2666 1/2: la parte delle parole chiave

Talvolta capita che siano i libri a scegliere me: mi si presentano davanti all’improvviso, come una tentazione irresistibile. 2666 di Roberto Bolaňo (Picador, 2009) è comparso in un giorno di pioggia nel box dedicato al bookcrossing della mia biblioteca. C’era solo un piccolo problema: avevo davanti un’edizione in lingua inglese. Vista e considerata la mole del libro, poteva essere una vera e propria sfida: una sfida che ho deciso di accettare.

Vi dirò sin da subito che sono contenta di aver letto 2666 in inglese: visto che ho bisogno di più concentrazione per leggere in un’altra lingua, mi sono dedicata al libro solo quando ne avevo davvero voglia e mi sono concentrata su ogni pagina. Dato che la mia edizione era già piuttosto vissuta, mi sono persino concessa l’ardito lusso della sottolineatura (a matita, ovviamente): questo è il tipo di romanzo che bisogna analizzare paragrafo per paragrafo, scegliendo le citazioni che si vogliono portare con sé lungo il cammino.

Le sottolineature e le note hanno continuato ad accumularsi, sinché mi sono resa conto che sarebbe stato impossibile dirvi tutto quello che avevo in mente in una sola recensione. Per questo motivo, ho deciso di dedicare un primo post ad una presentazione generale dell’opera e un secondo approfondimento ai suoi aspetti più metaletterari.

2666: sette parole chiave e due punti focali

La copertina della mia edizione è una perfetta metafora di questo romanzo-mondo: è estremamente sobria, un rimando al rigore geometrico che sta alla base dell’opera, ma un foro circolare lascia intravvedere un dettaglio inquietante, un occhio. Si scopre così che sotto c’è dell’altro: un coloratissimo e sinistro teschio messicano, un’immagine che richiama alla mente non solo l’esuberanza stilistica e contenutistica del testo, ma anche la sua ambientazione principale.

2666 bolano copertina

2666 è diviso in cinque parti (La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi) che, secondo le ultime volontà dell’autore, avrebbero dovuto dare vita ad altrettanti romanzi. Bolano sapeva che questo sarebbe stato il suo ultimo libro e pensava che i suoi eredi avrebbero tratto maggior vantaggio da una serie di testi di lunghezza standard, piuttosto che da un unico, imponente, romanzo.

Le sezioni possono essere lette l’una indipendentemente dall’altra, però, secondo me, è preferibile considerarle come parti di un unico testo in cui compaiono una serie di personaggi e di temi ricorrenti. I cinque “capitoli-romanzi” assomigliano ai movimenti di un’unica sinfonia: una sinfonia complessa, sublime e, allo stesso tempo, spaventosa come la vita umana.

Proviamo ad addentrarci nei meandri di questo labirinto circolare, dove tutto torna e ritorna. Il mio filo di Arianna è costituito dalle briciole di grafite che ho sparso lungo il cammino. Incominciamo dalla citazione iniziale e da sette parole chiave:

Un oasi d’orrore in un deserto di noia. Charles Baudelaire.

Male
Follia (Lalo Cura)
Sesso
Destino
Specchi
Sogni
Libri

2666 è incentrato sul Male, su un orrore a cui è impossibile sfuggire e che sembra destinato a perpetuarsi in mezzo a oasi d’indifferenza. Il Male è una presenza tangibile ed incombente, dai mille volti: mentre si sfogliano queste pagine, non si può non avvertire un senso di minaccia e di oppressione.

roberto bolano stencil
Di Farisori – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24436572

La prima parte dell’opera è dedicata alle vicissitudini di quattro critici europei, tre uomini e una donna, affascinati dal misterioso scrittore Benno von Arcimboldi. Il quartetto si ritrova intrappolato in un labirinto di specchi, passioni e ossessioni, un labirinto che sarebbe piaciuto a Borges. Un provocante poligono amoroso prende forma, mentre i confini tra sogno e realtà diventano sempre più labili:

