Kawabata: la solitudine e la bellezza

Inaspettati bagliori dorati si stagliano su uno sfondo di smalto nero: nelle opere di Yasunari Kawabata (I meridiani, a cura di Giorgio Amitrano, 2003) si viene a creare un sublime contrasto tra bellezza e solitudine. Un triste paesaggio invernale, un girasole decapitato, un’antica ceramica macchiata di rossetto, una camelia destinata ad appassire: queste immagini si prestano a rappresentare l’atmosfera malinconica che si respira nei suoi eleganti romanzi.

In tutti i suoi scritti, dalla giovinezza ai nostri giorni, si ritrova, come un’ossessione, lo stesso tema: quello del contrasto tra la solitudine ineluttabile dell’uomo e l’inalterabile bellezza che si può cogliere in modo intermittente nelle folgorazioni dell’amore, nello stesso modo in cui una luce può svelare, nel cuore della notte, i rami di un albero in piena fioritura. (Mishima, Lettere in Passi sulla neve, Giorgio Amitrano)

In alcune opere la bellezza riesce a imporsi, seppur momentaneamente, sulla tristezza, regalando istanti di puro splendore agli amanti o a chi è legato da un affetto profondo (Il paese delle nevi, Il suono della montagna). Invece, in altri romanzi (Mille gru, La casa delle belle addormentate) la luce non riesce né a dissipare le ombre che si annidano nel cuore umano, né ad arrestare la corruzione delle antiche tradizioni giapponesi.

Ne Il paese delle nevi la geisha Komako s’invaghisce di un uomo sposato, l’egoista Shimamura. La loro impossibile storia d’amore è costellata da lampi di struggente bellezza: un seducente riflesso, l’incantevole lucentezza del chijimi, una stoffa “figlia” dello scintillio della neve, la maestosità della Via Lattea. Queste folgorazioni rischiareranno solo temporaneamente una passione effimera:

(…) l’amore di Komako per Shimamura non lascerà nemmeno un segno tangibile come una stoffa. Di quel suo commovente calore nascosto dietro un’apparente freddezza, simile ai passaggi scavati nei muri di ghiaccio che gli abitanti del villaggio chiamano “attraversamento del grembo materno”, non resterà niente. È arrivato per Shimamura il momento di partire. Prolungandosi nell’eternità, la bellezza fuggevole che ha illuminato le sue visite al villaggio termale diverrebbe indistinguibile. (Passi sulla neve, Giorgio Amitrano)

geisha

Il contrasto tra la solitudine ineluttabile e l’inalterabile bellezza gioca un ruolo centrale anche in un’altra opera di Kawabata: Il suono della montagna. Le inquietudini di Shingo, un uomo che si avvia verso il crepuscolo della sua esistenza, e le angosce di sua nuora Kikuko, rifiutata da un marito che preferisce correre dietro all’amante di turno, vengono rischiarate da lampi d’incanto:

(…) Shigo ebbe l’impressione che esistesse come un piccolo mondo dietro il cespuglio. Le ali delle farfalle che frullavano tra le foglie di hagi cominciavano ad apparirgli di una bellezza unica. Per un attimo ricordò le stelle che si vedevano attraverso i rami degli alberi sulla montagnola, quella notte vicina al plenilunio.

Le folgorazioni di Shigo, scaturite dall’amore che prova per sua nuora, non possono colmare l’abisso d’incomprensione che lo separa da suo figlio, ma possono, perlomeno, fargli sentire il calore della presenza umana, la consolazione che proviene da Kikuko:

(…) è guardando le stesse cose, più che guardandosi negli occhi, che essi comunicano. (…) Si stabilisce tra suocero e nuora una sorta di empatia, un concetto che il giapponese ha una parola molto efficace per esprimere ma per la quale non è facile trovare un corrispondente italiano: omoiyari. Dono, condivisione di pensieri, si potrebbe tradurla, ma ciò non renderebbe giustizia all’antica e profonda parentela del termine omoi, pensiero, col concetto di amore. (Passi sulla neve, Giorgio Amitrano)

il suono della montagna kawabata

Invece, in Mille gru l’omoiyari è impossibile: i protagonisti di questo dramma sono rinchiusi nel cerchio della loro solitudine e sono intrappolati nella ragnatela di vecchi e nuovi amori. Un giovane è circondato da raffinate ceramiche, destinate alla cerimonia del tè, ma la bellezza di quegli oggetti è stata contaminata dalle passioni umane: una macchia rossa, il fantasma di due labbra ardenti, è rimasta impressa sull’orlo di una tazza. La serenità dell’antico rito è stata irrimediabilmente compromessa: il matcha è ormai torbido, così come le anime dei personaggi.

La casa delle belle addormentate ci offre un’ulteriore variazione sul tema della bellezza e della solitudine. L’anziano Eguchi si reca in una casa dove è possibile passare la notte accanto a delle splendide fanciulle narcotizzate. Il vecchio si lascia andare alle sue perverse fantasie erotiche, sinché, una notte, non si rende conto che una delle ragazze è morta. Come in Mille gru, il talismano della bellezza non può più proteggere gli esseri umani: i lampi di splendore sono stati sostituiti da una luce violenta, che rivela un macabro teatro della crudeltà.

Il lettore che sfoglia queste pagine ha l’impressione di trovarsi immerso in un paesaggio invernale, gelido, desolato, eppure incantevole. Lo stile di questo Premio Nobel è freddo e delicato come un fiocco di neve:

(…) la neve è anche una metafora della scrittura di Kawabata. Qualsiasi momento di dolore o di estasi essa racconti deve essere fredda. Una temperatura glaciale è la condizione stessa della sua esistenza, come è necessario che la pioggia passi attraverso strati atmosferici con una temperatura prossima allo zero, affinché i cristalli si uniscano a formare la neve. Le frasi cadono lievi, posandosi insensibilmente l’una sull’altra. A volte il ritmo si fa più fitto, rapido, ma l’effetto è sempre ovattato. (…) la scrittura è sempre reticente e allusiva, quasi sul punto di cancellarsi, come passi sulla neve. (Giorgio Amitrano)

Invece di cancellarsi, questa scrittura “di neve” lascia un segno tangibile nell’anima del lettore: la sua bellezza è unica, inalterabile ed eterna.

Per approfondire:

Kawabata Yasunari e il suo “Paese delle nevi” – laCOOLtura 

Il suono della montagna – Cinquesettecinque 

Mille gru – Musubi

La casa delle belle addormentate”: l’eros di Kawabata – 900letterario 

9 pensieri su “Kawabata: la solitudine e la bellezza

      1. Mi aveva colpita quell’immagine, ma più in generale l’attenzione di Shingo per quel particolare fiore.
        E come molti giapponesi, anche Kawabata mi ha regalato qualche ora di serenità, a prescindere dai contenuti del romanzo ha un modo di scrivere che ammorbidisce.

        Piace a 1 persona

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