Il giardino luminoso del re angelo

Talvolta sono i libri a trovare i lettori e non viceversa: per mesi ho cercato invano Il giardino luminoso del re angelo di Peter Levi (Einaudi, 2009) tra gli scaffali della biblioteca. Continuavo ad aggirarmi nella sezione dedicata a Bruce Chatwin, dimenticando che, in realtà, lui è solo il co-protagonista di questo viaggio in Afghanistan. Stavo quasi per dimenticarmi di questo testo, quando, un bel giorno, me lo sono praticamente ritrovata davanti al naso.

Sembra che questo volume sia destinato a capitare sotto gli occhi dei lettori all’improvviso, quasi per magia: Tiziano Terzani, quando stava per partire alla volta dell’Afghanistan, lo ha scorto tra i volumi della sua biblioteca personale. Il giardino luminoso del re angelo si è rivelato un perfetto compagno di viaggio ed è stato un aiutante prezioso durante la stesura di Lettere contro la guerra:

Avevo trovato la guida ideale, il compagno perfetto, l’amico affine: Pierre Levi, un gesuita con la passione dell’archeologia, sulle orme di Alessandro Magno, in un paese stupendo, descritto più di trent’anni fa e che io avrei visto martoriato da una lunghissima guerra (…). Il solo paragone fra quel che lui si era ritrovato dinnanzi e quel che avrei visto io, mi avrebbe aiutato. (…)
Con Peter Levi ho idealmente viaggiato là dove, con le strade, tornate a essere delle trappole mortali a causa della guerra americana, non sono riuscito ad andare.

Viaggiare là dove non è possibile andare e osservare un mondo che non esiste più: questo è lo scopo del viaggio letterario di oggi. Il libro di Levi è una macchina del tempo che permette di far scorrere indietro le lancette e di far risorgere dalle ceneri monumenti andati distrutti. Questa testimonianza ci permette di riscoprirne l’antico fascino di un paese violentato dalle bombe e dalla ferocia degli uomini.

kabul
By Paul Dober, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54780005

Prima di iniziare il nostro cammino tra le righe, devo fare una precisazione: non sono un’appassionata di archeologia, quindi non mi soffermerò sulle osservazioni più tecniche di Levi. Alcuni paragrafi più specialistici potrebbero persino annoiare i lettori abituati ai reportage di Terzani, però, per fortuna, sono controbilanciati da passaggi dedicati alle avventure e disavventure di viaggio occorse allo scrittore e da splendide descrizioni.

Levi è riuscito a catturare le luci e i colori del paesaggio afghano regalandoci una serie di memorabili “cartoline” d’inchiostro a cui fanno da controcanto le foto di Chatwin racchiuse nel cuore del volume. Il gesuita ha immortalato ogni sfumatura dei paesaggi che lo hanno colpito, mentre il suo compagno di viaggio ha creato una galleria di scatti suggestivi: volti espressivi, ruderi avvolti in una luce onirica, fortezze e, persino, camion decorati con motivi tipici.

L’Afghanistan di Levi e di Chatwin è una terra che profuma di rose e di albicocche, un crocevia di popoli e culture diverse (Terzani lo ha definito come il grande corridoio del mondo, un corridoio che, purtroppo, è sempre stato la posta di un qualche Grande Gioco):

(…) è una rete di valichi fra la Cina e l’Asia centrale, l’India e l’Occidente; qui il conflitto e la commistione di culture diverse doveva dunque raggiungere livelli straordinari. Ma l’Afghanistan in sé non si è rivelato un terreno fertile; il suo interesse risiede principalmente nel fatto che le ondate che lo hanno attraversato sono andate a mescolarsi altrove e hanno lasciato ben poca acqua tra queste montagne.

afghanistan panorama
Di Afghanistan Matters from Brunssum, Netherlands – God’s CanvasUploaded by Fæ, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23005664

Nel 1969 il paese si presenta come una terra affascinante in cui è possibile osservare siti archeologici che spaziano dalle moschee alle stupa, dai resti di fortificazioni a città su cui aleggia l’ombra di Alessandro Magno. Una teoria di reperti da esplorare e da studiare, su cui, però, spira già un vento di guerra.

La prima tappa del nostro itinerario letterario è Kabul, città-mosaico di etnie, dove quartieri oscuri, mefitici, si alternano a borgate animate:

Per strada si vendono bevande fredde colorate come quei liquidi inverosimili rappresentati nelle pubblicità delle farmacie anteguerra. Le bottiglie sono chiuse da biglie, e quando vengono aperte stridono come mandragole; per tenerle fresche usano neve dall’aspetto fangoso. Ci sono ambulanti che smerciano pepite di lapislazzuli del Badakshan. Le pellicce di lince sono appese fuori dei negozi. Il primo giorno a Kabul vivi una bicicletta con tre uomini sopra: uno portava un berretto di pelo, uno lo zucchetto e il terzo il turbante.

kabul

Seguendo le orme di Levi e di Chatwin, arriviamo davanti alla fortezza di Bala Hisar, legata all’affascinante figura dell’imperatore Zahir al-Din Muhammad, detto Babur, principe senza terra e fondatore della dinastia Moghul. Il giardino luminoso che dà il titolo al libro è proprio l’angolo di paradiso in cui riposa Zahir al-Din Muhammad:

Il luogo è un vecchio giardino abbandonato che non si vede dalla città, posto su un pendio che domina il fiume Kabul; ci sono dei gelsi e due o tre platani enormi che potrebbero essere qui dalla morte di Babur. I gelsi risalgono probabilmente al 1640. Quello che ho chiamato mausoleo è in realtà una moschea aperta su tre lati, come le semplici moschee di legno che si trovano in molti villaggi.

