Sei personaggi in cerca d’autore

L’uomo si inventa e si scopre parlando… (Corrado Alvaro). Prendete posto a teatro, miei cari lettori: oggi assisteremo alla messa in scena di un’opera di Luigi Pirandello. Sei personaggi in cerca d’autore (Mondadori, 1976) è un dramma incentrato sulla parola:

(…) l’atto della parola diviene una forma di confessione e di espiazione; i drammi si compiono parlandone; fino a quando tutto rimane sepolto nel fondo della coscienza, è ancora increato e ingiudicato, e l’uomo è tranquillo; parlando l’uomo crea e foggia se stesso, stabilisce il suo destino. (Alcuni giudizi critici, Corrado Alvaro).

Visto che la materia è complessa (le ali di cera del mio scarso intelletto rischiano di sciogliersi), ho deciso di affidarmi alle parole del critico Corrado Simioni per illustrarvi i punti principali di questo testo. Iniziamo dal principio, ovvero dall’intento che ha guidato la mano dello scrittore:

La seconda fase del teatro pirandelliano (1918-1927) (…) ruota attorno al problema del rapporto con la realtà. Dice Pirandello: “La vita allora, che si aggira piccola, solita, tra queste apparenze, ci sembra quasi che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? Come portarle rispetto?”. È su queste domande che il teatro pirandelliano prende un nuovo respiro: esasperando cioè i conflitti tra apparenza e realtà, fra normalità e anormalità, fra individuo e mondo esterno.

In Sei personaggi in cerca d’autore il lettore è messo di fronte a un affascinante cortocircuito tra realtà e finzione: il teatro diventa metateatro. Sei personaggi (un padre, una madre, il loro figlio e gli altri tre figli che la donna ha avuto da un secondo uomo), abbandonati dal loro autore, interrompono le prove di uno spettacolo (Il giuoco delle parti) e chiedono al capocomico di dare compimento alla loro vicenda, di portarla in scena.

Lo scrittore che ha “ripudiato” quei personaggi è, ovviamente, Pirandello. L’autore ha rifiutato il loro dramma, la loro ragione d’essere e gliene ha fornita un’altra:

(…) cioè appunto quella situazione “impossibile”, il dramma dell’essere in cerca d’autore, rifiutati: ma che questa sia una ragion d’essere, che sia diventata, per essi che già avevano una vita propria, la vera funzione necessaria e sufficiente per esistere, neanche possono sospettare. (Prefazione)

I personaggi continuano ad aggrapparsi al loro vecchio copione, a un drammone dalle tinte fosche con tanto di tentato incesto. Però ad interessare noi, il pubblico, non è tanto questa tragedia, quanto la nuova ragione di vita del sestetto, ovvero il tentativo di trovare un nuovo autore, di portare a compimento l’opera abbandonata.

Dopo un’iniziale resistenza, il capocomico accetta la surreale proposta dei personaggi, ma, sin da subito, insorgono dei problemi. Ognuno vuole far rappresentare il dramma dal suo punto di vista: le varie voci si sovrappongono dando vita a infiniti battibecchi. Non appena inizia a delinearsi un canovaccio, si pone un’altra questione: nessun personaggio riesce ad accettare l’idea che un estraneo interpreti la sua parte. Se i membri del sestetto aspirano ad essere gli attori di se stessi, quale ruolo spetta ai membri della compagnia?

Non voglio svelarvi ulteriori dettagli, quindi lasciamo da parte la trama e concentriamoci sui temi fondamentali di questo dramma: il tentativo di svelare il meccanismo della creazione artistica e il passaggio da persona a personaggio.

Pirandello permette al pubblico di osservare come nasce un’opera teatrale: nella prefazione lo vediamo alle prese con i personaggi che la servetta Fantasia gli ha presentato, ma che lui non sa come utilizzare. Solo dopo aver ideato per loro una nuova ragione d’essere, lo scrittore può metterli in scena. Da questo momento in poi, l’autore si fa da parte: permette alle sue creature ripudiate di rimettere continuamente in discussione ogni scena, ogni battuta, privando l’opera di uno sviluppo logico. Pirandello è più interessato alla vita che ai tecnicismi dell’arte:

(…) il teatro diventa a un certo punto contenuto del teatro stesso, e la vita è lo spettacolo almeno nella stessa misura in cui lo spettacolo è la vita. (Introduzione).

luigi pirandello ufficio

Cosa distingue la vita di una persona da quella di un personaggio? L’esistenza delle persone reali è caratterizzata da continui mutamenti che si succedono sino alla morte, invece quella dei personaggi immaginari è eterna ed immutabile. Il destino degli esseri umani, come ci ricorda un’altra creatura di Pirandello, Enrico IV, è un’incognita, mentre quello dei personaggi (storici o di fantasia) è già scritto:

(…) gli uomini del mille e novecento (…) s’arrabattano in un’ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia e agitazione. (…) Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre le lotte, dolorose le vicende; già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite?

Il sestetto aspira per l’appunto a un atto di vita (la rappresentazione del loro dramma) che li renda immortali, che li fissi in una forma consistente e definitiva. I personaggi rifiutati dal loro autore sono realtà create, immutabili, destinate a indossare per sempre la stessa maschera: il rimorso per il Padre, la vendetta per la Figliastra, lo sdegno per il Figlio, il dolore per la Madre . Il loro fato è già scritto, però la Madre, l’unico personaggio incapace di riconoscersi come tale, non riesce ad accettarlo:

Il mio strazio non è finto, signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio, che si rinnova vivo e presente sempre.

I personaggi sono destinati all’eterno ritorno, a rivivere per sempre il loro dramma. Un dramma che non potrà essere portato in scena perché gli attori lo trasformeranno inevitabilmente in un’altra cosa. Cosa succederebbe se Amleto uscisse dalle pagine e si incontrasse con gli attori che lo hanno interpretato? Chi è il vero principe di Danimarca: il personaggio del copione o le sue controparti in carne e ossa?

Tutto il mondo è teatro diceva Shakespeare: chi è più reale tra il personaggio ideato dallo scrittore, l’attore che lo interpreta e il pubblico che osserva la rappresentazione? Anche noi, come i personaggi di Pirandello, indossiamo una maschera e cerchiamo un autore capace di dare un senso alla nostra esistenza, oppure siamo riusciti a fare i conti con il caotico palcoscenico su cui siamo chiamati a recitare?

Per approfondire:

Luigi Pirandello: la crisi e la catastrofe dell’identità – Lo Sbuffo

Il pensiero dell’autore su Homolaiucus

«Come e perché ho scritto i “Sei personaggi”» – La servetta Fantasia – I giorni e le notti

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