Il tè nel deserto

Il tè nel deserto di Paul Bowles (CDE, 1989) è un romanzo particolare, ricco di spunti di riflessione: è una miscela d’inchiostro aromatica, intensa, dal retrogusto amaro. Se non avete mai visto l’omonimo film di Bertolucci e se siete curiosi di saperne di più su questo libro, siete nel posto giusto: assaporate il delizioso brivido che si prova entrando in un luogo esotico, sconosciuto ed insidioso.

Il titolo originale del romanzo, The Sheltering Sky, ci dà l’impressione di stare per intraprendere un viaggio tranquillo: viene da pensare a un rifugio sicuro (shelter) oppure all’abbraccio infinito delle stelle, alla bellezza di un cielo notturno capace di lenire ogni ferita dell’anima. Le prime pagine del romanzo spazzano via ogni illusione, ogni senso di sicurezza: ci ritroviamo immersi in un’atmosfera viziata e soffocante. Stiamo per ritrovarci faccia a faccia con il male di vivere.

Addentriamoci nel Nord Africa d’inchiostro di Paul Bowles, un territorio sospeso tra memoria e finzione. Siamo nel secondo dopoguerra, ma tra queste righe si respira ancora un’aria coloniale. Orano (Tangeri nel film) potrebbe evocare in noi visioni romantiche, ma avvertiamo sin da subito un certo senso di disagio: non è il famoso mal d’Africa, è un malessere esistenziale.

Raggiungiamo la terrazza del Cafè d’Eckmül-Noiseux. Seduti a un tavolino, nell’angolo più buio, ci aspettano i nostri compagni di viaggio: tre americani, due giovani e una ragazza. Port e Kit Moresby sono marito e moglie, anche se si percepisce una certa aria di crisi, mentre Tunner è il terzo, voluto, incomodo: Port ha deciso di portarselo dietro così da non ritrovarsi quasi a mai a tu per tu con la sua non più dolce metà.

Tre turisti americani, dunque, in cerca di quell’ebbrezza che possono regalare solo i territori sconosciuti, non ancora del tutto civilizzati? No, pardon, loro sono dei viaggiatori, come ci spiega lo stesso Port:

Non si considerava un turista, bensì un viaggiatore. E in parte la differenza sta nel tempo, spiegava. Laddove, in capo a qualche settimana o mese, il turista si affretta a far ritorno a casa, il viaggiatore, che dal canto suo non appartiene né a un luogo né all’altro, si sposta più lentamente, per periodi di anni, da un punto all’altro della terra. (…) un’altra importante differenza tra turista e viaggiatore è che il primo accetta la propria forma di civiltà senza discutere; non così il viaggiatore, che la paragona con le altre, e respinge quegli elementi che non trova di suo gusto.

Non so voi, ma io ho l’impressione che non sia del tutto onesto: non credo che gli importi poi molto del luogo in cui si trova, né della sua forma di civiltà. I suoi occhi di occidentale non sono capaci di penetrare i segreti di un’altra cultura: in realtà, Port riesce a vedere solo i problemi-bagagli che ha portato con sé dall’America.

Sarà colpa del caldo, ma inizio a cogliere echi esistenzialisti in ogni dove: direi che i Moresby sono afflitti dalla nausea o da un disturbo molto simile. Le mosche di Sartre mi danzano davanti agli occhi, mentre l’arabo che è appena apparso da dietro l’angolo mi sembra uscito dalle pagine di Camus. No, è bene non confondere le carte, anche se siamo pur sempre alle prese con personaggi in preda a una crisi interiore, a individui dall’anima stanca.