La nostra prossima tappa è Bamiyan, la valle dei Buddha che, come forse ricorderete, è stata oggetto di un raid iconoclasta ad opera dei talebani. La magia della letteratura ci permette di ammirare di nuovo quelle statue in tutto il loro splendore:

Il sole tramontò esattamente al fondo della valle; sembrava un liquido giallo chiaro che cola da un cielo azzurro pallido. La valle era cupa e pacifica. In due enormi nicchie del versante settentrionale torreggiano altrettanti Buddha di più di trenta metri. Una volta erano rossi e dorati, ora hanno lo stesso color argilla della montagna. Guardano fissi la neve e il cielo alle spalle dell’albergo, simili a mansueti e magici robot.

bamiyan buddha prima e dopo distruzione
Prima e dopo la distruzione

Spostiamoci verso ovest e raggiungiamo la città di Herat. Qui si trova il Park Hotel, un edificio in stile vittoriano, dove soggiornò un altro grande scrittore di viaggio: Robert Byron. Ai confini della città è situato il santuario di Gazurgah, rifugio di pace e spiritualità.

Il nostro viaggio letterario si snoda da est a ovest, da nord a nordest, passando attraverso regioni difficilmente raggiungibili come il montuoso Nuristan. Seguendo le orme di Levi, abbiamo modo di scoprire luoghi incantati come Surkh Kotal, strano ibrido tra un teatro e uno ziggurat, e le rovine della moschea di Balkh: la solitaria cupola sopravvissuta, i raffinati stucchi gialli e verdi e il mihrab cobalto e turchese sono le uniche vestigia del suo antico fascino.

moschea balkh

La nostra ultima tappa è Ay Khanum (La donna della Luna), il sito di una città fondata poco dopo che Alessandro Magno ebbe conquistato la provincia più orientale dell’impero persiano. In questo luogo è possibile ammirare una piastra d’argento su cui è raffigurata la dea Cibele: un’opera d’arte che “chiude il cerchio” riportandoci alle radici classiche ricercate dal gesuita e all’immagine dell’Afghanistan come crocevia di culture.

Prendo congedo da voi, miei cari lettori-viaggiatori, con una poesia tradotta da Levi che sembrava preannunciare l’oscurità a venire, l’orrore della guerra. Possiamo solo sperare che, un giorno, il giardino del angelo torni a fiorire:

Su questa terrazza non sopravviverà una sola foglia di rosa
All’alito amaro dell’autunno.
Che si godano pochi giorni di pace nel mio giardino
Mentre gli usignoli strillano e si lacerano il petto.
Quando quei lamenti tacciono
La dignità e la gloria di questo giardino smettono di vivere. (Khushal Khan)

Per approfondire:

Lettere contro la guerra – Il libraio 

Letture consigliate e articoli sull’Afghanistan – The Culture Trip 

 

10 pensieri su “Il giardino luminoso del re angelo

  1. Paese tremendo, l’Afghanistan. Pieno di contraddizioni e contrasti. Quasi medievale e feudale, a stento uno Stato, fabbrica di oppio, calderone di reperti e culture, mai realmente domato dai tempi di Alessandro Magno. Oggi fa perfino impressione pensare che Levi e Chatwin siano riusciti a visitarlo (quasi) senza problemi.

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  2. L’Afghanistan è sicuramente un paese dalle mille complessità e contraddizioni. Ne ho letto recentemente nel reportage di Kermani, specialmente in quello dal titolo già rivelatore: “I limiti di ciò che si può raccontare”. Bella questa recensione che offre un punto di vista particolare su questo territorio. Grazie Benny, che come sempre ci proponi letture originali e mai scontate.

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  3. Pingback: Navid Kermani, Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto – Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

    1. Sei troppo gentile <3. Sono sempre felice quando si verificano questi "dialoghi tra letture diverse" (potrei avere una vaga fissazione per la Letteratura comparata). Mi piacerebbe riuscire a organizzare dei cicli di post in cui blog diversi si confrontano con un tema affine (lo stesso paese, lo stesso topos) declinandolo in modi diversi e proponendo titoli differenti. Chissà che l'anno nuovo non porti buoni consigli…
      Buona serate e buone letture!

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  4. Che tristezza, pensare a un paese che era e poteva essere pieno di fascino e di cultura, e oggi è ridotto come è ridotto! Una mia amica più anziana di me mi racconta spesso di quando era giovane, negli anni ’70, ed era andata in Afghanistan con la Cinquecento…

    Piace a 2 people

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