La neve era sporca

Quello di uomo è un mestiere difficile: questa frase indimenticabile racchiude l’essenza de La neve era sporca (Adelphi, 1991), uno dei romanzi “duri”, senza Maigret, di Georges Simenon. L’autore ci mette davanti a un mondo in cui non rimane più nulla di innocente, un mondo in cui persino la neve ha perso il suo candore. Basta sfogliare le prime pagine-fotogrammi per ritrovarsi nel cuore di una città morta, popolata da anime morte, che sembra il set di un film noir:

La via del tram è bianca e nera, e la neve è più sudicia che altrove. Fin dove si spinge lo sguardo i binari, scuri e lucenti, sottolineano la sfilata delle case, formando una curva dove le due vie confluiscono. Il cielo è basso, eccessivamente chiaro, con quella luminosità che dà più malinconia del grigiore deciso. Livido e traslucido, quel bianco ha qualcosa di minaccioso, di definitivo, di eterno; i colori si fanno duri e maligni, il bruno e il giallo sporco delle case, per esempio, e il rosso cupo del tram che sembra galleggiare nell’aria e voler salire sul marciapiede.

Con poche pennellate, con poche parole scelte, “parole materiali” (mots-matière), Simenon delinea un paesaggio allucinato, sinistro. Una città dove tutto è tradimento, rancore, doppio gioco: un paese del Nord, in bianco e nero, occupato da un esercito nemico. Un mondo insozzato, dove tutti sospettano di tutti, dove è normale vendersi per un pezzo di lardo e dove nessuno riesce a preservare la sua innocenza.

Il diciannovenne Frank Friedmaier si è abituato sin da piccolo a fare i conti con una realtà fatta di compromessi e di mancanza d’amore: sua madre Lotte, una tenutaria di bordello, lo ha affidato a una balia per non averlo tra i piedi e non è mai stata capace di fargli una carezza sincera. Da quando è iniziata la guerra, la quotidianità dell’adolescente si è fatta ancora più cupa: trascorre le sue giornate passando dalla casa chiusa di Lotte alle sale di un sordido locale frequentato da giovani che non vedono l’ora di bruciare le tappe, di iniziarsi alla vita.

Caspar David Friedrich Cairn in snow

 

Frank decide di oltrepassare la sua linea d’ombra, di perdere la sua innocenza-verginità assassinando un uomo: non prova rancore nei confronti di quell’individuo, ma affonda lo stesso il coltello perché deve dimostrare a se stesso di essere capace di uccidere. Nel momento dell’omicidio, il giovane richiama volutamente l’attenzione di un testimone: il tranviere Holst, un suo vicino di casa. Da quel momento in poi, la figura di Holst si imprimerà indelebilmente nella sua retina. Alla sagoma del tranviere si andrà poi a sovrapporre quella di sua figlia Sissy: una giovane che guarda di sottecchi Frank, sperando in un suo gesto d’affetto.

Tutti si spiano nella città morta: gli abitanti del palazzo scrutano Lotte con astio e invidia; Sissy cerca lo sguardo di Frank; il giovane spia da una finestrella le ragazze “reclutate” da sua madre e studia ogni mossa dei suoi vicini. Come ne La scala di ferro e in altri romanzi “duri” di Simenon, noi lettori ci ritroviamo, nostro malgrado, a interpretare il ruolo di voyeurs, a spiare ogni mossa del protagonista, nel tentativo di comprenderne i pensieri.

Nei capitoli iniziali de La neve era sporca, Frank ci appare come una sorta di antieroe byroniano posseduto dal demone della perversione di Poe: gioca con il fuoco, commette dei crimini insensati e finisce col ferire se stesso e chi lo circonda. L’adolescente si spinge sull’orlo del baratro perché ha il bisogno di attirare l’attenzione su di sé: vuole che qualcuno si occupi di lui. Nessuno sembra disposto a superare il reticolo di filo spinato che ha steso attorno al suo cuore, quindi tanto vale che sia il fato, anche avverso, a posare gli occhi su di lui:

In qualche punto il destino era in agguato. Ma dove? Invece di aspettare che si manifestasse al momento giusto, Frank lo precedeva, frugava dappertutto alla sua ricerca. (…).
“Sono qui. Che cosa aspetti?”

Monet Gazza

Il primo atto del romanzo ricorda per certi versi Delitto e castigo: il giovane protagonista, come Raskolnikov, sembra essere preda di una febbre intellettuale che lo spinge a calpestare la morale e a isolarsi dagli altri esseri umani. Simenon ci mette davanti a un uomo del sottosuolo, a un personaggio che è un ossimoro vivente, feroce e fragile allo stesso tempo:

Frank non accetta pietà, da nessuno. Niente che possa anche lontanamente assomigliare alla pietà. Perché non debba un giorno avere la debolezza di provarne per se stesso.

I suoi perché sono sempre falsi: le sue motivazioni appaiono incomprensibili a chi lo circonda e, talvolta, persino a lui stesso. Eppure Frank vorrebbe solo che qualcuno riuscisse a capirlo e ad amarlo: anche lui, come Raskolnikov, ha bisogno della sua Sonja, di una donna sin troppo pura ed ingenua, che gli indichi una via di fuga da un mondo impuro e crudele.

Nel secondo atto de La neve era sporca, come sottolineato su Qlibri, Simenon sembra cambiare modello di riferimento: le atmosfere dostoievskiàne lasciano posto a un clima kafkiano. Il ragazzo si ritrova in balia degli occupanti (poco importa che siano o meno dei nazisti), di burocrati che paiono usciti dalle pagine de Il processo:

È un altro mondo. Quando era in collegio, Frank non ha mai capito niente di matematica e la parola stessa gli era sempre parsa un po’ misteriosa.
Ebbene, qui si fa matematica! È un mondo senza confini, illuminato da una luce fredda, nel quale non sono uomini ad agitarsi, ma entità, nomi, numeri, segni che ogni giorno cambiano di posto e di valore.

Simenon ci mette davanti a un mondo freddo, grigio, che fa da contraltare alla città in cui la polvere bianca che ogni tanto si stacca dalla crosta celeste non riesce a coprire il sudiciume e finisce con lo sporcarsi a sua volta. Due mondi apparentemente opposti, ma legati dallo stesso senso di oppressione, dall’impressione di trovarsi di fronte a realtà in cui non c’è più spazio né per la verità né per l’amore. Eppure una via di fuga c’è ancora: è lo spiraglio di una finestra aperta. L’unica salvezza è una vita solo immaginata. Quanto è difficile il mestiere di uomo…

Per approfondire:

Un blog interamente dedicato al papà di Maigret

L’eredità culturale di Simenon – Lettera43 

La recensione di Thriller Magazine

La neve era sporca – Repubblica.it

6 pensieri su “La neve era sporca

  1. Simenon è uno di quegli autori che prima o poi leggerò. Devo però prima smaltire un po’ di letture arretrate. Vorrei evitare i suoi romanzi con protagonista Maigret perchè è un genere letterario che non mi ha mai entusiasmato. Mi segno questo titolo, m’ispira grazie alle tua recensione, anche per l’accostamento a Dostoevsky e Kafka.

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