La lettera di Gertrud

Perché non hai scritto un saggio, Björn Larsson? Me lo sono domandata più di una volta, mentre leggevo La lettera di Gertrud (Iperborea, 2019). L’ultima fatica dello scrittore svedese si colloca nella mia personale lista di titoli che affrontano temi importanti, fondamentali, ma che non riescono a brillare per stile. Se avrete la bontà di “ascoltarmi”, vi illustrerò le mie perplessità e vi spiegherò perché dovreste comunque dare una chance a questo libro.

Cominciamo dal principio, dalla trama. Dopo il funerale di Maria, sua madre, il genetista Martin Brenner scopre che la donna lo ha tenuto all’oscuro della sua vera identità: in realtà si chiamava Gertrud ed era ebrea. Gertrud, sopravvissuta all’orrore dell’Olocausto, ha minato con silenzi e omissioni il loro rapporto, perché temeva che suo figlio potesse venire a sua volta perseguitato e perché voleva permettergli di decidere se accettare o meno il suo retaggio.

L’ateo Martin non sa come reagire di fronte a questa rivelazione: ormai ha cinquant’anni e la sua vita, quasi perfetta, è scandita da rassicuranti rituali. Se decidesse di rivelare il segreto e di abbracciare il credo ebraico, come cambierebbe il suo rapporto la figlia Sara e con la moglie Cristina? Gli altri lo vedrebbero in modo diverso e, soprattutto, lui si considererebbe diverso?

Il genetista è una persona estremante razionale, quindi decide di affidarsi alla logica, più che all’emotività, per elaborare la verità su sua madre. L’uomo potrebbe fingere che non sia successo niente, ma la sua onestà intellettuale glielo impedisce:

Ormai non doveva più niente a sua madre, ma aveva invece un obbligo verso se stesso, le proprie convinzioni, verso tutto ciò in cui aveva creduto e per cui aveva lottato fin da quando aveva cominciato a chiedersi cosa significa essere uomo. Rinunciarci sarebbe stato non solo tradire se stesso, ma anche negare quel margine di libertà tra ereditarietà e ambiente che per tutta la vita adulta aveva cercato di difendere (…) Mettere la scelta nelle mani della benevolenza, malevolenza, scetticismo, paura o indifferenza altrui voleva dire abdicare da quell’individuo pensante con la propria testa che aveva sempre cercato di essere e che era diventato di propria forza.

Brenner mantiene il segreto con la sua famiglia e inizia ad approfondire la questione dell’identità: quali criteri sanciscono l’appartenenza di un individuo a un determinato gruppo? Lui è convinto che ognuno sia libero di scegliere chi vuole diventare, indipendentemente dai fattori ereditari o dall’ambiente in cui è cresciuto, però è destinato a pagare un prezzo salato per la sua “pretesa di libertà”. Durante una conferenza, il genetista dichiara, più o meno involontariamente, di “non essere ebreo”, pur avendo una madre ebrea: da quel momento in poi, la sua intera esistenza verrà sconvolta.

Perché Martin non è libero di scegliere chi vuole essere, così come voleva sua madre? Perché non tutti gli esseri umani sono aperti al dialogo come il rabbino Golder, l’unico confidente di Gertrud: gli uomini tendono a etichettare come una “pecora nera” chi si rifiuta di lasciarsi incasellare in uno schema predefinito, chi mette al primo posto la sua individualità, invece del suo retaggio.

Come avrete intuito, la premessa del libro è accattivante e i temi trattati sono di estrema attualità, però, almeno secondo me, la macchina narrativa non è oliata a dovere. La trama si sviluppa con lentezza e gli stessi argomenti vengono ripresi più e più volte: all’impasse morale del genetista corrisponde un impasse della scrittura.

Il lettore ha l’impressione di stare osservando dei personaggi “di cartone”: figurine abbozzate, messe lì solo per esporre delle idee. Manca un alito di vita che dia colore e calore a queste creature d’inchiostro. Si è portati, più che a simpatizzare con Martin, ad analizzare il suo dramma con un occhio clinico: non è necessariamente un male, però a questo punto tanto varrebbe leggere un saggio.

Larsson avrebbe potuto sfruttare l’imponente bibliografia di cui si è servito per dare vita a un dialogo col lettore in cui i temi dell’identità e della libertà individuale vengono esaminati direttamente, senza bisogno dell’intermediazione di un personaggio-fantoccio.

