H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi

Prova a convincerti che è un uomo. Come te. H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi di Johann Lerchenwald (Jouvence, 2020) è un libro scomodo, controverso: Lerchenwald costringe i suoi lettori a fissare il Führer dritto negli occhi, a confrontarsi con l’uomo reale, invece che con la maschera del mostro, del folle sanguinario.

Quando Felix Krull Editore, l’editore tedesco di Lerchenwald, mi ha gentilmente proposto di leggere H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, ha allegato alla mail una serie di interviste all’autore e di recensioni. Una scelta saggia e, oserei dire, necessaria. Perché? Perché prima di affrontare questo testo si avverte il bisogno di chiarirsi le idee e di confrontare diversi pareri. Un libro simile può venire visto come un esercizio di stile sul filo del rasoio: dare direttamente voce al Führer, astenendosi dall’esprimere un giudizio morale, è dannatamente rischioso.

Dopo aver analizzato i punti di vista di alcuni recensori, ho capito che vale la pena di leggere questo testo, di fare i conti con la sua complessità: se un’opera è capace di suscitare un simile fermento culturale, significa che ha qualcosa di importante da dire. A farmi definitivamente capitolare è stata la motivazione che ha spinto Lerchenwald a scrivere Come Hitler vedeva i suoi tedeschi: la necessità di sfatare il mito che circonda H. e che contribuisce a far prosperare la mala pianta del neonazismo.

Quando ho iniziato questo romanzo, ho cercato di armarmi di una certa freddezza e mi sono ripromessa mantenere la mente il più possibile lucida. Non è facile decifrare questo testo enigmatico e “serenamente terribile”: la Presentazione dello storico Franco Cardini e il giudizio espresso da Maria Teresa Iudica, una collaboratrice di Felix Krull Editore, sono fondamentali per riuscire a rischiare le tenebre che lo avvolgono.

Le pagine di di Lerchenwald scorrono rapide, sorrette da una scrittura chiara e scorrevole. Però non ci si deve lasciar ingannare da questa apparente semplicità: la complessità dei contenuti e dei temi trattati fa da contraltare alla limpidezza dello stile. Come ricorda Iudica, è necessario leggere e rileggere con attenzione questo testo. Solo chi cerca conferme attraverso una più lenta rilettura

(…) scopre il nuovo: una visione più dinamica del rapporto uomo-popolo nel progressivo imporsi della rappresentazione del Potere fino al raggiungimento di una comune, tragica cecità.

Cardini, invece, si concentra “sull‘infrazione del tabù” che sta al cuore del libro: rendere non più mostruoso H., ricondurlo a una dimensione umana, significa esporsi al rischio di venire accusati di faziosità o, peggio, di apologia. Eppure solo mostrando Hitler come un essere umano, piuttosto che come un mostro o un folle, è possibile spingere il lettore a riflettere sulla responsabilità collettiva di chi lo ha sostenuto. Questo “cambio di prospettiva” consente anche di realizzare che quel capitolo oscuro del Novecento non è definitivamente chiuso: altri uomini possono imboccare il sentiero oscuro intrapreso dal Führer. La storia può ripetersi.

La questione relativa al punto di vista adottato dallo scrittore è più spinosa: la decisione di narrare i fatti in una terza persona iper-autobiografica e autoapologetica che, come sottolineato da Cardini, ricorda quella dei Commentarii cesariani, rende il testo problematico. Non è semplice tracciare il confine tra l’autore e il personaggio: un saggio permette di prendere le distanze, di chiarire le proprie opinioni, mentre un romanzo non offre una simile possibilità. La decisione di calarsi nei panni di Hitler comporta dei rischi: il contatto ravvicinato con il Führer appare sempre come una contaminazione, come qualcosa di impuro.

Lerchenwald sostiene di essere riuscito a interpretare i pensieri di H., di aver messo a nudo i suoi pensieri più intimi. Mi perdonerà (no, non lo farà), se mi permetto di dissentire: nessun essere umano può davvero conoscerne un altro, specialmente uno che, per fortuna direi, non ha mai incontrato. Si può solo provare, con tenacia, ad avvicinarsi alla verità, al cuore di tenebra, ma non si può davvero raggiungerlo.

Se lo scrittore si è esposto al rischio dell’identificazione, lo stesso non si può dire del lettore, specialmente del lettore disposto a seguire il consiglio di Maria Teresa Iudica. Chi sfoglia le pagine di H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi non rischia mai di “simpatizzare” con il Führer. La voce narrante, una voce venata di un’ironia patibolare, appare sin dalle prime battute come inaffidabile, contraddittoria, meschina e indicibilmente cinica.

