La solitudine del maratoneta

Una figura solitaria macina imperterrita chilometro dopo chilometro, sotto un cielo plumbeo. Tenete a mente questa immagine: il racconto La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe (Minimum Fax, 2009) andrebbe letto al termine di una lunga camminata mattutina.

Oggi il mio compito è più difficile del previsto perché l’impeccabile prefazione di Paolo Giordano è la migliore introduzione a questo lungo racconto e alle storie che gli fanno da corollario. A dire il vero, mi basterebbe citare solo un verso di una canzone, Ah! Look at all the lonely people (Eleanor Rigby), per farvi capire di cosa parlano questi racconti:

Non è semplicemente la solitudine, tema di per sé piuttosto abusato, ad accomunare la canzone e il video ai racconti. È quella solitudine in quel determinato posto. Quella solitudine, della working class inglese, prima durante e subito dopo la Seconda Guerra, in quel posto, che per i Beatles era la periferia di Liverpool, mentre per Sillitoe è il circondario di Nottingham. (Prefazione)

Siamo di fronte a una teoria di uomini soli. Uomini persi in quella giungla d’asfalto che è Nottingham (una città che, per certi versi, mi ha ricordato la Dublino in preda a una crisi morale di Joyce). Uomini che corrono in solitaria quella lunga maratona che è l’esistenza. Uomini soli e basta:

Sono stanchi e nevrotici, maneschi e disperati. Non fanno altro che bere tè e preoccuparsi per il prossimo tè e per quello che avranno/non avranno a mangiarci assieme. Le donne che hanno sposato sono figure ambigue, disamorate e approfittatrici. Nei loro confronti Silltoe non ha alcun moto di tenerezza e sfiora talvolta la misoginia: mogli incapaci di essere amanti o compagne di vita, ma neppure relegate a un ruolo subordinato perché quei tempi sono finiti. Sono donne con cui si dividono i soldi e l’appartamento e i figli. Punto.

I personaggi di Sillitoe sono degli anti-eroi, frustrati dalla stagnante società del dopoguerra, senza valori a cui aggrapparsi. Sono degli uomini arrabbiati come gli Angry Young Men, gli scrittori che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno dato voce alla disillusione di una generazione. Questi autori ricorrevano a un linguaggio diretto, colloquiale e provocatorio per esprimere la loro frustrazione. Gridavano, scrivevano, protestavano, ma non potevano cambiare il sistema.

Sillitoe ha sempre negato la sua appartenenza al gruppo, però i suoi personaggi incarnano alla perfezione l’istinto ribelle e anarchico rappresentato dagli Angry Young Men. Lo scrittore, così come gli altri “giovani arrabbiati”, ha criticato Establishment e ha dato voce alla sua classe d’origine, la working class. Anche lui è ricorso a un linguaggio realistico, ricco di espressioni colloquiali, per descrivere il malessere che stava attanagliando i ceti popolari del Regno Unito.

alan sillitoe
Di Walsyman di Wikipedia in inglese, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10127728

Quali sono i temi ricorrenti nelle opere di Sillitoe? Vi riporto, sperando di non farvi inorridire con la mia becera traduzione, il paragrafo Features and Themes del manuale di letteratura inglese Witness to the Times:

la critica ai membri delle classi medie e alte che si ostinano a seguire una morale ormai obsoleta e che considerano insormontabile la barriera tra i diversi ceti della società.

-una concezione molto personale dell’onestà: essere onesti non significa seguire i principi morali imposti dalle autorità politiche o religiose, ma piuttosto tenere fede alla propria integrità.

l’idea che l’esistenza sia un’incessante battaglia tra classi sociali. La working class deve cercare di contrastare in tutti i modi l’Establishment che vorrebbe assoggettarla alle sue regole autoritarie.

Possiamo ritrovare questi elementi chiave nel racconto che dà il titolo all’antologia: La solitudine del maratoneta. Smith, un ladruncolo diciassettenne, è finito in riformatorio. Ogni mattina il giovane esce a correre e si allena: tra breve si terrà una maratona in cui competeranno gli “ospiti” di diverse case correzionali. Durante il percorso, Smith ha modo di riflettere sulla sua esistenza e sul dissidio insanabile tra “us” (la working class) e “them” (l’Establishment):

Ciò che conta nella vita è la furbizia, e anche quella devi usarla nel modo più accorto possibile; diciamolo francamente: loro sono furbi, e io pure. Se solo “loro” e “noi” avessimo le stesse idee fileremmo d’amore e d’accordo come due innamorati, ma loro non la pensano esattamente come noi e noi non la pensiamo esattamente come loro, così stanno le cose e così staranno sempre.

