L’opera al nero

Non avrei mai immaginato di rileggere L’opera al nero di Marguerite Yourcenar (Feltrinelli, 2007): ne avevo un ricordo sfocato, una nebbia densa da cui filtravano solo un senso di tedio e di pesantezza. Sapevo solo di essermi separata con un moto di stizza da quell’ennesima lettura scolastica, obbligata e odiata. Per il resto buio completo. Credevo che Zenone fosse ormai un capitolo chiuso, invece dopo aver visto una certa puntata di Punto di svolta, ho continuato a pensare a lui e, alla fine, ho deciso di rincontrarlo.

Il presentatore Edoardo Camurri ha contrapposto la luce di Adriano all’ombra del medico filosofo: visto che il lato oscuro della realtà mi affascina più del fasto regale, ho cominciato a chiedermi se non fosse il caso di riscoprire un testo di cui non avevo quasi memoria. Mi sono bastate poche pagine per rendermi conto che il problema non era mai stato Zenone: il problema ero io, o meglio, la me stessa adolescente.

Quando ho incrociato per la prima volta il cammino dell’alchimista non potevo comprendere né le sue inquietudini né le questioni filosofiche che stanno alla base di questo immenso romanzo. Ora che mi affaccio alla soglia dei trent’anni, trascinandomi dietro un bagaglio più pesante di esperienze e di brucianti disillusioni, mi sento più vicina a questo personaggio: non sono ancora in grado di fare del tutto luce sulla sua ombra, ma posso perlomeno condividere con lui un pezzo di strada.

Mi piace pensare che ci sia un che di poetico in questa “riscoperta” che, per certi versi, rispecchia la composizione dell’opera. Marguerite Yourcenar ha dato vita a Zenone durante l’adolescenza, ma ha portato a compimento la sua storia solo negli anni della maturità:

In altra sede ho espresso ciò che penso, almeno per quel che mi riguarda, dei vantaggi derivanti dai lunghi rapporti d’un autore con un personaggio scelto o immaginato fin dall’adolescenza, che però ci rivela tutti i suoi segreti solo quando entriamo nella maturità. (Nota dell’autore)

Marguerite Yourcenar
Di Bernhard De Grendel – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54862010

L’impressione di pesantezza che ricordavo era dovuta sia alla sete d’azione che mi dominava, impedendomi di apprezzare appieno un romanzo dominato dalla riflessione, sia all’impossibilità di seguire sino in fondo il substrato filosofico del testo. Una biografia immaginaria, segnata da momenti di stasi e da discese negli abissi della mente, non poteva avvincermi.

Le cose sono cambiate. Quando fisso lo sguardo nelle pupille di Zenone e in quelle personaggi che accompagnano il suo cammino, posso quasi scorgere il mio riflesso: alcuni pensieri del filosofo e del priore di Bruges hanno attraversato anche la mia mente. Paradossalmente, ad affascinarmi di più oggi sono proprio i momenti di pausa: le riflessioni, i dialoghi “socratici”e i tratti di strada condivisi con il cugino Enrico-Massimiliano, un uomo d’armi e di lettere, che prende i tempi e la religione così come vengono.

L’opera al nero è sì una porta aperta sul 1500, epoca di scismi e di conflitti, ma è anche un invito a interrogarsi sulla natura degli esseri umani e a conoscere sé stessi. L’uomo, così come vuole la concezione rinascimentale, sta al centro dell’opera: l’inquieto Zenone compie una serie di viaggi e si abbevera a diverse fonti di sapere, dalla scienza medica all’alchimia, nel tentativo di decifrare l’enigma-umanità.

Il filosofo mette in discussione tutti i dogmi della sua epoca e decide di rivolgersi al grande libro dell’esperienza, piuttosto che affidarsi ciecamente all’Autorità:

Preferisco compitare un testo che si muove: mille cifre romane e arabe; caratteri che si rincorrono tanto da sinistra a destra, come quelli dei nostri scribi, quanto da destra a sinistra, come quelli dei manoscritti orientali: cancellature che sono la peste o la guerra. Rubriche vergate con sangue vermiglio. E ovunque segni, e, qua e là, macchie, più strane ancora dei segni… (…) I miei piedi si muovono per il mondo come insetti sulla costa di un salterio.