Un misto di sogno e desiderio sessuale. (…) come se stessero scopando sé stessi. Come se raspassero in sé stessi. Con le unghie lunghe e le mani vuote. Ma loro, in quella specie di sogno, raspavano e raspavano, lacerando tessuti e strappando vene e danneggiando organi vitali. Che cosa cercavano? Non lo sapevano. E a quel punto, non risvegliava nemmeno il loro interesse. *

Tre di questi personaggi in balia dei propri sogni decidono di raggiungere il Messico: sono convinti di poter rintracciare proprio in quel paese l’elusivo Arcimboldi. Gli studiosi, così come tutti i personaggi principali di 2666, sono destinati ad approdare a Santa Teresa, una città immaginaria dietro cui si nasconde la reale Ciudad Juárez.

Secondo il critico Ignacio Echevarría, questa città rappresenta il “centro fisico” del romanzo, il punto in cui convergono le sue cinque parti: qui i critici sperano di incontrare il loro idolo; qui vive il professore Amalfitano, il protagonista della seconda parte dell’opera; qui vengono commessi i crimini che giocano un ruolo centrale nella terza e quarta parte del testo; qui, prima o poi, apparirà l’enigmatico Arcimboldi.

Santa Teresa è un labirinto in cui è facile smarrire la ragione e perdere la vita. Armitano cerca di esorcizzare i suoi demoni personali grazie a un libro, Il testamento geometrico, mentre Fate (destino), un giornalista destinato a incrociare il cammino del professore, rischia di perdersi tra le tenebre della città.

Ciudad Juarez
Di Luisin789 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29428185

Santa Teresa è il palcoscenico della serie infernale di femminicidi descritti ne La parte dei crimini: crimini realmente accaduti e quasi sempre irrisolti. La terza parte di 2666 è una teoria infinita di cadaveri: corpi riempiti di piombo, corpi squarciati, corpi mutilati, corpi stuprati, corpi che gridano vendetta. Il romanzo si tramuta in un ibrido tra thriller e cronaca, costellato di citazioni cinematografiche: si spazia da Lynch a Robert Rodriguez, ma l’orrore è reale.

Santa Teresa è l’incarnazione del Male e della Follia: è il luogo in cui convergeranno i fantasmi della vecchia Europa e i nuovi demoni della cocaina. La città potrebbe essere la “galleria” perfetta per l’opera d’arte che viene citata nella prima parte dell’opera: la mano imbalsamata di un artista folle che si è auto-mutilato.

Santa Teresa è il centro fisico del romanzo, ma, secondo Echevarría, il romanzo ha anche un altro centro “nascosto”, un centro rappresentato dal suo titolo: 2666 è in realtà una data. La soluzione di questo enigma numerico può essere rintracciata in un altro testo di Bolano, Amuleto:

(…) avenida Guerrero (…) a quell’ora, sembra più che altro un cimitero, ma non un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né un cimitero del 1975, ma un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto.

Quel cimitero onirico, quell’occhio del Male, è il centro di 2666: un viaggio allucinante all’interno di un labirinto di parole dove, dopo il tramonto, non sorge mai l’alba.

*Per comodità ho preferito rintracciare la versione italiana delle citazioni, ma devo ammettere di rimasta particolarmente affascinata dalla fluida ed elegante traduzione di Natasha Wimmer.

Vi do appuntamento a domenica per la seconda parte, sempre ammesso di non avervi già annoiati a morte ;).

Approfondimenti (più che necessari visto che mi sono limitata a scandagliare la superficie del testo):

La Guida minima di Rivista Studio

La guida di Mia nonna fuma

L’analisi di Perle e cicatrici

Messico e Male; 2666 anni con Roberto Bolaño – Nazione Indiana

La recensione di Flaneri

5 pensieri su “2666 1/2: la parte delle parole chiave

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