne assaporo la dolce malinconia, stemperata da una punta di acida ironia, e mi ritrovo a comporre un mio ideale bancone di pasticceria letteraria. Lascio da parte le avventure galanti del Signorino Infelicito (copyright Daniele Martino), la sua dichiarata incapacità d’amare, per inseguire lo spettro della dama del mio cuore: la mia perduta Torino, la mia rosa non colta. Forse non sto rincorrendo tanto lei, quanto il fantasma delle mie illusioni giovanili, la parte di me che è rimasta cristallizzata all’ombra della Mole:

la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

Lascio il mio tavolino e mi incammino verso Piazza Castello, gioiello sabaudo. Ammiro la sua rigorosa eleganza e la fuga di portici che le fa da castone. Guardo passare i tram sferraglianti, poi imbocco via Po. Scendo giù sino a piazza Vittorio Veneto, dove la collina entra in città. Mi perdo tra l’oro delle acacie del Valentino. Infine, salgo sul Monte dei Cappuccini per abbracciare la città con lo sguardo di Gozzano:

Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino… (…)

La malinconia si fa più forte, mi prende alla gola. La mia rosa perduta mi manca, ma il dolore del rimpianto è lenito dalla bellezza di questi versi. Ritorno al tavolino immaginario e al bicerin lasciato a metà. Ritorno alla Musa che mi rimprovererà la mia malinconia, priva della giusta dose d’ironia. Ritorno a Saviano e alle domande con cui si conclude uno dei post che ha dedicato a Gozzano:

Quali sono le rose che non avete colto? Le occasioni perdute? I rimpianti che vi lasciano fantasticare sulle cose che potevano essere e non sono state?

Approfondimenti e fonti:

L’attimo fuggente: tra la piuma e il piombo – Rai Play

Guido Gozzano: un ritratto – Rai Cultura

Riscoprire la produzione artistica del più innovativo dei crepuscolari – L’intellettuale dissidente

L’ansiomania inesplicabile del Signorino Infelicito – Doppiozero

Villa il Meleto – Guida Torino

7 pensieri su “Le rose non colte di Gozzano

  1. Pingback: Cronaca di un anno di letture – Il verbo leggere

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