L’igneo Zenone arde di sete di conoscenza: vuole studiare, vuole sperimentare e vuole essere libero di scegliere in che cosa credere, in barba all’Autorità, religiosa e non. Il libero pensatore sa di essere destinato a doversi nascondere per sfuggire agli occhi di chi non è disposto ad alzare la foglia di fico, ad aprirsi al confronto e al dialogo:

L’ardire del filosofo che predica il libero gioco dei sensi e tratta dei piaceri carnali senza disprezzarli mandava in bestia la folla, soggetta in questo campo a molte superstizioni e ad una maggiore ipocrisia. (…) L’indifferenza del saggio per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, parimenti esasperava quella folla di prigionieri; se quel filosofo rinnegato, che non rinnegava tuttavia alcuna delle sue vere credenze, rappresentava per tutti loro un capro espiatorio, era perché ciascuno, un giorno, segretamente talora perfino senza accorgersene, aveva desiderato uscire dal cerchio in cui sarebbe morto rinchiuso.

Questo filosofo, disposto a pagare il fio per aver osato pensare con la sua testa, dovrebbe ricordarmi le figure storiche che hanno ispirato la Yourcenar, invece mi ha riportato alla mente Sherlock Holmes, Guglielmo da Baskerville e Stephen Maturin, vuoi perché questi personaggi mi sono più familiari di Paracelso, Tommaso Campanella e Michele Serveto, vuoi perché anche in loro arde la fiamma dell’inquietudine intellettuale.

L’esistenza di Zenone, sognatore di infiniti mondi, destinato al brusco risveglio della Controriforma, è un’opera in tre atti incentrata sul travaglio interiore che caratterizza chi scandaglia gli abissi del pensiero:

La formula l’Opera al nero data come titolo al presente libro designa nei trattati alchimistici la fase di separazione e di dissoluzione della sostanza ed era, pare, la parte più difficile della Grande Opera. Si discute tuttora se tale espressione venisse applicata ad audaci esperimenti sulla materia o se si riferisse simbolicamente al travaglio dello spirito nell’atto di liberarsi dalle abitudini e dai pregiudizi. È probabile che sia servita a indicare alternativamente o simultaneamente l’uno e l’altro.

La forza di questo testo sta proprio qui: nella Grande Opera dello spirito. Il romanzo di Marguerite Yourcenar è una porta aperta sul 1500, ma a forza di guardare nello specchio oscuro di quel passato può capitare di ritrovarsi a fissare la propria pupilla, il proprio presente. Come ci ricorda la stessa scrittrice, alcuni dei fatti descritti nel libro ci riguardano da vicino: non è un caso che il collettivo Wu Ming in Q abbia paragonato le tenebre attraversate da Zenone alla nostra contemporaneità.

Alla fine della lettura, mi sono ritrovata a chiudere gli occhi, a proiettare su un fondo nero l’immagine della mia stessa adolescente, per tracciare ancora una volta l’abisso che ci separa. Ora posso cancellare la sua lettura e sostituirla con questa rilettura. Ora posso salutare Zenone come un amico, come un compagno con cui ho condiviso un pezzo di strada e alcune inquietudini.

Nota o a proposito dell’elefante (con una corona in testa) nella stanza:

Credo che questo romanzo sia particolarmente adatto a questi giorni inquieti. Non vi parlerò del Coronavirus (altri blog, come Downtobaker, per citarne solo uno, se ne stanno occupando): io sono solo capace di parlare di libri.

Questo è tutto quello che so fare. Posso solo proporvi delle letture e mettermi a vostra disposizione se avete bisogno di qualcuno con cui scambiare due parole, consigli di lettura e idee per far passare più in fretta queste giornate (mandatemi pure una mail tramite la pagina about). Restiamo a casa e speriamo l’elefante esca dalla stanza il prima possibile.

Per approfondire:

L’opera al nero – Linkiesta

L’approfondita recensione del Gruppo di lettura Dalmine (consigliata a chi conosce già la trama del romanzo perché non è prova di spoiler) 

11 pensieri su “L’opera al nero

  1. Conoscevo quest’opera solo per il titolo e devo dire che mi hai messo curiosità. Certo, un po’ è anche dovuto al fascino che esercita su di me l’alchimia: l’idea che non si butti via nulla e che ogni schifezza possa essere combinata con altro per creare qualcosa di prezioso – produrre l’oro materiale in parallelo con “l’apoteosi” dell’alchimista, seguendo l’idea che microcosmo e macrocosmo procedano di pari passo…
    È una suggestione meravigliosa e che sia o meno possibile, suggerisce che ci si possa spingere ad avvicinare ogni cosa alla perfezione, passo dopo passo.

    Piace a 1 persona

    1. Ci ho provato anch’io. Ce l’ho in francese ma non sono riuscito ad andare oltre le prime 100 pagine. Mi sono reso conto che avevo perso molto. La scrittura della Yourcenar va assaporata ad ogni piega, e richiede quindi una lettura profonda, concentrata. Bellissimo libro, peccato non sia conosciuto quanto le Memorie di Adriano.

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: Cronaca di un anno di letture – Il verbo leggere

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