Autostop per l’Himalaya

Il viaggio letterario di oggi si snoda tra Cina, Tibet e Nepal (dobbiamo restare a casa, ma possiamo viaggiare tra le pagine). Nell’estate del 1981 Vikram Seth, uno studente indiano, che sta frequentando l’Università di Nanchino, decide di compiere una vera e propria impresa: tornare a casa passando per Lhasa. Autstop per l’Himalaya (Longanesi, 2014) è la cronaca di un itinerario segnato da paesaggi mozzafiato, intoppi burocratici e incontri inaspettati.

All’inizio del libro il futuro scrittore sta “godendosi” una gita organizzata dall’Ateneo: un susseguirsi di emozionanti salite e discese dall’autobus. Tutto è stato pianificato a puntino, ma Seth non si sente soddisfatto: non ha la possibilità di esplorare i luoghi a suo piacimento ed è costretto a sottomettersi alla volontà del Gruppo.

A Turpan, una delle tappe del tour, lo studente concepisce il suo folle progetto: viaggiare in autostop dalle oasi del Nord-ovest della Cina fino all’Himalaya. Un piano apparentemente irrealizzabile per uno straniero privo di mezzi: il visto per Lhasa viene concesso solo ai viaggiatori facoltosi che si muovono in gruppo, seguendo itinerari accuratamente sorvegliati. Eppure Seth, grazie a una serie di fortunate coincidenze, riesce ad ottenere l’impossibile: la possibilità di tornare a Delhi passando attraverso il Tibet e il Nepal è a portata di mano.

Prima di potersi mettere in viaggio, il giovane è costretto a compiere un lungo giro in tondo verso est e a percorrere un impervio iter burocratico. Non tutto il male viene però per nuocere: queste deviazioni gli danno la possibilità di ammirare luoghi suggestivi come il Lago del cielo, circondato dalle tende rotonde dei kazaki, e la suggestiva moschea di Xi’an.

Moschea Xi'an
Di chensiyuan – chensiyuan, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15734937

Al termine del girotondo, Seth si ritrova a Liuyuan dove lo aspettano una serie di tribolazioni: trovare un passaggio si rivela più difficile del previsto. Le cattive condizioni meteorologiche hanno messo a dura prova sia le strade sia l’umore dei autotrasportatori. Dopo una serie di tragicomiche disavventure, lo scrittore incontra un camionista disposto a prenderlo a bordo: l’amichevole Gyanseng. Finalmente può lasciarsi alle spalle la città e iniziare ad avvicinarsi a Lhasa.

Tra una ruota bloccata nel fango, un mal di testa causato dall’altitudine e una discussione, l’autostoppista ha modo di scorgere accecanti lampi di bellezza, di scoprire le meraviglie che il paesaggio cinese riserva ai viaggiatori intrepidi:

Salgo sul crinale della duna più grande da cui spero di vedere il sole che cala sull’intera oasi di Dunhuang. (…)
Molto sotto di me, sulla sinistra, ci sono campi di grano giallo, maturo per il raccolto, e una piscina a forma di mezzaluna, mentre sull’estrema destra le dune si allargano verso le grotte buddhiste. Di fronte, il mondo giace piatto, verde e dorato, i pioppi e il mais che terminano all’improvviso in lontananza, dove ricomincia la sabbia. (…) Tutto sembra quasi immobile.

Oasi Cina
Di guan, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54469825

La vista alla nostra sinistra è notevole: una lunga fila di dune dorate, che, digradando, rivela una sottostante ossatura di pietre rosse, affilate come un rasoio. Dietro si estende una catena con picchi ricoperti di neve. (…) Oasi piene di alberi, discrete e piacevoli da vedere, si stagliano in mezzo all’aridità circostante. Lasciamo la strada maestra, diretti verso una di queste. Compaiono campi, case e un lago blu scuro. È Nanhu, o Lago del Sud.

Lago del Sud Cina

Dopo mille peripezie, Seth raggiunge la catena del Tanggula. Una breve sosta a Amdo, giusto il tempo di gustare una tazza di tè tibetano, e poi si riparte, o meglio si dovrebbe ripartire, se non fosse per l’ennesimo incidente. Il giovane non ha tempo da perdere perché il suo visto ha una scadenza ravvicinata: l’ansia di scoperta per lui coincide sempre con uno stato perenne di agitazione, che gli impedisce di godersi sino in fondo l’esperienza del viaggio.

L’arrivo a Lhasa è caratterizzato da forti contrasti: splendore e miseria, gentilezza e durezza, spiritualità antica e nascente capitalismo, luci e ombre. La città porta incisi sul suo volto i segni lasciati dalla Rivoluzione culturale, da anni di sospetti e soprusi:

(…) andiamo al tempio di Zuglakang. (…) collocato nel centro della città vecchia, in mezzo a un circuito ottagonale di strade, è uno dei centri più sacri del buddhismo tibetano e, con il suo tetto d’oro che spiove con eleganza sulla strada affollata, uno dei più belli. (…)
Nel 1961 il Consiglio di Stato della Repubblica popolare inserì il tempio nell’elenco dei monumenti antichi sotto tutela speciale ma, nonostante ciò, durante la Rivoluzione culturale l’edificio subì gravi danneggiamenti.

Lhasa Tibet

Una volta raggiunta Kathmandu il futuro scrittore può finalmente riposarsi e riflettere sul cammino percorso: un itinerario costellato di difficoltà, ma anche di illuminazioni. Non potrà mai dimenticare l’esperienza vissuta e, da adesso in poi, sarà capace di guardare il mondo con occhi più maturi e consapevoli: chi conosce più culture può capire meglio la propria e può sentirsi più a suo agio nel mondo.

Autostop per l’Himalaya è un avvincente susseguirsi di panorami esotici, catturati con un occhio attento ai colori e ai dettagli. La prosa vivace di Vikram Seth ci restituisce una serie di vivide cartoline d’inchiostro, a tratti poetiche, a tratti tragicomiche. Questo libro non è un reportage impegnato: è il resoconto di un’avventura giovanile, di un’esperienza formativa. A renderlo unico sono gli incontri con le persone comuni: i pasti condivisi, le chiacchierate, i sorrisi.

Il particolare che forse colpisce di più è il contrasto tra una burocrazia kafkiana, apparentemente insensata, e il calore delle persone: il più inflessibile dei funzionari, una volta terminato l’orario di lavoro, può trasformarsi nel più cordiale degli ospiti. I cinesi si dimostrano aperti e curiosi verso lo straniero: bastano un po’ di empatia e di intelligenza per riuscire ad abbattere, seppur temporaneamente, i muri che il potere si ostina a costruire.

Il libro scorre veloce ed è estremamente piacevole anche se Vikram Seth non è all’altezza dei più grandi scrittori di viaggio: questo diario, in fin dei conti, è pur sempre stato vergato da un autore in divenire. Al termine della lettura, oltre al desiderio di confrontare questo testo con La porta proibita di Terzani, si avverte il bisogno di colmare la lacuna temporale, di saperne di più sulla storia recente dei paesi attraversati dal giovane autostoppista.

Per approfondire:

La recensione di SoloLibri e quella de Il recensore.

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6 pensieri su “Autostop per l’Himalaya

  1. Pingback: 5 libri per l’estate + 1 – Il verbo leggere

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