Il cavaliere e la morte

Ogni suo romanzo (tecnicamente un avvincente giallo senza soluzione) rappresenta una coraggiosa denuncia di uno dei tanti “mali” che affliggono il nostro paese. Questa frase, riportata sul risvolto di copertina, restituisce l’essenza de Il cavaliere e la morte (CDE, 1990). Le opere di Leonardo Sciascia sono destinate a far provare un senso di smarrimento ai lettori, specialmente a quelli che, come me, si sono avventurati solo da poco nel mondo dei “polizieschi non canonici”.

Gli ingredienti del classico crime ci sono tutti: il detective, la vittima, gli indizi, il sospettato. Il Vice, un commissario di polizia su cui aleggia l’ombra della Morte, è chiamato ad indagare sull’omicidio di un “potente”: l’avvocato Sandoz. Sin da subito, si presenta un problema: il principale sospettato, l’uomo che ha allungato a Sandoz un biglietto con su scritto “Io ti ucciderò”, è Aurispa, l’illustre e riverito Presidente delle Industrie Riunite.

Il capo del Vice, che vorrebbe evitare di pestare i piedi a un personaggio di spicco, cerca di muoversi con discrezione. Invece, il suo sottoposto preferirebbe evitare simili cerimonie, perché sa che simili premure potrebbero ostacolare le indagini. A complicare ulteriormente la situazione ci si mettono anche i Figli dell’ottantanove: un’associazione eversiva che avrebbe minacciato telefonicamente Sandoz. Questo gruppo misterioso, destinato a restare nell’ombra, è stato fondato prima del delitto o è stato creato proprio perché l’avvocato doveva essere tolto di mezzo?

Il punto è che i Figli dell’ottantanove stanno nascendo ora: per mitomania, per noia, magari per vocazione a cospirare e a delinquere, ma non esistevano un minuto prima che radio, televisione e giornali ne dessero notizia. (…)
Ci troviamo di fronte a un problema, a un dilemma: i Figli dell’ottantanove sono stati creati per uccidere Sandoz o Sandoz è stato ucciso per creare i figli dell’ottantanove?

Noi lettori vorremmo studiare la questione e prendere in mano la lente d’ingrandimento, però non è il caso di lasciarsi trascinare dalla Febbre del detective (©Wilkie Collins). Non sta a noi tirare le fila e cercare di arrivare a una soluzione “pulita”, destinata a ristabilire l’ordine infranto: qui non c’è niente di pulito, niente di chiaro. Il cavaliere e la morte non è un romanzo poliziesco classico, di quelli che i lettori, ormai smaliziati, arrivano a indovinare come va a finire dopo aver letto le prime venti pagine….

Non siamo qui per giocare a Cluedo, ma per interrogarci sulla difficoltà di vivere: Sciascia ci mette davanti alle storture della società italiana, ai vermi che la divorano dall’interno. La febbre che ci consuma non è quella del detective: nel termometro non si alza la linea di mercurio, ma quella, tristemente nota, della palma. I Figli dell’ottantanove, probabilmente, sono solo delle marionette, ma dietro di loro si nascondono dei sinistri burattinai: il Potere è sinonimo di corruzione e di menzogne sparse a piene mani.

leonardo sciascia

Dove si nasconde la verità? Non tra le pagine dei giornali, destinati ad alimentare infondate voci di corridoio e a travisare la realtà, e nemmeno nelle stanze del commissariato. La verità non può esistere in un paese di Anime morte. Non c’è verso di tirarsi fuori da questo pasticciaccio brutto, da questo garbuglio di bugie.

Non ci resta che sederci accanto al Vice e contemplare il suo quadro preferito, un’incisione di Albrecht Dürer che ha per protagonisti il Diavolo, la Morte e un Cavaliere, il doppio ideale del nostro detective:

(…) il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui. E il Cavaliere dove andava così corazzato, così fermo, tirandosi dietro lo stanco Diavolo e negando obolo alla Morte? Sarebbe mai arrivato alla chiusa cittadella in alto, la cittadella della suprema verità, della suprema menzogna?

Il Vice-Cavaliere, incalzato dalla Morte e circondato da diavoli, trova rifugio tra le pagine dei libri: solo nei romanzi è possibile giungere alla verità. I testi amati possono venire letti e riletti, diventando sempre più chiari, dando vita a nuove illuminazioni, mentre la realtà è destinata a rimanere un enigma, un rebus impossibile da risolvere. Il poliziotto può solo continuare a svolgere il suo, impossibile, dovere e a interrogarsi su un presente e su un futuro che gli appaiono sempre più foschi.

Questo giallo senza soluzione si legge in fretta, con la stessa rapidità con cui si consuma il tempo rimasto nella clessidra-vita del Vice, ma non si lascia dimenticare facilmente: come Il giorno della civetta, lascia addosso al lettore un velo d’inquietudine. Abbiamo la triste impressione che non molto sia cambiato da quando è stato scritto e che le ferite in cui Sciascia, nobile cavaliere incalzato dalla morte, ha messo il dito siano ancora aperte e sanguinanti. L’ordine non è stato ristabilito.

Per approfondire:

Leonardo Sciascia, “Saggista nel racconto e narratore nel saggio” – Il Mestiere di leggere 

Il cavaliere e la morte – Doppiozero 

5 pensieri su “Il cavaliere e la morte

    1. Guarda “Il giorno della civetta” (lettura obbligata, evviva, del liceo) non mi ha aveva presa per niente. Adesso, forse, capisco meglio Sciascia, grazie anche ad approfondimenti come quello di Pina. “Candido” secondo me è splendido: visto che è un genere diverso, non è un giallo quanto una possibile riscrittura del capolavoro di Voltaire, potrebbe piacerti. Buone letture!

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  1. Pingback: Detective bibliofili e lettori investigatori – Downtobaker

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