I ventitré giorni della città di Alba

i ventitré giorni della città di alba beppe fenoglio

Talvolta le quarte di copertina si rivelano ingannevoli, ma nel caso di questo libro la quarta è così precisa da risultare più efficace di qualsiasi recensione. Basta dare un’occhiata alle parole scritte sul retro de I ventitré giorni della città di Alba (Einaudi, 1992) per cogliere l’essenza dei dodici racconti di Beppe Fenoglio e per provare il desiderio di leggerli:

Sono storie partigiane trattate con piglio disincantato, antieroico, talora epico-burlesco; storie di Alba e delle Langhe, vicende sanguigne e beffarde, drammi di miserie antiche e speranze impossibili. Fenoglio scrive proprio per penetrare il “mistero” della spietatezza dei rapporti umani: con quel suo linguaggio asciutto ed esatto, solidamente impastato di gergo dialettale (…).

Chapeau. Potrei anche chiuderla qui e ritirarmi in una stanzetta a rodermi il fegato, perché non sarò mai in grado di scrivere niente di meglio. Come resistere al richiamo del termine antieroico, che rimanda alla decisione di raccontare la realtà così com’è, senza cedere alla retorica? Come non rimanere affascinati da questa volontà di spingersi nel fango, senza paura di sporcarsi, per mettere a nudo la vera essenza dell’essere umano, con tutti suoi difetti, le sue contraddizioni e debolezze? I fiori di loto nascono in mezzo alla melma, si sa: per cambiare le cose bisogna prima attraversare l’inferno.

Faccio un passo indietro, intingo nel tè la mia madeleine e lascio riaffiorare il ricordo del mio primo incontro con Fenoglio. A quei tempi avevo appena cominciato a prendere confidenza con le Langhe e con Torino. Era giunto il momento di abbandonare, almeno temporaneamente, lo scoiattolo della penna (l’autore che viene studiato ad nauseam nei licei liguri) e di conoscere alcuni suoi colleghi piemontesi: Una questione privata mi aspettava tra gli scaffali della Feltrinelli di Porta Nuova.

beppe fenoglio

Nel giro di un paio di ore è scattato il colpo di fulmine: sono rimasta folgorata dalla prosa di Fenoglio. Eppure so che non rileggerò mai la storia di Milton. Perché quel romanzo, quella sorprendente fusione di Resistenza e di queste ariostesca, è troppo legato a un periodo particolare della mia vita. In quelle pagine e in quel protagonista ho rivisto qualcosa di me stessa, o meglio, di una versione precedente di me stessa. Quell’esperienza di lettura deve restare intatta nella mia memoria, così com’è.

Per fortuna ci sono altri libri dello stesso autore da scoprire, come il romanzo breve La malora (un altro perfetto esempio di spietatezza dei rapporti umani) e, per l’appunto, I ventitré giorni della città di Alba. Questa antologia comprende sei storie dedicate ai partigiani, visti e raccontati come uomini veri, non privi di ombre, e sei storie incentrate sui drammi quotidiani delle Langhe.

I primi racconti non mettono in discussione i valori che celebriamo ogni 25 aprile, né sminuiscono il valore dell’impegno civile e della lotta per la libertà, però ci ricordano che la guerra è sempre una sporca faccenda. Lo scrittore descrive la realtà della Resistenza senza finzioni, senza illusioni. I suoi partigiani non sono degli eroi senza macchia: sono degli uomini costretti a imbracciare le armi e a convivere quotidianamente con la morte, con la possibilità che una pallottola gli possa impedire di rivedere il sorgere del sole.

alba vista campanile
Di AlessioMela – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42072851

I personaggi di Fenoglio si trascinano nel fango e combattono strenuamente, ma non sono quasi mai vittoriosi (I ventitré giorni). Non sono adulti sicuri di sé e del proprio ruolo: sono spesso giovani che non sanno nemmeno tenere in mano un’arma da fuoco. L’autore descrive le incertezze e i dubbi di ragazzi che hanno diciotto anni scarsi (Gli inizi del partigiano Raoul) e che sono costretti a  fare i conti con una realtà insostenibile: sarebbe molto più facile lasciarsi alle spalle compagni di cui non si è certi di potersi fidare e ritornare a casa.

I partigiani descritti in questi racconti sono uomini sorpresi dalla Storia e dal Fato, destinati troppo spesso allo scacco, a scivolare giù dalla china fangosa dell’esistenza (L’andata). Sono estranei riuniti dal caso e da un’ideale, che, talvolta, possono persino comportarsi in maniera meschina e rivoltarsi gli uni contro gli altri (Il trucco, Vecchio Blister). La solidarietà tra compagni lascia spesso il posto a tragiche divisioni, a ripicche e a recriminazioni: partigiano contro partigiano, fazzoletto rosso contro fazzoletto azzurro (Un altro muro).

Su tutti i personaggi incombe un muro minaccioso: la barriera della spietatezza che si frappone tra uomo e uomo, la parete lungo cui vengono addossati i condannati alla fucilazione, la muraglia contro cui si infrange la vita. Non c’è via di fuga. Questi antieroi possono solo continuare a errare, come cavalieri d’altri tempi, tra le macerie di un mondo condannato al diluvio.

langhe
Di Fulvio Spada from Torino, Italy – Ethereal, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40586613

Le ultime sei storie di questa raccolta ricordano un po’ i cupi racconti dello scrittore Stig Dagerman: sia Fenoglio che l’autore svedese scrivono con l’orrore della guerra negli occhi e parlano di miserie antiche e speranze impossibili. In queste Langhe d’inchiostro, così come nelle terre nordiche di Dagerman, aleggia una disperazione atavica, che si insinua nelle narici: qui si respira L’odore della morte.

C’è chi si lascia andare, attratto dal richiamo irresistibile del fiume e della sua Acqua verde. C’è chi china il capo, chi accetta il giogo di regole immutabili e di sciagure inevitabili (Quell’antica ragazza, Nove lune). Chi è sopravvissuto alla guerra (Ettore va al lavoro) fatica a riadattarsi alla quotidianità e preferisce continuare a rischiare la pelle, piuttosto che lasciarsi asservire: l’importante è riuscire a racimolare un po’ di soldi per mettere a tacere una madre che si preoccupa più del denaro che dell’anima tua.

I rapporti umani descritti ne I ventitré giorni della città di Alba sono logorati da una disumanità di fondo che appare come un’immutabile condanna del sangue, iscritta nella terra, tramandata di generazione in generazione. L’amore si rivela sempre una carta perdente: qui predominano il sospetto, la grettezza e la crudeltà. Non resta altro che arrendersi al fango e al diluvio del cielo (Pioggia e la sposa), in attesa di una schiarita, di un varco aperto da una scrittura asciutta ed esatta.

Non resta altro da fare che serbare nel proprio cuore queste parole e prendere atto di ciò che accade quando l’uomo rivolge i denti contro i propri simili. Forse, da questo fango nasceranno dei fiori di loto. Forse.

Per approfondire:

Il sito del Centro studi Beppe Fenoglio

5 pensieri su “I ventitré giorni della città di Alba

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