Via dei Servi

Il bookcrossing può regalare delle piacevoli sorprese ai lettori disposti a frugare tra babeliche pile di volumi. Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in un libro dalla copertina accattivante: la panoramica stilizzata, in bianco e nero, di una città. L’abito non fa il monaco, ma in questo caso è proprio così: Via dei Servi (Marsilio, 1999) di Claudio Calandra si è rivelata una lettura piacevole, anche se amara.

Iniziamo dal principio, dal titolo. Questo romanzo, ambientato alle porte del secondo conflitto mondiale, ruota attorno a due vie omonime: la prima si trova a Reggio Emilia, mentre la seconda è il cuore della “Modena Bene”. Queste due strade giocano un ruolo di rilievo nella vita del maestro Alessandro Brusantini, un uomo ambizioso, determinato a lasciarsi alle spalle la condizione di servo, di povero. Suo padre, un fervente socialista, veniva trascinato in manette per la via di Reggio Emilia, invece lui si è conquistato un posto nella prestigiosa Via dei Servi modenese.

Il maestro, sin dalle prime pagine, ci appare come un personaggio difficile da amare: non tanto perché è bruttino, quanto perché il suo desiderio di “diventare qualcuno” lo ha portato a rinnegare le sue origini contadine. L’insegnante si è rivelato un ingrato nei confronti di sua madre, che si è sacrificata per riuscire a farlo studiare, e ha calpestato gli ideali di suo padre. Il figliol prodigo non ha mai portato un fiore sulla tomba dei suoi genitori: si è limitato a vivere la sua vita, senza curarsi né del suo passato, né dei debiti di riconoscenza che ha contratto nel corso degli anni.

Brusantini ha pianificato nei minimi dettagli la sua esistenza, concependola come una scala che lo dovrà portare a raggiungere i più alti onori. Per questo motivo non vede di buon occhio (vi risparmio becere battute sul suo strabismo) gli imprevisti:

Una tessera, una sola fuori posto, bastava a scombinare un mosaico che non era soltanto di facciata, ma che corrispondeva all’intima struttura del suo ragionare (…). Si era abituato a controllare le emozioni – che fanno male al cuore, diceva – e persino i sentimenti; non troppi per la verità, che riusciva a circoscrivere e scomporre – con pignoleria da geometra del catasto – in frazioni millesimali, nel timore che provati per l’intero finissero col prendere il sopravvento.
Ma l’imprevisto, l’accidente, il contrattempo, per banale che fosse, quello no (…).

foto cascina emilia romagna
Di Paolo Monti – L’immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48054989

Ovviamente, il maestro è destinato ad andare incontro a un fatale imprevisto: gli scrittori, si sa, sono dei sadici. Un bel giorno, l’antieroe di Calandra è costretto a fare ritorno nel suo paesello natio, per riparare il tetto della “magione” avita. Fin qui tutto bene, se non fosse che viene invitato a pranzo da Don Rodolfo, un coetaneo con cui ha ben poco da spartire. Tanto è piccolo e magro Brusantini, quanto è alto e ben piazzato il prete. L’uno tende a scendere a compromessi morali, a svicolare e a tenere per sé i suoi pensieri, mentre l’altro è sanguigno e frizzante come il lambrusco:

Ciò che don Rodolfo non riusciva a perdonare al “modenese”, come lui lo chiamava, era quel suo accondiscender ai tempi cieco e assoluto, fino ad ammettere soprusi e manganello.
“Se non altro per rispetto alla memoria di vostro padre, dovreste ragionare diverso” gli diceva. “L’hanno ammazzato di botte solo perché pretendeva di sentirsi libero di cantare l’Internazionale quando gli pareva. L’hanno incolpato persino di avervi fatto studiare!”

Il pranzo, a base di piatti saporiti e di recriminazioni, prende una piega inaspettata quando un terzo commensale, un altro religioso, afferma che l’insegnante assomiglia in maniera incredibile al ritratto di un aristocratico dei tempi passati. Una persona normale si farebbe una risata e si dimenticherebbe subito di questa osservazione, invece nel cervello di Brusantini inizia a farsi strada un’idea bacata: vuoi vedere che ho origini nobili?

modena piazza grande
Di Cartolina illustrata – Collezione Federico Ferraboschi – http://www.stagniweb.it/foto6.asp?File=carttram&righe=1&inizio=17&InizioI=1&RigheI=50&Col=5, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33695911

Vi lascio immaginare da soli cosa può accadere quando un uomo presuntuoso, arido di cuore, si lascia trasportare dalla sua mania di grandezza. Il maestro si avvierà verso la sua rovina, attraversando una “Via Crucis” che lo porterà a realizzare di non essere riuscito a scrollarsi di dosso la miseria nera che ha perseguitato i suoi avi. Nella prestigiosa Via dei servi abita un unico servo: lui.

Nel corso del romanzo, vedremo il maestro alle prese con modesti angeli custodi e con benestanti diavoli tentatori: da una parte ci sono figure positive, capaci di inaspettate gentilezze, come la sua affettuosa vicina di casa e il frate che lo ha istruito, dall’altra dei borghesi meschini, pronti a bacchettare e bastonare il loro prossimo. Ovviamente, Brusantini presterà ascolto solo ai secondi, respingendo ogni consiglio sensato.

In questo libro, Claudio Calandra ha delineato con pochi tratti sapienti il ritratto di un’Italietta fascista in cui le apparenze contano più della sostanza: chi può fregiarsi di un buon nome si vede aprire tutte le porte, indipendentemente dalla sua levatura morale. Un paese in bianco e nero: bianco come la farina macinata dai poveri e nero come le divise degli squadristi. Lo scrittore ci ha consegnato un libro scarno, dalla prosa essenziale, destinato a suscitare più di un’amara riflessione.

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