La città senza cielo

Non vedevo l’ora di smarrirmi tra le vie de La città senza cielo di Jean Malaquais (Cliquot, 2019). Ero certa che quest’opera, sospesa tra le atmosfere di Alice nel Paese delle meraviglie e quelle di 1984, tra le distopie urbane di J. G. Ballard e gli incubi burocratici di Kafka, mi avrebbe rubato il cuore. Però, proprio sulla soglia del volume, ho trovato ad attendermi l’introduzione di Norman Mailer: una prefazione che, incredibile a dirsi, sembrava voler raffreddare il mio entusiasmo.

Mailer ammetteva di non essere rimasto favorevolmente colpito dal libro. Qualcosa non tornava: ero decisamente perplessa, ma ho deciso di proseguire la lettura. Di pagina in pagina, attraverso le parole del saggista, ho iniziato a fare la conoscenza di Malaquais. L’autore de La città senza cielo mi è stato subito simpatico: vuoi perché, come Conrad, ha dovuto imparare a padroneggiare una lingua non sua, vuoi perché era tanto arguto quanto povero. Per non parlare della sua dedizione al mestiere di scrivere:

Un uomo che riesce a stare dodici ore a riflettere seduto alla scrivania può anche trovare piacere in quello che fa, persino accontentandosi di duecento parole al giorno, ma per Malaquais (…) era un’attività deprimente e spossante. «Sì» disse una volta «per fare un buon lavoro, bisogna pisser le sang», e quanto sangue, il sangue dell’ambizione che sfuma, deve aver pisciato lui durante tutte quelle ore incatenato alla scrivania. Quanto sudore! (Prefazione)

Mentre stavo prendendo in considerazione l’ipotesi di leggere il romanzo solo in virtù di questo sforzo titanico, Mailer mi ha finalmente dato almeno un buon motivo per iniziare La città senza cielo: ha messo in luce la carica profetica di quest’opera. Quando ha riletto il libro, negli anni Settanta, il saggista si è reso conto di trovarsi davanti al sinistro riflesso del suo presente:

Oggi, all’altro capo di un ventennio, ho capito cosa avesse da insegnare questo libro. Perché il romanzo di Malaquais è uscito con vent’anni di anticipo, e descrive un mondo che ci sta apparendo all’orizzonte soltanto adesso: un orrendo mondo di palazzoni altissimi (…), dove ciascuno è la superstar di sé stesso, dove le molecole d’aria graveolenti di plastica sono costrette a girare perennemente in circolo nelle bocche dei condizionatori, e dappertutto è mestizia irrancidita di materiali torturati, deodoranti e luci fluorescenti. (Prefazione)

Malaquais ha trasportato e continua a trasportare i suoi lettori in una Città allucinante, in un inferno di cemento perennemente attuale. Il mondo descritto del libro non è poi così dissimile dalla nostra contemporaneità: in fin dei conti, il nostro è un paese di burocrazia, che si squaglia come burro e pazzia (sì, ho appena citato Fabri Fibra). Un mondo dove il “libero pensiero” è un’attività sovversiva: i bravi cittadini si sono trasformati in degli automi e hanno accettato di buon grado il ruolo di consumatori di prodotti inutili.

Pierre Javelin, il protagonista del romanzo, è un piazzista di cosmetici che trascorre le sue grigie giornate passando da un portone all’altro. Poi, un bel dì, invece di firmare l’ennesima scartoffia burocratica, traccia uno scarabocchio sul foglio. Una volta rientrato a casa, si accorge che la chiave non gira nella serratura: casa sua non è più casa sua, è occupata da qualcun altro, e sua moglie, Catherine, è svanita nel nulla. Pierre non ha la minima idea di che cosa sia successo: da un momento all’altro, è diventato un signor nessuno, un uomo senza identità.

Inizia così un’Odissea moderna, un viaggio allucinante nei meccanismi malati di una metropoli popolata da spettri:

Ciascuno ha il suo fantasma personale e la Città il suo fantasma collettivo.