Di Vogler - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73179938
Björn Larsson

Proviamo ora a capire insieme perché può valere la pena di leggere questo romanzo, nonostante l’intreccio e lo stile non siano pienamente soddisfacenti. Le perle di pensiero disseminate nel testo valgono “il prezzo del biglietto”: isolatele dalla trama e otterrete un mini-saggio sulle piaghe del nostro tempo, dall’odio dilagante alle fake news. Ci sono molti spunti di riflessione capaci di solleticare l’intelletto del lettore e di spingerlo a porsi più di una domanda:

(…) la libertà religiosa significa anche libertà dalla religione? In cosa consistono davvero le caratteristiche nazionali o etniche? Da dove ha origine l’odio verso gli stranieri e i diversi?

Sono quesiti fondamentali, che ci spingono a mettere sotto la luce d’ingrandimento temi scottanti che alla tv non vengono mai seriamente analizzati perché si preferisce buttarla in caciara:

Prima la gente sognava di aprirsi al mondo, di partire in viaggi di scoperta. Ormai invece il mondo e i suoi abitanti entravano nelle case in diretta tv. E facevano paura. La gente tentava di difendersi, di proteggersi, di ritirarsi in immaginari clan e tribù, senza niente di condiviso se non la paura dell’estraneo e dello straniero. Si creavano nuovi miti sulle proprie radici, sulla lingua, le origini, le nazioni, su noi e loro, senza preoccuparsi di sentire il parere di chi veniva incluso a forza nel gruppo.

Larsson ci mostra un’Europa calpestata dagli stivali dei nazionalisti e incendiata dalle parole-molotov degli haters. Ormai prevale la tendenza ad assimilare: chi resta fuori o chu, come Martin, decide volontariamente di non rientrare in un gruppo, viene bollato come un paria, se non come un nemico. Bandierine e simboli d’appartenenza campeggiano sui profili social: dimmi da che parte stai, dimmi chi sei. Non posso essere semplicemente un essere umano?

Per quel che mi riguarda, voglio essere solo una lettrice: voglio appartenere al gruppo di chi si rivolge alla letteratura per cercare conforto anche nella crisi e nella disperazione. Forse, La lettera di Gertrud non è un libro perfetto, ma è sicuramente un faro nella notte, un possibile punto di riferimento per chi crede che sia giusto mettere al primo posto gli esseri umani.

Per approfondire:

La recensione di Pina Bertoli 

Il commento de La lettrice controcorrente 

Speciale. Incontro con Björn Larsson e la sua “La lettera di Gertrud” – ThrillerNord 

Un possibile “compagno di scaffale”: La macchia umana di Philip Roth

La difesa della razza di Gad Lerner – Raiplay

6 pensieri su “La lettera di Gertrud

  1. Dal primo estratto, mi è venuta l’idea che il problema possa essere la scelta del narratore in terza persona: a una storia del genere gioverebbe una prima persona, magari un bel narratore inaffidabile, uno di quelli che fraintende le situazioni alla grande e che ci mostra un mondo fatto delle sue percezioni.
    Certo, dovrebbe trattarsi di un personaggio ben scritto, per non farci pentire di affrontare pagina dopo pagina attaccati a lui…

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    1. Il tuo è un punto di vista interessante, ma in quel caso si perderebbe il gioco (a cui non ho accennato) del romanzo che inizia come una storia canonica per poi trasformarsi in una sorta di biografia (Larsson “interviene” in prima persona nella seconda parte storia).
      Per me il vero problema è che tutti i personaggi maschili di questo autore tendono ad essere delle sue fotocopie (vedi Silver e il protagonista del Porto dei sogni incrociati): condividono le sue idee e il suo bisogno di libertà. Insomma, sono lui. Un simile approccio, a lungo andare, può rivelarsi un limite: un conto sono i personaggi, un conto lo scrittore.
      Grazie della visita e buone letture!

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  2. Mi hai incuriosita e mentre leggevo la tua recensione mi è subito venuto in mente “La macchia umana” di Philip Roth, poi ho visto che alla fine lo hai linkato 😉
    Non so se mi sentirò tanto presto di leggere questo libro, ma prometto che lo terrò in considerazione perché le tematiche mi sembrano molto interessanti.

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  3. Pingback: Io non mi chiamo Miriam – Il verbo leggere

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