Proseguendo la lettura, il viaggio, scopriamo che sinora Port e Kit si sono tenuti “aggrappati al margine esterno della vita”. Seppur in modi diversi, entrambi hanno continuato a sfuggire ai marosi dell’esistenza: lui si è trascinato dietro, per anni, un vago malessere, mentre lei ha deciso di affidarsi a improbabili segni premonitori e alla volontà altrui. Ora per i Moresby è giunto il momento di guardare la vita in faccia e di fare i conti con la sabbia che scorre ineluttabile nella clessidra:

“Prima dei vent’anni (…) pensavo che la vita fosse qualcosa che andasse via via acquistando slancio. Anno per anno sarebbe diventata più ricca e profonda. Uno imparava sempre di più, diveniva via via più saggio, aveva maggiori capacità d’introspezione, si addentrava sempre di più nella verità…” Esitò. Port rise bruscamente. “E ora sai che non è così. Vero? È piuttosto come fumare una sigaretta. Le prime boccate hanno un sapore meraviglioso, e non pensi nemmeno che possa mai esaurirsi. Poi cominci a prenderlo per scontato. D’improvviso ti rendi conto che si è consumata quasi tutta, e proprio allora ti accorgi che in fondo sa di amaro.”

orano

La felicità, sempre ammesso che esista, si trova altrove. Non in America, non in Europa e, di certo, non nella hall in stile coloniale di un albergo. Secondo Port è possibile trovarla solo continuando a spingersi sempre più in là, al di là dell’orizzonte:

(…) nei caffè ombreggiati da stuoie di canna, dove il fumo dell’hashish si mescolava ai vapori di menta che si levavano dal tè bollente; giù al porto, o nelle tende ai margini della sebkha (…); nel grande Sahara al dì là dei monti, nelle infinite regioni che costituivano l’intera Africa.

Il destino dei Moresby è già scritto in un tragico aneddoto nordafricano. I due americani assomigliano alle donne che volevano a tutti i costi bere il tè nel deserto. Quelle ragazze hanno dato fondo a tutte le loro risorse pur di esaudire un desiderio romantico, ma folle. Cosa è rimasto di loro? Dei bicchieri pieni di sabbia.

Il deserto è un’alterità, è lo spazio del desiderio in cui Port e Kit potrebbero ritrovarsi o smarrirsi. Marito e moglie compiranno due viaggi speculari in cui, seppure con modalità differenti, si verificherà lo stesso cortocircuito:

il cortocircuito provocato dall’incontro/scontro fra l’uomo occidentale, forte del proprio razionalismo e delle sue sicurezze di matrice borghese, e un ambiente sconosciuto, estraneo, talvolta ostile, spesso impenetrabile, quasi sempre incomprensibile e, pertanto, fonte di profonda inquietudine. (Viaggi, itinerari, flussi umani: il mondo attraverso narrazioni, rappresentazioni e popoli, Alessandro Ricci)

Di Jadelui - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64400218

La prosa fluida e, a tratti, surrealista, di Bowles sospingerà noi e i Moresby sino al punto a cui dobbiamo arrivare: il punto di non ritorno. Port e Kit berranno il tè nel deserto, mentre noi lettori termineremo la nostra tazza di tè color dell’inchiostro e rivolgeremo gli occhi a un cielo che non può offrire nessun rifugio dalle tempeste della vita:

Davanti ai suoi occhi c’era adesso l’azzurro violento del cielo: nient’altro. Per un interminabile istante rimase a fissarlo. Come un grande suono assordante, distruggeva tutto nel suo cervello, la paralizzava. Qualcuno una volta le aveva detto che il cielo nasconde la notte dietro di sé, ripara la persona che sta in basso dall’orrore che regna al di sopra. Senza battere ciglio, fissava il solido vuoto, e l’angoscia cominciò ad agitarsi in lei. Da un istante all’altro la lacerazione poteva verificarsi, gli orli potevano ritirarsi bruscamente, rivelando le gigantesche fauci.

Per approfondire

L’analisi di Appunti di carta

Fermatevi a bere una tazza di tè insieme a Pina Bertoli: lei ama sia questo libro sia il suo adattamento cinematografico.

L’epopea de “Il tè nel deserto – Libro & film -Pangea.news

Viaggi, itinerari, flussi umani: il mondo attraverso narrazioni, rappresentazioni e popoli su Google Books. Vi basterà inserire nella casella di ricerca la parola chiave Bowles per poter leggere online il capitolo dedicato al romanzo.

4 pensieri su “Il tè nel deserto

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