Napoli da leggere: Jettatura

Il titolo di questo libro è tutto un programma… Jettatura di Théophile Gautier (Liber Liber) è sì la storia di un possibile menagramo, ma è anche un viaggio letterario in una Partenope vivace e colorata, popolare e superstiziosa. Credo che sia sempre interessante avere la possibilità di osservarsi con gli occhi degli altri, di scoprire come gli scrittori stranieri hanno descritto le bellezze del nostro paese. Siete pronti a fare le valigie e a partire alla volta della Napoli ottocentesca?

Questo romanzo breve si apre con una splendida panoramica del golfo della città:

Quella lunga linea di colline che, da Posillipo al Vesuvio, disegna il golfo meraviglioso in fondo al quale Napoli si riposa come una ninfa marina che si asciuga sulla riva all’uscire del bagno, cominciava a pronunciarsi colle sue ondulazioni violacee e si staccava con un colore più marcato dell’azzurro scintillante del cielo; e già qualche punto bianco, picchiettando il fondo scuro del quadro, tradiva la presenza delle ville sparse per la campagna.

Golfo di Napoli
Giuseppe Carelli – Golfo di Napoli

Paolo D’Aspromonte, un giovane dall’aspetto luciferino, sta per sbarcare sulle coste campane, dove lo aspetta la sua fidanzata. Il suo traghetto entra in porto insieme ad alcune barche a vela, che scivolano sul maestoso mare blu come piume di cigni. L’approdo è per lui una sorta di linea d’ombra: il giovane francese ha lasciato il mondo nordico in cui è sempre vissuto, un emisfero freddo e razionale, per entrare in una terra solare e vitale, ma anche selvaggia superstiziosa. Sì, Gautier in Jettatura non rifugge i luoghi comuni sull’Italia, anzi li piega a suo vantaggio…

Paolo, una volta lasciati i suoi bagagli in albergo, sale in carrozza e si fa condurre alla villa della sua amata. La dimora della bella Alicia è sia una sorta di giardino d’Armida, sia un inno alla flora mediterranea:

Al piede dei muri, i fichi d’India, gli aloe e i corbezzoli crescevano in un graziosissimo disordine; e al di là d’un bosco, di sopra al quale s’innalzavano una palma e tre pini d’Italia, la vista stendendosi sopra un terreno ondulato, sparso di ville, si fermava alla violacea montagna del Vesuvio, o si perdeva nell’azzurra immensità del mare.

Questo romantico angolo di paradiso, a un primo sguardo, sembra una celebrazione della vita e della gioia, ma, a ben guardare, ha un fascino decadente, elegiaco. La delicata Alicia si è rifugiata in questo giardino per sfuggire alle fredde nebbie di Albione, ma l’angelo della morte sembra averla appena raggiunta. La fanciulla, grazie all’attenta vigilanza di suo zio, ha ritrovato i colori che aveva perduto e si è trasformata in una sana ragazza di campagna, ma ora, sotto lo sguardo del suo promesso sposo, questa rosa inglese pare impallidire ed appassire a vista d’occhio.

Posillipo Napoli

Paolo è approdato a Napoli per coronare il suo sogno d’amore, ma un’ombra è scesa sulla sua felicità: la iettatura. D’Aspromonte non conosce ancora il significato di questa parola, ma lo scoprirà presto. Dopo essersi accorto che in seguito alla sue visite la sua amata sembra illanguidire sempre di più, il giovane si concede una triste passeggiata per le vie della città.

