Questa è l’acqua

Dopo il mio tragicomico incontro-scontro con Infinite Jest, ho continuato a rimuginare per giorni e giorni su David Foster Wallace. Ivana-libraia-virtuale-e-Cassandra-part-time mi aveva predetto che non sarei riuscita a sbarazzarmi tanto facilmente di lui. Aveva, come sempre, ragione. Alla fine mi sono decisa a leggere un altro suo libro, ma, questa volta, ho scelto un libriccino dall’aria innocua: Questa è l’acqua (Einaudi, 2009).

Se non avete mai letto nulla di DFW, questo volumetto potrebbe essere la perfetta introduzione alla sua opera: cinque racconti, cinque porte aperte sul suo mondo, e un discorso che è una vera e propria lezione di vita. Se potessi viaggiare indietro nel tempo, mi imporrei di non affrontare il mastodontico Infinite Jest prima di aver letto questo libretto. Visto che, purtroppo, non possiedo un Tardis, posso solo limitarmi a parlavi di questa raccolta e del mio secondo e decisamente meno traumatico incontro con Wallace.

In Questa è l’acqua ho ritrovato, in forma condensata, tutti gli elementi che, nonostante mille difficoltà, mi avevano spinta a proseguire la lettura del “mattone infinito”, a non gettare la spugna: la capacità di mettere a nudo le nostre ossessioni e le nostre inquietudini, l’acuta analisi della società americana, la perfetta fusione tra uno sguardo disincantato, talvolta ironico, e un profondo senso empatico*. In queste pagine è condensata l’essenza, dolente e, talvolta, poetica dell’umanità post-moderna.

Di cosa parlano queste storie? Di amore, per esempio. In Altra matematica lo scrittore ci parla di questo sentimento attraverso tre brevi, caustici, frammenti di dialogo: l’amore col segno positivo è tenersi per mano, invece l’amore col segno negativo, la sua assenza, è considerare la mano dell’altro come una cosa morta.

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L’amore è dedizione, è la capacità di vedere l’altro per quello che è davvero: Solomon Silverfish è devoto a sua moglie Sophie e viceversa. Loro due si adorano, ma i parenti di lei credono che Solomon sia solo un goy imbroglione e vogliono spingerla a divorziare. Quella che potrebbe essere una storiella comica e, a tratti, grottesca, prende una piega decisamente drammatica quando si viene a sapere che Sophie sta morendo di cancro.

A rendere indimenticabile Solomon Silverfish è proprio la commistione di farsa e tragedia. Nel giro di qualche pagina, si può passare da una scena ridicola a una sequenza che tocca le corde del cuore, senza mai scivolare nel facile sentimentalismo, e viceversa:

– Un pezzo di legno inanimato, ecco cos’ero, – disse Sophie. – Dormivo come una cosa morta.
– Allora torna a fare il legno inanimato, – bisbigliò Silverfish.
Sophie sorrise – Così mi esercito per quando sarà il momento.
Silverfish strinse gli occhi nella penombra. Sophie lo guardò. Cominciò a scusarsi con bisbigli che solo lui poteva sentire.
(…)
ISTRUZIONI PER UNA PERSONA CHE AMMESSO CHE STIA FACENDO UNA COSA LEGITTIMA E IO PREFERIREI CHE NON FOSSE COSÍ LEGITTIMA POTREBBE VOLER IDENTIFICARE SOLOMON SILVERFISH, AVVOCATO (…).

Capite cosa intendo? Pura poesia. C’è un equilibrio perfetto, l’equilibrio che serve a chi, come l’avvocato, sta danzando sull’orlo di una fossa aperta. Questo è quello che mi piace di DFW: la sua capacità di parlare, con schiettezza e intelligenza, sia delle “cose brutte della vita”, sia delle cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Però questo è un racconto “relativamente facile”, che non ha nulla a che fare con la complessità di Infinite Jest.

Mentre leggevoOrdine e fluttuazione a Northampton, mi è affiorato un sorrisetto nervoso sulle labbra: questo racconto è un assaggio di quello a cui va incontro chi decide di affrontare il capolavoro di Wallace. Mi sono ritrovata di nuovo davanti a sfilze di paroloni incomprensibili e a una serie di vertiginosi cambi di prospettiva. Tutto è connesso in questa follia non priva di metodo, ma il lettore può rimanere un tantino spiazzato:

6.51, ora delle montagne, Patricia Dingle di Rock Springs, Wyoming, corrispondente ipoartica della rivista “Geo”, svegliandosi da sola in un sacco a pelo a forma di mummia presso un fuoco spento sulla spiaggia settentrionale del golfo Coronation (…) scopre che le dita della mano destra sono uscite dalla lampo difettosa del sacco a pelo, assiderandosi. (…)
11,51, ora orientale, la signora Dingle, a Troy, New York, davanti al pane di granturco e a un tè alla pesca si sforza di esprimere una paura indicibile al signor Dingle (…).

