Il libro di sabbia

Il libro la chiama dallo scaffale, sussurrando con voce suadente la parola incanto (non sono mai stata capace di resistere alle tentazioni letterarie). È tempo di fervori, di specchi, di labirinti, di biblioteche e di tigri. Sì, per lei è giunto il momento di perdersi tra le pagine di Jorge Louis Borges. Le basta leggere il titolo, Il libro di sabbia (Adelphi, 2004), per spiegare le vele dell’immaginazione. Il volume che stringe tra le dita contiene l’ultima raccolta di racconti dello scrittore argentino e quattro altri testi scritti tra il 1977 e il 1980: diciassette sogni, diciassette labirinti onirici.

La me stessa di qualche giorno fa (la osservo da lontano) sta per smarrirsi tra i sentieri biforcati di una nuova Biblioteca di Babele. Una biblioteca meno oscura, più essenziale, rispetto a quella di Finzioni o al dedalo-Aleph, ma non per questo meno affascinante. Sta per perdersi in un luogo che le ricorderà l’ateneo dove studiava sotto lo sguardo vigile e marmoreo di Atena. Però, questa volta, una donna dalla testa di tigre prenderà il posto di Minerva…

Lei sta per varcare la soglia di un mondo in cui è possibile incontrare, esattamente come sta succedendo a me, altre versioni di sé stessi (L’altro, Venticinque agosto 1983). Un luogo fantastico, fatto di riflessi, di finzioni e di citazioni: ormai non ci restano altro che citazioni; la lingua è un sistema di citazioni (Utopia di un uomo che è stanco). Tra poco la lettrice ammirerà oggetti stupefacenti ed inquietanti (Il disco, Il libro di sabbia, Tigri blu) e rimarrà incantata dal potere della parola (Lo specchio e la maschera, Undr, La rosa di Paracelso).

Lei ama (io amo) i labirinti letterari, quindi si troverà perfettamente a suo agio in questo dedalo d’inchiostro, anzi in questa serie di intrichi generati da un sogno (o meglio, da un’esperienza infantile destinata a trasformare il labirinto in un simbolo ricorrente):

Quella notte non dormii. Verso l’alba sognai un’incisione alla maniera di Piranesi, che non avevo mai visto, o avevo visto e dimenticato, e che rappresentava il labirinto. Era un anfiteatro di pietra, circondato da cipressi, ma più alto delle cime degli alberi. Non c’erano né porte né finestre, solo una fila infinita di strette feritoie verticali. Con una lente d’ingrandimento cercavo di vedere il Minotauro. Finalmente lo scorsi. Era il mostro di un mostro; aveva più del bisonte che del toro e, con il corpo umano disteso a terra, sembrava dormire e sognare. Sognare cosa o chi? (There are more things).

Toni Pecoraro [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)%5D
Invidio la me stessa che sta per smarrirsi tra le meraviglie de Il libro di sabbia: non ha ancora trovato le due bussole, croce e delizia, che servono per orientarsi in questo dedalo. Lei può godersi l’incanto della scrittura essenziale, piana, quasi orale, dell’ultimo Borges, invece io, prigioniera dello scriptorium, sono ostaggio di un foglio bianco. Non so cosa scrivere: tutto quello che c’è da dire è già detto nella Nota al testo e nella splendida postfazione, Un ultimo libro di sogni, di Tommaso Scarano.

Immagino di dover mettere da parte l’orgoglio e di dovermi lasciar guidare da queste due bussole, però non voglio svelarvi troppo miei cari lettori. Lo stesso Borges, nel suo Epilogo, ha ammesso che dare un prologo a racconti non ancora letti è un compito quasi impossibile, perché richiede l’analisi di trame che è meglio non anticipare. Quindi mi limiterò a offrirvi solo qualche spunto di riflessione, sperando di non privarvi dell’incanto della scoperta.

Quali sono i temi ricorrenti di questi sogni d’inchiostro? La dimensione onirica e fantastica, la passione per le antiche letterature nordeuropee e i kenningar, l’incontro, la memoria, la ricerca, il motivo del doppio e quello dell’oggetto che cambia proprietario, perché donato, venduto, sottratto.

Le labirintiche illusioni de Il libro di sabbia si ricollegano alle altre opere dello scrittore argentino, al suo immaginario, dando vita ad affascinanti connessioni: ogni dedalo d’inchiostro è collegato ad altri sentieri biforcati, è un tassello di un affresco più grande. Borges continua ad affascinare i lettori con una serie di giochi di specchi, di sorprendenti doppi: Gesù e Giuda sono due facce della stessa medaglia (La setta dei Trenta); due studiosi sono uniti dalla stessa vanità (La corruzione); un racconto (Venticinque agosto 1983) è la riscrittura rovesciata di un altro testo (L’altro).

Si può rimanere spaesati di fronte a tutti questi riflessi, a queste simmetrie, ma il bello sta proprio qui: l’altra me stessa sta per sperimentare questa deliziosa vertigine. Ogni moneta-storia ha sempre due facce, tranne nel caso de Il disco, ma quell’amuleto con un solo lato, simbolo della verità, prerogativa divina, è destinato a svanire come un miraggio. La verità ci sfugge come sabbia tra le dita e noi, lettori persi nel labirinto, ci ritroviamo a contemplare una teoria di oggetti misteriosi che mettono in discussione ogni nostra certezza:

Il libro di sabbia, mostruoso oggetto da incubo che infama e corrompe la realtà, è l’opposto di un’opera che la descrive e la interpreta (…); esso svela un universo vuoto e senza forma, che è un tutto e un nulla indecifrabile. Già nel racconto L’Aleph Borges aveva scorto, in una visione estatica, questa doppia faccia del reale, cosmo e caos, unità e dispersione (…); e prima ancora, nella Biblioteca di Babele aveva concepito un universo di segni totalizzante e inconoscibile. (Un ultimo libro di sogni)

Possiamo solo fare affidamento sul potere della parola, un potere misterioso e sacro: la parola è capace non solo di rispecchiare la realtà, ma anche di ricrearla (Lo specchio e la maschera). La parola può far rinascere dalle ceneri una rosa (La rosa di Paracelso) e può dar vita a straordinarie finzioni, a storie che servono a farci accettare l’irriducibile complessità del reale e le nostre perplessità:

Proprio un sentimento di perplessità, di fronte all’universo, all’uomo, al senso della sua esistenza è al fondo, come di tutte le precedenti, anche di queste ultime “finzioni”. (Un ultimo libro di sogni).

La porta d’accesso a questo labirinto di sogni è ancora aperta: non vi resta che seguire un’altra versione di me stessa e cominciare a sognare e a dubitare. There are more things… Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.

Per approfondire:

La recensione di Senzaudio

I libri di Jorge Luis Borges: tra labirinti e biblioteche, magia e realtà – Il libraio

3 pensieri su “Il libro di sabbia

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