Javelin si addentra negli infernali gironi burocratici della città: una teoria di anime grigie, di funzionari che sembrano usciti dalle pagine de Il processo. Attraverso il suo sguardo “divergente” emerge l’inquietante ritratto di una dittatura che non si chiama mai tale ma che tale è. Gli abitanti della Città, invece di pensare con la loro testa, preferiscono affidarsi all’Inia, un istituto che stabilisce se ciò che meditano di fare è conforme o meno alla norma:

Istituto nazionale di idiosincrasia applicata, il cui motto: Age quod agis – “Stai attento a ciò che fai” – era chiaro ed esplicito. Non era affatto questione di dirigere, di irreggimentare, e nemmeno di accompagnare; al contrario, l’organizzazione si accontentava di sconsigliare le persone quando capitava loro di pensare che la propria idiosincrasia rischiasse di metterle in conflitto con quella della Città, persona collettiva che godeva anch’essa di un suo temperamento specifico. Ben inteso, nessuno era obbligato a consultare l’inia. Solo che, siccome era difficile sapere dove il rischio cominciasse e dove finisse, ogni persona avveduta ci teneva la sua pratica aggiornata.

Chi non risulta conforme è chiamato a fare autodafé e a ricacciare la testa nell’inchiostro nero dell’impersonalità. Però l’ex piazzista non ha alcuna intenzione di tornare nel calamaio: non vuole abdicare alla sua ritrovata libertà di pensiero. Pierre è l’uomo che sta sulla soglia del dubbio, che può scorgere le crepe del Sistema:

L’unica cosa che manca in questo universo perfettamente racchiuso è una porta di uscita. (…)

Per quanto alcuni continuino con foga a ripiegarsi su sé stessi, ormai può esistere solo un destino gregario: quello della Città. Il nostro eroe – e anche qui il termine è inesatto perché il tempo dell’eroe è morto quando quello del gregge comincia –, il nostro personaggio dunque apre e scopre nel corso del suo periplo i meandri e i recessi della cittadella.

Pierre è il sassolino che rischia di far inceppare gli ingranaggi perfettamente oliati della città. Se l’era degli eroi non fosse già finita da un pezzo, questo signor Nessuno potrebbe essere Ulisse, ma nel suo futuro restano solo pallide eco di quel tempo perduto. Forse è una novella Alice alle prese dei sinistri Pinco e Pallino. Oppure è un diavolo alla ricerca di un paradiso ormai perduto. No, è solo un povero cristo che cerca di riportare il Verbo tra gli uomini.

Le parole rappresentano l’unica via di fuga da una Città che monitora ossessivamente ogni discorso e che aspira al silenzio:

(…) cinquanta stetoscopi trasmettevano cinquanta volte cinquantamila informazioni al secondo. Sospesa per il cuore a un filo di rame, la Città si confessava in un oceano di brusii.
(…)
Alla Città non interessa tanto ciò che si dice, quanto che non si dica niente. Ciò che le importa è il silenzio.

metropolis lang
Di Karl Freund, Günther Rittau, Walter Ruttmann (cinematograpers) – © Friedrich-Wilhelm-Murnau-Foundation, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2152943

Quella di Pierre Javelin è un’epica moderna: la sola epica moderna: la pura e semplice ricerca dell’identità, quell’identità che tutti quanti sentiamo svanire nelle grandi e oscure fauci del nostro secolo. Un’epica moderna che richiede uno stile particolare: lo stile che non ha convinto Mailer. I dialoghi di Malaquais appaiono artificiosi e, talvolta, incoerenti, ma forse non sono altro che un riflesso delle difficoltà di comunicazione in cui si è destinati a incappare quando si vive all’ombra di un Grande Fratello: la distopia-dittatura deforma sempre la lingua. Il linguaggio utilizzato dallo scrittore è sin troppo ampolloso: gli echi classici richiamano il passato cancellato dal futuro distopico, ma rischiano di far scemare l’attenzione dei lettori moderni.

Secondo me, quest’epica moderna avrebbe bisogno di una nuova forma: dovrebbe trasformarsi in una Graphic Novel libera dai limiti dello stile magniloquente del romanzo. Mi piacerebbe vedere Pierre rinchiuso in una gabbia – bonelliana – d’inchiostro: Malaquais è un grande evocatore di immagini che si potrebbero facilmente trasformare in labirintiche vignette, in vertiginose prospettive di spigoli, parapetti e finestre. C’è qualche fumettista all’ascolto?

Per approfondire:

La recensione di Culturificio 

Una tragedia burocratica – Sul Romanzo

La città della burocrazia – Pulp libri 

La recensione de Il libraio

7 pensieri su “La città senza cielo

  1. Pingback: Cronaca di un anno di letture – Il verbo leggere

  2. Pingback: Kallocaina – Il verbo leggere

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