I tipici cornetti napoletani e gli altri souvenir “scaccia iella” esposti in bella vista nei negozi sembrano irridere l’innamorato. I superstiziosi abitanti della città lo osservano di sottecchi e mormorano tra di loro, accennando gesti scaramantici. C’è qualcosa di strano in questo straniero: i suoi capelli sono troppo rossi; i suoi occhi sono troppo ardenti; la sua fronte pare solcata da un fulmine. Il luciferino e malinconico Paolo è fuori posto in mezzo a questi vicoli animati, a queste strade popolari e vivaci:

Napoli cominciava già il suo rumorio: i venditori d’acqua ghiacciata vendevano gridando a voce alta la loro merce; i rosticciai tendevano ai passeggeri le loro vivande infilate in una pertica; curve sulle finestre le donne di casa più pigre calavano, per mezzo d’una cordicella, i panieri per le provvisioni, rialzandoli poi pieni di pomodori, di pesci e di grandi pezzi di zucche.

Lo spirito del cupo D’Aspromonte, che potrebbe o meno essere uno iettatore, si adatta di più a una città morta, al triste ed eterno fascino di Pompei:

Alla luce dell’alba, le danzatrici dipinte sui muri sembrano agitare i loro crotali e colla punta del loro piede bianco sollevare come una schiuma rosa lungo le loro vesti, forse credendo che le lampade stiano per riaccendersi per le orgie del triclinium; le Veneri, i Satiri, le figure eroiche o grottesche, animate d’un raggio, tentano rimpiazzare gli abitanti dispersi e fare alla città morta una popolazione dipinta. Così lo spirito può per qualche secondo darsi l’illusione d’una fantasmagoria antica.

Pompei dipinto
Axel Johansen – Pompei

Il giovane si confonde tra gli spettri pietrificati di Pompei: sembra un fantasma irrequieto o, se preferite, un serpente destinato a portare la rovina nell’Eden di Alicia. Paolo non lo sa ancora, ma lui è un uomo al tramonto, circondato dalla stessa luce crepuscolare che avvolge le rovine della città morta:

I bagni antichi sono in cima alla via Consolare, vicino alla via della Fortuna; D’Aspromonte li trovò facilmente. Entrò nella sala a volta, circondata da nicchie sorrette da Atlanti in terra cotta, che sostengono un’architrave ornata di putti e di foglie. I marini, i mosaici, i tripodi di bronzo sono scomparsi. Dell’antico splendore non restano che gli Atlanti d’argilla e le mura nude come quelle d’una tomba: una luce vaga che entra da una piccola finestra rotonda, cade tremolando sulle lastre rotte del pavimento.

Cosa ne sarà di Paolo e di Alicia? La iettatura avrà davvero il potere di distruggerli oppure si tratta solo di una superstizione? Napoli, bella e crudele, sorride sotto il sole, mentre la loro tragedia si consuma. Una tragedia da teatro dei burattini: una farsa melodrammatica, dalle tinte forti, simile alla maschera che Partenope offriva e offre tuttora ai viaggiatori stranieri affascinati più dal suo folklore che dalle sue reali bellezze e contraddizioni.

Théophile Gautier ha dato vita a un pittoresco melodramma che sembra strizzare l’occhio al genere gotico: la iettatura esiste davvero oppure siamo semplicemente di fronte a una serie di sfortunati eventi? Nel testo c’è un’ambiguità di fondo, un sospetto mai confermato, che ci spinge ad afferrare un corno napoletano, ad accennare un gesto scaramantico.

Le pagine di Jettatura scorrono veloci, sorrette da dialoghi incalzanti, da apostrofi al lettore e da magistrali descrizioni. La Napoli di Gautier è una Partenope pittoresca, da carnet de voyage, vista attraverso gli occhi di uno straniero: non è una fotografia realistica, ma è un sublime ed indimenticabile acquerello dai colori vibranti.

Approfondimenti:

La recensione di Non solo cinema

Jettatura – Recensionilibri.org 

Iella e jettatura a Napoli – Doppiozero 

6 pensieri su “Napoli da leggere: Jettatura

  1. Me lo ricordo, l’ho letto molto tempo fa, in un’edizione della Newton.
    In effetti, questa storia ha molto del genere gotico: il protagonista viene gestito quasi come se fosse un inconsapevole vampiro e persino il suo bacio sembra dimostrarsi pericoloso ^^

    Piace a 1 persona

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