Il refrain c’era dal morir dal ridere assomiglia al rumore di unghie su una lavagna: infastidisce, ma, allo stesso tempo, rende consapevoli dell’assurdità di fondo che sta alla base del nazismo. Un intero popolo ha affidato il suo destino a un imbonitore da fiera, a un uomo che aveva attinto a mani basse dalle idee altrui (ciò di cui aveva bisogno, se lo prendeva dagli altri) per dare vita a un’ideologia di cartapesta, a un mostruoso collage. Quella che si sente risuonare nel romanzo è la risata che riecheggia nel tunnel dell’orrore.

A proposito dei tedeschi, anzi dei tedeschi di H., è difficile restare impassibili mentre Hitler spiega come ha incantato e plasmato il suo materiale umano, il popolo che guardava dall’alto del suo “genio”:

Quello su cui poteva contare lui era solo la combinazione dell’infinito amore dei Tedeschi per l’ordine e la coscienziosità, del loro senso del dovere e dell’obbedienza, della loro sprovvedutezza e stoltezza con la personale capacità di capire a fondo quella gente disposta ad ascoltare le sue favole e di far leva sia sulle buone sia sulle cattive qualità umane per raggiungere i propri scopi.

(…)

(…) la gente amava che lui le raccontasse delle favole. Si beava di sentir parlare degli antichi Germani e delle virtù che già allora li contraddistinguevano (…). Ascoltavano, incantati, queste storie. E lui poteva sostenere oggi una cosa e domani il suo contrario, senza che nessuno si scandalizzasse. Perché a loro sembrava impossibile che un così profondo conoscitore dell’anima e delle aspirazioni tedesche potesse non essere mosso da intenzioni oneste.

Il lettore, specialmente quello allergico a ogni stereotipo nazionale, si sente chiamato in causa e avverte il bisogno di approfondire, di capire quanto ci sia di vero in queste generalizzazioni. Forse, uno degli aspetti più sinistri dei leader populisti e nazionalisti risiede proprio nella loro inquietante capacità di spersonalizzare le persone. Dopo il loro passaggio, rimane solo una massa amorfa che si lascia guidare dai sentimenti di pancia e dalla vaga idea di cosa debba essere un tedesco (o un italiano).

Sono temi che meriterebbero di venire approfonditi ulteriormente, così come la questione che riguarda la diffusione dell’antisemitismo nella Germania di fine anni ’30. L’immagine di un Führer che non odia ebrei, ma che, per puro calcolo politico, accende la miccia della persecuzione, dà i brividi. Per non parlare del conato suscitato dal suo rifiuto di visitare i lager: lui era troppo sensibile per confrontarsi con l’orrore che aveva creato.

Le pagine di Come Hitler vedeva i suoi tedeschi disturbano nel profondo: disturba assistere impotenti alla catena di eventi che ha portato l’Europa a sprofondare nelle tenebre, disturba vedere quante cose avrebbero potuto andare storte e invece sono filate lisce, disturba assistere alla trasformazione di un ometto in un Messia, disturba sentir risuonare nelle orecchie le patetiche giustificazioni di questo istrione e, soprattutto, disturba ammettere che era un essere umano. Come te, lettore.

No, chi legge H. non corre assolutamente il rischio dell’identificazione con Hitler. L’unico rischio è quello di farsi andare a fuoco i neuroni, di continuare a rimuginare su questo romanzo. Si sente il bisogno di parlare con altri di questo libro, di discuterne insieme, di sviscerarlo e di analizzarlo alla luce di documentari e fonti storiche.

Alla fine della lettura, ti resta addosso un senso d’inquietudine, difficile da scrollare via. Nel mio caso, un vecchio ricordo ha continuato a ronzarmi in testa. Ho continuato a ripensare alla mia visita scolastica a Natzweiler-Struthof, l’inferno sulla terra descritto in Necropoli di Boris Pahor. Mi è tornato in mente il giardino del lager, un fazzoletto verde che veniva concimato con le ceneri dei prigionieri: è il perfetto correlativo oggettivo della sconcertante banalità del male che ho ritrovato nell’opera di Lerchenwald.

Una tragica, amara, lezione da portare con sé alla fine di H.: la consapevolezza che l’orrore del nazismo non è stato il frutto di un folle o di un mostro, ma di un essere umano e di tutti gli uomini che hanno deciso di seguirlo, senza vagliare attentamente le sue parole. Una consapevolezza scomoda, che deve servire a tenere alta la soglia dell’attenzione. Dobbiamo sempre lasciarci guidare dalle qualità “dannose” che Hitler ha cercato di estirpare: il pensiero critico, i sentimenti umani e le fantasie idealistiche.

© Benedetta Berio Admin Verbo Leggere

Approfondimenti:

L’introduzione di Franco Cardini

La rassegna stampa di Felix Krull Editore

Il dibattito su Avvenire

22 pensieri su “H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi

  1. Interessante. Concordo che bisogna riflettere sulla responsabilità collettiva di chi ha sostenuto Hitler e comprendere come l’ometto sia stato trasformato in un Messia (citando il tuo testo). Questa riflessione deve anche essere estesa a chi ancora oggi contribuisce al potere di questi presunti messia, ovunque nel mondo, anche in Italia.