Le surreali invenzioni di DFW affondano le loro radici nel suolo americano: ogni trovata assurda è in realtà uno specchio deformante in cui si riflette una parte della società americana. Per esempio, dietro le previsioni sempre errate del protagonista di Crollo del’69 si nasconde una riflessione sull’economia degli Stati Uniti.

Attraverso le sue opere, solo apparentemente folli, lo scrittore è riuscito a mettere a nudo le dipendenze, le ossessioni, le “cose brutte” che tormentano gli uomini post-moderni. La cosa più brutta di tutte è una cosa che, purtroppo, Wallace conosceva bene: la depressione. Credo che potrete facilmente intuire il soggetto del suo racconto giovanile Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta:

Prendo gli antidepressivi da, quanto sarà, un anno, e ritengo di avere i numeri per dire come sono. Sono straordinari, davvero, ma sono straordinari come sarebbe straordinario vivere, che so, su un altro pianeta caldo e comodo fornito di cibo e acqua fresca: sarebbe straordinario, ma non sarebbe la cara vecchia Terra.

La Cosa Brutta è una nausea completa, totale, assoluta, la nausea dell’uomo post-moderno. Se l’avete intravista con la coda dell’occhio o se l’avete vista in azione, non riuscirete a dimenticarvi tanto facilmente di questo splendido e straziante racconto.

Come si può sopravvivere quando si è costretti a fare i conti con una realtà grigia e con i propri demoni personali? Nel discorso Questa è l’acqua, DFW ci ha offerto uno spiraglio di luce. Le sue parole erano indirizzate a chi ha ricevuto un’educazione umanistica (una precisazione: in America, strano a dirsi, gli umanisti sono dei competitivi “colletti bianchi”), ma credo che si possa tranquillamente estendere la platea ad ogni lettore di buona volontà.

Cosa dobbiamo fare, in sostanza? Dobbiamo abituarci a rimettere in discussione la convinzione automatica che ci spinge a credere di essere il centro del mondo. Dobbiamo riuscire a spingere lo sguardo al di là del minuscolo regno formato dal nostro cranio perché solo così potremo sperimentare la vera libertà, la libertà che consiste nell’imparare a pensare:

Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di modi che non hanno niente a che vedere col sesso, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, a modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.

Potrebbe sembrare un sermone “buonista”, ma non lo è: sono le parole di chi sa quanto sia difficile vivere in modo consapevole, adulto. Questo è solo il succo di un discorso molto più complesso e profondo: Questa è l’acqua è un piccolo capolavoro. Se non avete intenzione di leggere niente di DFW fatevi un favore: leggete almeno questa lezione di vita. Altrimenti preparatevi all’immersione nell’oceano-Infinite Jest mettendo i piedi a mollo in questa raccolta-bacinella.

*Così nascosto in bella vista, Luca Briasco

Per approfondire:

Questa è l’acqua – Culturificio

Su David Foster Wallace – Minima&Moralia (vi consiglio di spulciare tra i loro archivi, perché questo sito è una vera miniera d’oro)

10 pensieri su “Questa è l’acqua

  1. Grazie per la segnalazione, credo che lo leggeró. Mi era piaciuto molto “La ragazza con i capelli strani”, ma dopo mezzo “Infinite Jest” e l’inizio di “Brevi interviste con uomini schifosi” l’ho mollato e ho addirittura regalato gli altri suoi libri che avevo comprato. Comunque é un autore che m’incuriosisce molto e vorrei riprenderlo prima o poi.

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      1. L’ho trovato pesante e difficile da seguire 😦
        Ma credo di aver iniziato a leggere DFW in un momento in cui preferivo letture piú “leggere”. Come dicevo, riprenderó i suoi libri, magari in versione digitale per evitare di portarmi dietro mattoni troppo pesanti 🙂

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  2. Bellissima questa raccolta e, come sempre, puntuali e ficcanti le tue considerazioni! Tra le tante indimenticabili pagine scritte da DFW quelle che certamente non dimenticherò mai sono quelle sulla depressione. Leggere “Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta” mi ha lasciato un gran nodo alla gola…

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