Cosa possiamo intuire da queste riflessioni? Mi affido ancora una volta al mio manuale di letteratura inglese: il ragazzo concepisce la vita come una battaglia tra furbi (a battle of wits) e odia sia i poliziotti sia i custodi del riformatorio perché hanno tradito la loro classe di appartenenza, decidendo di asservirsi all’Establishment.

L’unico modo per rimanere fedeli a sé stessi consiste nel continuare ad opporsi a chi detiene il potere, pur sapendo di stare combattendo una guerra già persa in partenza. Per questo motivo Smith ha deciso di perdere di proposito la gara organizzata dalle autorità. La sua corsa solitaria diventa allora una metafora della vita stessa. Life is a race and we all run alone:

(…) correre la maratona di primo mattino mi fa pensare che ogni corsa come questa è una vita – una piccola vita, lo so – ma una vita piena di sofferenza e felicità e cose che accadono proprio come quelle che ti circondano sempre; e dopo molte di queste corse ricordo di aver pensato che non ci voleva un acume particolare per dire come sarebbe andata a finire una vita se solo fosse partita con il piede giusto.

nottingham
Nottingham- By Lamberhurst – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44258022

La solitudine del maratoneta, che corre solo per se stesso, non per un premio, accomuna tutti gli antieroi di Sillitoe. La loneliness è una condanna a cui non si può sfuggire: Zio Ernest vive giorni tutti uguali, scanditi dal monotono ticchettio dell’orologio, invece un maestro (L’insegnante) ruba barlumi di bellezza, visioni di fanciulle in fiore, prima di ripiombare nella sua grigia routine.

I protagonisti di questi racconti non hanno nessuna via di scampo. Perfino il focolare domestico, un luogo che dovrebbe essere un rifugio sicuro, ci viene presentato come un’anticamera dell’inferno: è un nido dove si covano in seno serpi e inquietudini (La disgrazia di Jim Scarfedale) ed è la tomba dell’amore (La partita). Tra marito e moglie, quando non volano schiaffi e urla, si insinua un silenzio carico di omissioni, destinato a tramutarsi in un amaro rimpianto (Il quadro del peschereccio):

Se tu l’amavi… (certo che l’amavo, perdio)… allora avete fatto tutti e due l’unica cosa possibile, se lo si doveva ricordare come amore. Non è forse vero? Il cavaliere in armi ritorna nelle tenebre. Sì, grido io, ma nessuno dei due ha fatto niente, ed è questo il guaio.

I maratoneti di Sillitoe non possono scendere dal carosello d’infelicità su cui sono saliti (L’arca di Noè): possono solo continuare a fare un passo dopo l’altro, con un sacco di carbone chiuso dentro di loro (Sabato pomeriggio) e con un sacchetto di chiodi nello stomaco. Possono solo continuare a denunciare un sistema ingiusto (La decadenza e il crollo di Frankie Buller) e ad affermare la loro sete di vita.

Per approfondire:

La solitudine del maratoneta, l’atto di ribellione di un antieroe della working class – Repubblica.it

Un profilo dell’autore – British Council Literature 

Un possibile vicino di scaffale: Il viaggiatore, Stig Dagerman

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9 pensieri su “La solitudine del maratoneta

  1. Autore molto interessante, che purtroppo non ho mai visto nel mio libro di letteratura. O forse è stata la mia prof a non considerarlo. Era molto (giustamente, ma forse un po’ troppo) fissata con Orwell: abbiamo passato la prima parte della quinta a leggere e analizzare ogni capitolo de La fattoria degli animali, e parte delle interrogazioni vertevano sempre su questo argomento. Però forse avremmo potuto sfruttare quel tempo per spaziare un po’ di più tra tanti altri autori!

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    1. Non so se avrei retto così tanto Orwell (La fattoria degli animali non è, lo ammetto, uno dei miei libri preferiti) ;). Noi ci siamo fermati ben prima di Sillitoe, ma la mia prof è riuscita a trasmettermi il suo amore per la letteratura inglese, così ho continuato a studiare il manuale anche dopo il liceo :).
      Buone letture ❤

      Piace a 1 persona

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