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  2. Forse testi come questo servono a scuotere un po’ le persone che dicono “Io non lo avrei mai seguito” con (per me) eccessiva sicurezza. Parliamo di persone come noi in un preciso contesto: da cosa deriva l’arroganza di essere diversi e migliori, se non si è calati in quel contesto?

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  3. Grazie per il consiglio di lettura. Non appena possibile lo acquisterò. Personalmente sono stata sempre convinta che Hitler fosse solo un essere umano a cui è stato affidato un grande potere. La circostanza che non fosse del tutto “sano di mente” ha fatto sì che la sua esperienza di potere si trasformasse in esperienza di dolore per milioni di esseri umani, ma non si può negare che la responsabilità sia collettiva.
    L’essere umano tende a voler esercitare il proprio potere sugli altri: parenti, compagni di scuola, colleghi di lavoro, leader politici ed economici, popoli di etnia diversa. Hitler ha capito quale fosse il desiderio della maggior parte dei tedeschi, lo ha arricchito di elementi “divini” che potessero giustificare anche le azioni più drastiche e poi ha dato forma al suo personale impero.

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  4. Vede, quando il giudizio su un vinto è pesante, la storia s’incarica sempre di alleggerirlo: è una regola inflessibile. Ma nella fattispecie su Hitler si è impiantata una sorta di teologia e di metafisica della storia: modificare anche minimamente il giudizio si può, ma solo per appesantirlo. Altrimenti s’incorre in una scomunica civile. In queste condizioni, il lavoro dello storico è impossibile. Per poterlo fare sarebbe necessario solo rinsavire.

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    1. Gianluca Massimini

      La riflessione proposta dal Prof. Cardini mi sembra molto significativa. Riconosce tutto il valore di un libro come H, delle intenzioni che ne sono alla base, e del suo autore. Se in merito all’argomento trattato il lavoro dello storico è impossibile, anche per motivi interni alla disciplina stessa, diverso è però il ruolo del letterato, e dell’arte, che fa della libertà d’espressione e della proposizione di sguardi alternativi al sentire comune uno dei principi costitutivi del proprio essere.

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  5. Lo scrittore ungherese e Premio Nobel per la letteratura Imre Kertész, sopravvissuto a Auschwitz e a Buchenwald, affermava che il crimine più grande che mai degli umani abbiano commesso contro altri umani può essere riferito solo in forma di romanzo. Perché la rappresentazione storico-scientifica, che fa a meno del livello di percezione soggettiva e si concentra sui meri fatti, non rende giustizia alle “reali condizioni di vita” delle vittime.
    Johann Lerchenwald ha scritto “H-Come Hitler vedeva i suoi Tedeschi” a partire da considerazioni analoghe.

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  6. Finora “H” è stato considerato quasi unicamente dal punto di vista storico, trascurando le sue prerogative letterarie. E probabilmente a contribuire  a questo errore  è stato proprio quel  suo stile inappariscente di stendhaliana limpidezza, purezza e semplicità  che, insieme alla sensibilità psicologica di cui dà prova e alla vitalità che vi pulsa, mi ha tanto entusiasmata da farmi desiderare di tradurlo.

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  7. La lotta per la chiarezza è la mia principale attività cerebrale, a monte anche della letteratura.
    L’opera di Lerchenwald si contraddistingue a sua volta per una organizzazione di pensiero volta alla chiarezza: questo scrittore, che ha compreso, vuole essere compreso. Non mira a impressionare, ma a far capire e riflettere, non butta polvere negli occhi, non trascina il lettore per meandri oscuri e complicati, facendolo faticare il doppio o il triplo, ma lo guida decisamente verso la luce…

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  8. Pingback: Autunno tedesco – Il verbo leggere

    1. Gentile Lodovica San Guedoro, il dibattito, secondo me, ha bisogno di altri punti vista, di nuovi blogger/articolisti che sapranno rendere giustizia a H. e spiegare perché questo testo è così attuale.
      Sono certa che arriveranno nuove recensioni.

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  9. Cara Benedetta Berio, certo arriveranno. Ma la vita è breve e per ora il dibattito pare arenatosi sulle pagine di Avvenire, mentre avrebbe dovuto già da tempo rimbalzare sul Corriere della Sera e su Repubblica. Inizialmente il libro di Johann Lerchenwald aveva attirato l’attenzione di Corrado Augias, di Natalia Aspesi, di Alain Elkann e Antonio Scurati che ne avevano richiesto copia alla casa editrice italiana, la Jouvence. Sennonché, al primo profilarsi del Corona, questi signori non hanno più dato segni di vita. Ogni interesse attivo per la cultura è stato spazzato via. Questo virus ha fatto il vuoto intorno a sé. E’ fatale chiedersi che anticorpi abbia un simile establishment culturale.

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